🌪️ “A tante parole non si darà risposta?” – (Gb 11,1-4)
וַיַּעַן צֹפַר הַנַּעֲמָתִי וַיֹּאמַר׃
הֲרֹב דְּבָרִים לֹא יֵעָנֶה וְאִם־אִישׁ שְׂפָתַיִם יִצְדָּק׃
בַּדֶּיךָ מְתִים יַחֲרִישׁוּ וַתִּלְעַג וְאֵין מַכְלִם׃
וַתֹּאמֶר זַךְ לִקְחִי וּבַר הָיִיתִי בְעֵינֶיךָ׃
Wayyà‘an Tsòfar ha-Na‘amatì wayyomàr.
Haròv devarìm lo ye‘anèh? We’im-’ish sefatàyim yitsdàq?
Baddèkha metìm yacharìshu? Wattìl‘ag we’èn makhlìm?
Wattòmer: zakh liqchì, uvar hayìti ve‘enèkha.
“E Zofar il Naamatita rispose e disse:
A molte parole non si risponderà? E un uomo di labbra sarà forse dichiarato giusto?
I tuoi discorsi vuoti faranno tacere gli uomini? Ti farai beffe senza che nessuno ti svergogni?
Tu dici: pura è la mia dottrina, e sono limpido ai tuoi occhi.”
Zofar comincia attaccando le parole di Giobbe.
Il problema, per lui, non è anzitutto il dolore di Giobbe, ma il suo modo di parlare. Lo definisce uomo di labbra, cioè uomo che usa troppe parole. Per Zofar, il lamento di Giobbe non è una preghiera ferita, ma quasi una verbosità presuntuosa.
Qui emerge una frattura profonda tra Giobbe e i suoi amici.
Giobbe aveva detto: “Non terrò chiusa la mia bocca” (Gb 7,11). Aveva bisogno di parlare perché il dolore non poteva restare chiuso dentro. Aveva parlato nell’amarezza della sua anima (Gb 10,1). Ma Zofar interpreta questa parola come eccesso, come arroganza, come derisione.
È un errore spirituale molto serio: scambiare il lamento del sofferente per superbia.
Zofar poi attribuisce a Giobbe una frase: “Pura è la mia condotta, io sono irreprensibile ai tuoi occhi” (Gb 11,4). In realtà Giobbe non ha parlato in modo così semplice.
Ha difeso la propria integrità rispetto all’accusa implicita degli amici, ma ha anche confessato la propria fragilità e il proprio smarrimento. Ha chiesto a Dio perché contenda con lui (Gb 10,2), non ha costruito un’autodifesa arrogante.
Zofar semplifica la posizione di Giobbe per poterla colpire meglio.
Questa è una dinamica ancora molto attuale: quando non si ascolta davvero una persona ferita, si finisce per caricaturare le sue parole. Il lamento diventa “sproloquio”, la domanda diventa “arroganza”, il desiderio di essere ascoltato diventa “presunzione”.
🔐 I segreti della sapienza: Dio saprebbe dire molto di più – (Gb 11,5-6)
וְאוּלָם מִי־יִתֵּן אֱלוֹהַּ דַּבֵּר וְיִפְתַּח שְׂפָתָיו עִמָּךְ׃
וְיַגֶּד־לְךָ תַּעֲלֻמוֹת חָכְמָה כִּי־כִפְלַיִם לְתוּשִׁיָּה וְדַע כִּי־יַשֶּׁה לְךָ אֱלוֹהַּ מֵעֲוֹנֶךָ׃
We’ulàm mi-yittèn ’Elòah dabbèr, weyiftàch sefatàw ‘immàkh.
Weyaggèd-lekhà ta‘alumòt chokhmàh, ki-khiflayim letushiyyàh; wedà‘ ki-yashèh lekhà ’Elòah me‘awonèkha.
“Ma volesse Dio parlare e aprire le sue labbra con te!
