📖 Giobbe 14 – L’uomo e la speranza che sembra impossibile

8 Giugno 2026


🌸 L’uomo è breve come un fiore e fugace come un’ombra – (Gb 14,1-2)

אָדָ֗ם יְל֥וּד אִשָּׁ֗ה קְצַ֥ר יָ֝מִ֗ים וּֽשְׂבַֽע־רֹֽגֶז׃
כְּצִ֣יץ יָ֭צָא וַיִּמָּ֑ל וַיִּבְרַ֥ח כַּ֝צֵּ֗ל וְלֹ֣א יַעֲמֽוֹד׃

’Adàm yelùd ’ishshàh, qetsàr yamìm usevà‘-rògez.
Ketsìts yatsà wayyimmàl; wayyivràch katstsèl welò ya‘amòd.

“L’uomo, nato di donna, è breve di giorni e sazio di inquietudine.
Come un fiore spunta e appassisce; fugge come l’ombra e non rimane.” (Gb 14,1-2)

Il capitolo si apre con una meditazione universale.

Giobbe non dice: “Io sono breve di giorni”. Dice: “L’uomo è breve di giorni” (Gb 14,1). La sua sofferenza personale diventa una finestra sulla condizione umana.

L’uomo è “nato di donna” (Gb 14,1). Non viene al mondo da sé. Non è origine di se stesso. Riceve la vita, e proprio perché la riceve, la possiede in modo fragile. Poi Giobbe aggiunge due immagini: il fiore e l’ombra.

Il fiore nasce, appare, colora per un istante il campo, poi appassisce (Gb 14,2). L’ombra sembra esserci, ma fugge continuamente; non può essere trattenuta (Gb 14,2).

Sono immagini semplicissime e potentissime. L’uomo non è paragonato a una roccia, a una montagna, a una città. È paragonato a un fiore e a un’ombra. Bello, ma fragile. Reale, ma fugace. Presente, ma già in fuga.

Giobbe non sta facendo poesia astratta. Sta guardando la propria vita piagata e, attraverso di essa, la vita di tutti. L’uomo nasce, soffre, si agita, passa. E proprio su un essere così fragile Dio tiene aperti gli occhi.


👁️ Perché Dio giudica una creatura così fragile? – (Gb 14,3-6)

אַף־עַל־זֶ֭ה פָּקַ֣חְתָּ עֵינֶ֑ךָ וְ֝אֹתִ֗י תָּבִ֥יא בְמִשְׁפָּֽט עִמָּֽךְ׃
מִֽי־יִתֵּ֣ן טָ֭הוֹר מִטָּמֵ֗א לֹ֣א אֶחָֽד׃
אִם־חֲרוּצִ֨ים יָמָ֥יו מִסְפַּר־חֳדָשָׁ֥יו אִתָּ֑ךְ חֻקָּ֥יו עָ֝שִׂ֗יתָ וְלֹ֣א יַעֲבֽוֹר׃
שְׁעֵ֣ה מֵעָלָ֣יו וְיֶחְדָּ֑ל עַד־יִ֝רְצֶ֗ה כְּשָׂכִ֥יר יוֹמֽוֹ׃

’Af-‘al-zèh paqàchta ‘enèkha, we’otì tavì vemishpàt ‘immàkh?
Mi-yittèn tahòr mittamè? Lo ’echàd.
’Im-charutsìm yamàw, mispàr-chodashàw ’ittàkh; chuqqàw ‘asìta welò ya‘avòr.
She‘èh me‘alàw weyechdàl, ‘ad-yirtsèh kesakhìr yomò.

“Anche sopra un tale essere tieni aperto il tuo occhio, e me conduci in giudizio con te?
Chi può trarre il puro dall’impuro? Nessuno.
Se i suoi giorni sono fissati, se il numero dei suoi mesi è presso di te, se gli hai posto un limite che non può oltrepassare,
distogli lo sguardo da lui, perché abbia tregua, finché compia come un salariato la sua giornata.” (Gb 14,3-6)

Giobbe passa dalla fragilità dell’uomo al problema del giudizio. Se l’uomo è così breve, così inquieto, così fragile, perché Dio lo osserva con tanta attenzione? Perché lo chiama in giudizio? (Gb 14,3).

Questa domanda riprende un tema già apparso nei capitoli precedenti. Giobbe aveva chiesto: “Che è quest’uomo perché tu ne faccia tanto conto?” (Gb 7,17). Aveva supplicato Dio di lasciarlo respirare un poco (Gb 10,20). Ora chiede ancora: perché tanta pressione su una creatura così debole?

Poi dice: “Chi può trarre il puro dall’immondo? Nessuno” (Gb 14,4). La frase è difficile e profonda. Giobbe non sta confessando una colpa specifica che giustifichi le accuse degli amici. Sta parlando della condizione umana: l’uomo, nato dentro la fragilità, non può produrre da sé una purezza assoluta.

L’uomo è limitato fin dall’origine. I suoi giorni sono contati. I suoi mesi dipendono da Dio. Il suo limite è fissato e non può essere superato (Gb 14,5).

Per questo Giobbe chiede a Dio di distogliere lo sguardo (Gb 14,6). Non perché voglia fuggire definitivamente da lui, ma perché desidera una tregua. Come un salariato aspetta la fine della giornata, così l’uomo vorrebbe almeno completare il poco tempo che gli è dato senza sentirsi schiacciato da un giudizio continuo.

