Studiare l’ebraico non è paragonabile all’apprendimento di una qualsiasi altra lingua. Certamente, lingue classiche come il latino e il greco sono fondamentali per comprendere la nostra forma mentis occidentale. Tuttavia, l’ebraico offre un livello più profondo, più essenziale e spesso più nascosto, che ha plasmato in modo significativo il nostro modo di pensare e vivere, sia nel bene che nel male.
Superare le contraddizioni
Affrontare la Bibbia rimanendo alla sua superficie porta inevitabilmente a percepire apparenti contraddizioni, che nella nostra mentalità moderna possono essere interpretate come segni di inaffidabilità. Tuttavia, per gli antichi, il passato era qualcosa da tramandare fedelmente, senza alterazioni, poiché ogni cosa ereditata aveva un valore intrinseco da preservare. Conoscere l’ebraico antico permette di cogliere i significati profondi del testo biblico, superando le interpretazioni cristallizzate nelle traduzioni moderne.
Questo significa che chi sa consultare un dizionario ebraico può comprendere meglio la poliedricità di una parola e valutare quale significato, tra i tanti possibili, è stato scelto nella traduzione. Si può quindi considerare se esiste un termine più appropriato in italiano per esprimere la profondità di quel concetto in ebraico.
Il termine néfesh
Prendiamo, ad esempio, il termine nefesh (נֶ֫פֶשׁ). Tradotto spesso con “anima”, questo termine, nell’ebraico biblico, ha una gamma di significati molto più ampia e complessa rispetto alla concezione moderna di anima come entità immateriale. Filologicamente, nefesh deriva da una radice che si collega al respiro e alla vitalità, e significa essenzialmente “vita” o “essere vivente”. In contesti specifici, nefesh indica la persona nella sua interezza, comprendendo tanto la dimensione fisica quanto quella emotiva e psicologica.
Questo concetto appare in vari passi della Bibbia ebraica, in cui nefesh può indicare il desiderio vitale, la sete di vita, come in Genesi 2,7, dove si descrive la creazione dell’uomo: Dio soffia nelle sue narici il soffio vitale e l’uomo diviene un essere vivente (nefesh chayah, נֶפֶשׁ חַיָּה). In questo contesto, nefesh non è un’anima separata dal corpo, ma una forza vitale che anima l’intero essere.
Il significato nella LXX
La traduzione greca della Bibbia, la Septuaginta, rende nefesh con psiché (ψυχή), termine che nelle tradizioni filosofiche greche assumerà il significato di “anima” come principio immateriale e immortale. Questo passaggio dal concetto ebraico di nefesh a quello greco di psiché ha aperto la strada a una concezione dualistica, che separa anima e corpo, influenzando profondamente la teologia e la filosofia occidentale.
Conoscere l’ebraico, dunque, consente di dissolvere molti luoghi comuni e fraintendimenti che si sono stratificati nel tempo, restituendo alle parole bibliche la loro complessità e profondità originaria. Approfondire il senso di termini come nefesh significa riscoprire la Bibbia come un testo vivo, radicato nella realtà umana, capace di parlare ancora oggi, a chi sa leggere oltre la superficie.