Ti annuncerebbe i segreti della sapienza, perché essa è doppia nell’intelligenza; e sapresti che Dio dimentica per te parte della tua colpa.” (Gb 11,5-6)
Zofar desidera che Dio parli.
Ma non desidera che Dio parli per ascoltare Giobbe. Desidera che Dio parli contro Giobbe.
Questa è una differenza decisiva. Giobbe, nei capitoli precedenti, aveva chiesto a Dio di spiegargli perché lo trattasse come avversario (Gb 10,2). Aveva desiderato un arbitro, qualcuno capace di mettere la mano su Dio e sull’uomo (Gb 9,33). Il suo desiderio di parola nasceva dalla ricerca di un confronto.
Zofar invece immagina la parola di Dio come una confutazione di Giobbe. Se Dio aprisse le labbra, secondo lui, mostrerebbe a Giobbe i segreti della sapienza e gli farebbe capire una cosa: Dio gli sta condonando parte della colpa.
Questa frase è durissima. Zofar non dice soltanto: “Forse hai peccato”. Dice: “La tua sofferenza è perfino inferiore a ciò che meriteresti”.
In questo modo, la sapienza divina diventa un peso insopportabile. Non è più mistero che invita all’umiltà, ma mistero usato come accusa: se tu conoscessi davvero la sapienza di Dio, capiresti che sei più colpevole di quanto pensi.
È vero che la sapienza di Dio supera l’intelligenza umana. È vero che l’uomo non possiede tutto il mistero di Dio. Ma Zofar usa questa verità in modo sbagliato. Il libro di Giobbe ci educa proprio qui: non possiamo usare il mistero di Dio per accusare chi soffre.
🌌 “Puoi tu scrutare l’intimo di Dio?” – (Gb 11,7-12)
הַחֵקֶר אֱלוֹהַּ תִּמְצָא אִם עַד־תַּכְלִית שַׁדַּי תִּמְצָא׃
גָּבְהֵי שָׁמַיִם מַה־תִּפְעָל עֲמֻקָּה מִשְּׁאוֹל מַה־תֵּדָע׃
אֲרֻכָּה מֵאֶרֶץ מִדָּהּ וּרְחָבָה מִנִּי־יָם׃
אִם־יַחֲלֹף וְיַסְגִּיר וְיַקְהִיל וּמִי יְשִׁיבֶנּוּ׃
Hachèqer ’Elòah timtsà? ’Im ‘ad-takhlìt Shaddày timtsà?
Govhè shamàyim, mah-tif‘àl? ‘Amuqqàh mishshe’òl, mah-tedà‘?
’Arukkàh me’èrets middàh, urechavàh minnì-yàm.
’Im-yachalòf weyasgìr weyaqhìl, umì yeshivènnu?
“Puoi tu trovare la profondità di Dio? Puoi tu raggiungere la perfezione dell’Onnipotente?
È alta come i cieli: che cosa puoi fare? Più profonda dello she’òl: che cosa puoi sapere?
La sua misura è più lunga della terra e più vasta del mare.
Se egli passa, imprigiona e convoca in giudizio, chi può farlo tornare indietro?” (Gb 11,7-10)
Questa sezione è la più solenne del discorso di Zofar.
E, paradossalmente, contiene una delle intuizioni più vere del capitolo: l’uomo non può misurare Dio. La profondità di Dio supera l’indagine umana. La perfezione dell’Onnipotente non può essere raggiunta come si raggiunge il confine di un territorio. È più alta dei cieli, più profonda dello she’òl, più lunga della terra, più vasta del mare (Gb 11,8-9).
Il linguaggio è spaziale e cosmico. Zofar usa le dimensioni dell’universo per dire l’incommensurabilità di Dio. Nessun uomo può circondarlo con la mente. Nessuna sofferenza, nessuna domanda, nessun ragionamento può trasformare Dio in un oggetto posseduto.
Da questo punto di vista, Zofar dice una verità importantissima. Giobbe stesso, nel capitolo 9, aveva parlato della grandezza cosmica di Dio: Dio scuote la terra, stende i cieli, cammina sulle onde del mare e crea le costellazioni (Gb 9,5-10). Anche Giobbe sapeva che Dio è immenso.
Ma la differenza tra Giobbe e Zofar è decisiva.
Giobbe vive la grandezza di Dio come problema doloroso: se Dio è così grande, come posso parlargli? Come posso difendermi? Come posso non essere schiacciato dalla sua forza? (Gb 9,14-20).
Zofar, invece, usa la grandezza di Dio per zittire Giobbe: Dio è troppo alto, troppo profondo, troppo vasto; dunque tu devi smettere di discutere.
La stessa verità viene usata in due modi diversi. In Giobbe diventa grido. In Zofar diventa rimprovero.
Poi Zofar aggiunge che, se Dio assale, imprigiona e convoca in giudizio, nessuno può impedirglielo (Gb 11,10). Anche questo riprende un tema già presente in Giobbe 9, dove Giobbe diceva: “Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire? Chi gli può dire: Che fai?” (Gb 9,12). Ma sulle labbra di Zofar, questa sovranità divina diventa quasi minaccia: Dio può giudicarti e tu non puoi opporti.
🐴 L’uomo stolto e l’onagro indomito – (Gb 11,11-12)
כִּי־הוּא יָדַע מְתֵי־שָׁוְא וַיַּרְא־אָוֶן וְלֹא יִתְבּוֹנָן׃
וְאִישׁ נָבוּב יִלָּבֵב וְעַיִר פֶּרֶא אָדָם יִוָּלֵד׃
Ki-hù yadà‘ metè-shàw; wayyàr’ ’àwen welò yitbonàn.
We’ìsh navùv yillavèv; we‘àyir pèré ’adàm yiwwalèd.
“Poiché egli conosce gli uomini di falsità; vede l’iniquità, e non dovrebbe considerarla?
Ma un uomo vuoto acquisterà cuore, e un puledro di onagro nascerà uomo.” (Gb 11,11-12)
Zofar afferma che Dio conosce gli uomini falsi. Vede l’iniquità. Nulla gli sfugge (Gb 11,11).
Anche questa affermazione, in sé, è vera. La Bibbia conosce un Dio che scruta il cuore e vede ciò che l’uomo non vede (1Sam 16,7). Nessuna colpa è nascosta alla sua luce. Nessuna doppiezza può rimanere definitivamente invisibile.
Ma nel contesto, questa verità diventa di nuovo un’insinuazione contro Giobbe. Zofar sta suggerendo che Dio vede in lui qualcosa che gli altri non vedono. Giobbe può proclamarsi integro, ma Dio conosce la falsità degli uomini.
Il v. 12 è difficile, ma l’immagine generale è chiara: l’uomo vuoto, privo di cuore, dovrebbe diventare sapiente; il puledro dell’onagro, animale selvatico e indomito, dovrebbe nascere uomo. L’immagine mette insieme stoltezza, vuoto interiore e bisogno di addomesticamento.
Zofar sembra dire: Giobbe è come un uomo che deve ancora acquistare cuore, come un animale selvatico che deve diventare veramente umano.
È un’accusa pesante. Giobbe, che sta cercando di parlare a Dio dal fondo della sofferenza, viene trattato come indomito, vuoto, quasi disumano nella sua ribellione.
Qui il linguaggio di Zofar rivela il suo limite più profondo: egli non distingue tra protesta del dolore e ribellione empia. Per lui, chi parla così deve essere ricondotto all’ordine. Ma il libro ha già mostrato che Giobbe non è un empio. È un giusto devastato.
🙏 “Se dirigerai il cuore verso Dio” – (Gb 11,13-15)
אִם־אַתָּה הֲכִינוֹתָ לִבֶּךָ וּפָרַשְׂתָּ אֵלָיו כַּפֶּךָ׃
אִם־אָוֶן בְּיָדְךָ הַרְחִיקֵהוּ וְאַל־תַּשְׁכֵּן בְּאֹהָלֶיךָ עַוְלָה׃
כִּי־אָז תִּשָּׂא פָנֶיךָ מִמּוּם וְהָיִיתָ מֻצָק וְלֹא תִירָא׃
’Im-attàh hakhinòta libbèkha, ufaràsta ’elàw kappèkha.
’Im-’àwen beyadkha harchiqèhu, we’al-tashkèn be’ohalèkha ‘awlàh.
Ki-’az tissà fanèkha mimmùm, wehayìta mutsàq welò tirà.
“Se tu preparerai il tuo cuore e tenderai verso di lui le tue palme,
se l’iniquità è nella tua mano, allontanala, e non far abitare l’ingiustizia nelle tue tende;
allora alzerai il tuo volto senza macchia, sarai saldo e non temerai.” (Gb 11,13-15)
Zofar passa ora dall’accusa all’esortazione. Invita Giobbe a preparare il cuore, a tendere le mani verso Dio, ad allontanare l’iniquità dalla mano, a non far abitare l’ingiustizia nelle sue tende (Gb 11,13-14).
Sono immagini religiose forti.
Il cuore indica il centro della persona: decisione, volontà, coscienza. Le mani tese indicano supplica e preghiera. La mano da cui va tolta l’iniquità indica il comportamento concreto. Le tende da cui va allontanata l’ingiustizia indicano la casa, la vita familiare, l’ambiente quotidiano.
In sé, l’invito alla conversione è biblicamente serio. La Scrittura conosce continuamente il movimento del cuore che torna a Dio, delle mani purificate, della casa liberata dall’ingiustizia (Is 1,15-17).
Ma il problema, ancora una volta, è l’applicazione a Giobbe.
Zofar parla come se la causa della sofferenza di Giobbe fosse un’iniquità nella sua mano o un’ingiustizia nelle sue tende. Il lettore sa che questa interpretazione non regge. Giobbe è stato presentato come uomo integro e retto (Gb 1,1), e Dio stesso ha riconosciuto che non c’era nessuno come lui sulla terra (Gb 1,8; Gb 2,3).
Perciò le parole di Zofar, pur formalmente religiose, diventano ingiuste.
Quando una persona è realmente nella colpa, l’invito alla conversione può essere una medicina. Ma quando una persona innocente viene colpita dal dolore, trasformare subito il dolore in prova di colpa può diventare una ferita ulteriore.
Il v. 15 promette che Giobbe potrà alzare il volto senza macchia, essere saldo e non temere. Ma questa promessa è costruita su un sospetto: “se allontanerai l’iniquità”.
Zofar offre speranza, ma a prezzo di una confessione implicita che Giobbe non può fare senza mentire.
🌅 Una vita più luminosa del sole meridiano – (Gb 11,16-19)
כִּי־אַתָּה עָמָל תִּשְׁכָּח כְּמַיִם עָבְרוּ תִזְכֹּר׃
וּמִצָּהֳרַיִם יָקוּם חָלֶד תָּעֻפָה כַּבֹּקֶר תִּהְיֶה׃
וּבָטַחְתָּ כִּי־יֵשׁ תִּקְוָה וְחָפַרְתָּ לָבֶטַח תִּשְׁכָּב׃
וְרָבַצְתָּ וְאֵין מַחֲרִיד וְחִלּוּ פָנֶיךָ רַבִּים׃
Ki-attàh ‘amàl tishkàch; kemàyim ‘avru tizkòr.
Umitsòhorayim yaqùm chàled; ta‘ufàh kabbòqer tihyèh.
Uvatàchta ki-yesh tiqwàh; wechafàrta lavètach tishkàv.
Weravàtsta we’èn macharìd; wechillù fanèkha rabbìm.
“Poiché tu dimenticherai la pena, la ricorderai come acque passate.
Più del mezzogiorno sorgerà la tua vita; l’oscurità sarà come il mattino.
Avrai fiducia, perché ci sarà speranza; guarderai attorno e ti coricherai sicuro.
Riposerai e nessuno ti spaventerà; molti cercheranno il tuo volto.” (Gb 11,16-19)
Questa parte del discorso è molto bella sul piano poetico.
Zofar promette a Giobbe che il dolore sarà dimenticato come acqua passata. La sua vita sorgerà più luminosa del sole di mezzogiorno. L’oscurità diventerà mattino. Egli avrà fiducia, speranza, sicurezza. Potrà coricarsi senza paura. Molti cercheranno il suo favore.
È una visione di restaurazione piena: dimenticanza dell’affanno, ritorno della luce, stabilità, riposo, riconoscimento sociale. Il problema è che questa promessa arriva troppo presto e su basi sbagliate.
Giobbe ha perso i figli, i beni, la salute, l’onore. Ha chiesto a Dio perché lo abbia plasmato se ora sembra volerlo distruggere (Gb 10,8-12). Ha chiesto un po’ di respiro prima di scendere nella terra delle tenebre (Gb 10,20-22). Davanti a una ferita simile, dire semplicemente “dimenticherai tutto come acqua passata” può suonare superficiale.
La speranza biblica non è cancellazione magica della memoria. È più profonda. Non dice che il dolore non sia accaduto. Non tratta le ferite come se fossero leggere. Le promesse facili rischiano di diventare un modo per non stare nel dolore dell’altro.
Zofar immagina un futuro luminoso, ma non accompagna Giobbe nel presente oscuro. Questa è una lezione importante: non basta parlare di luce. Bisogna anche sapere restare con chi, in quel momento, vede soltanto tenebra.
🌑 Gli occhi dei malvagi languiranno – (Gb 11,20)
וְעֵינֵי רְשָׁעִים תִּכְלֶינָה וּמָנוֹס אָבַד מִנְהֶם וְתִקְוָתָם מַפַּח־נָפֶשׁ׃
We‘enè resha‘ìm tikhlèynah; umanòs ’avàd minhèm; wetiqwatàm mappach-nàfesh.
“Ma gli occhi dei malvagi si consumeranno; ogni rifugio sarà perduto per loro, e la loro speranza sarà l’ultimo respiro.” (Gb 11,20)
Il discorso si chiude con una minaccia.
Dopo aver promesso sicurezza a Giobbe, Zofar presenta il destino dei malvagi: i loro occhi languiscono, ogni scampo è perduto, la loro speranza è l’ultimo respiro.
Anche qui, il principio generale è comprensibile: la via del male non conduce alla vita. La Scrittura conosce bene il tema della speranza dell’empio che svanisce (Pr 10,28).
Ma nel contesto il versetto suona come un avvertimento rivolto a Giobbe: se non accetterà il percorso indicato da Zofar, finirà tra i malvagi.
Il capitolo termina dunque con una pressione fortissima. Zofar pone davanti a Giobbe due strade:
se ti converti, tornerai alla luce;
se resti come sei, avrai il destino dei malvagi.
Questa alternativa, però, non rende giustizia alla complessità del libro. Giobbe non è un malvagio che deve finalmente smettere di mentire. È un uomo giusto che non capisce perché Dio lo abbia lasciato nella polvere.
Il v. 20 rivela quindi il limite della teologia di Zofar: egli conosce solo due categorie semplici, il penitente restaurato e l’empio distrutto. Ma Giobbe è una terza possibilità che mette in crisi lo schema: il giusto sofferente, il credente ferito, l’uomo integro che non trova spiegazione.
📚 Bibliografia essenziale
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Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.
Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.
Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906; edizione elettronica enhanced Logos, 2000.