È una preghiera minima e struggente: lasciami finire la mia giornata.


🌳 L’albero ha speranza, l’uomo no? – (Gb 14,7-12)

כִּ֤י יֵ֥שׁ לָעֵ֗ץ תִּקְוָ֫ה אִם־יִ֭כָּרֵת וְע֣וֹד יַחֲלִ֑יף וְ֝יֹנַקְתּ֗וֹ לֹ֣א תֶחְדָּֽל׃
אִם־יַזְקִ֣ין בָּאָ֣רֶץ שָׁרְשׁ֑וֹ וּ֝בֶעָפָ֗ר יָמ֥וּת גִּזְעֽוֹ׃
מֵרֵ֣יחַ מַ֭יִם יַפְרִ֑חַ וְעָשָׂ֖ה קָצִ֣יר כְּמוֹ־נָֽטַע׃
וְגֶ֣בֶר יָ֭מוּת וַֽיֶּחֱלָ֑שׁ וַיִּגְוַ֖ע אָדָ֣ם וְאַיּֽוֹ׃

Ki yesh la‘èts tiqwàh: ’im-yikkarèt we‘òd yachalìf, weyonàqtò lo techdàl.
’Im-yazqìn ba’àrets shoreshò, uve‘afàr yamùt giz‘ò.
Merèach màyim yafriach, we‘asà qatsìr kemo-nàta‘.
Wegèver yamùt wayyechelàsh; wayyigwà‘ ’adàm we’ayyò?

“Poiché per l’albero c’è speranza: se viene tagliato, ancora germoglia, e il suo virgulto non cessa.
Se sotto terra invecchia la sua radice e nella polvere muore il suo tronco,
al profumo dell’acqua rifiorisce e produce rami come una pianta nuova.
Ma l’uomo muore e giace inerte; l’essere umano spira, e dov’è?” (Gb 14,7-10)

Questa è una delle immagini più belle del capitolo.

Giobbe guarda l’albero. Anche se viene tagliato, può ributtare. Anche se la radice invecchia nella terra e il tronco sembra morto nella polvere, basta il “profumo dell’acqua” perché torni a germogliare (Gb 14,7-9).

L’espressione è meravigliosa: non serve nemmeno l’acqua piena, basta il suo sentore, il suo odore, il suo annuncio. La vita dell’albero sembra nascosta, ma non perduta. Può ripartire.

Poi arriva il contrasto: l’uomo invece muore, giace inerte, spira. E dov’è? (Gb 14,10).

Giobbe vede nella natura una speranza che sembra negata all’uomo. L’albero tagliato può ricominciare. L’uomo, una volta morto, sembra scomparire. Il mare può ritirarsi, i fiumi possono seccarsi, ma l’uomo che giace non si rialza finché durano i cieli (Gb 14,11-12).

Qui ritorna il grande tema dell’intermezzo possibile tra natura e Dio: Giobbe osserva la natura, ma non vi trova una risposta semplice. La natura non gli dice automaticamente che tutto rinasce. Al contrario, gli mostra un paradosso: l’albero ha una possibilità, l’uomo sembra non averla.

Il dolore di Giobbe nasce anche da questo confronto. La creatura umana, che dovrebbe essere più preziosa, appare più fragile di un albero. La natura sembra custodire cicli di ritorno; l’uomo sembra consegnato a un sonno senza risveglio.


🕳️ “Oh, se tu mi nascondessi nello she’òl!” – (Gb 14,13-15)

מִ֤י יִתֵּ֨ן בִּשְׁא֬וֹל תַּצְפִּנֵ֗נִי תַּ֭סְתִּירֵנִי עַד־שׁ֣וּב אַפֶּ֑ךָ תָּ֤שִֽׁית לִ֖י חֹ֣ק וְתִזְכְּרֵֽנִי׃
אִם־יָמ֥וּת גֶּ֗בֶר הֲיִ֫חְיֶ֥ה כָּל־יְמֵ֣י צְבָאִ֣י אֲיַחֵ֑ל עַד־בּ֖וֹא חֲלִיפָתִֽי׃
תִּ֭קְרָא וְאָנֹכִ֣י אֶֽעֱנֶ֑ךָּ לְמַעֲשֵׂ֖ה יָדֶ֣יךָ תִכְסֹֽף׃

Mi-yittèn bish’òl tatspinèni; tastirèni ‘ad-shuv ’appèkha; tashìt li choq wetizkerèni.
’Im-yamùt gèver hayichyèh? Kol-yemè tseva’ì ’ayachèl, ‘ad-bo chalifatì.
Tiqrà, we’anokhì ’e‘enèkkà; lema‘asèh yadèkha tikhsof.

“Oh, se tu mi nascondessi nello she’òl, se mi occultassi finché passi la tua ira, se mi fissassi un termine e poi ti ricordassi di me!
Se l’uomo muore, potrà rivivere? Tutti i giorni del mio servizio aspetterei, finché arrivi il mio cambio.
Tu chiameresti e io ti risponderei; avresti nostalgia dell’opera delle tue mani.” (Gb 14,13-15)

Qui si apre il punto più sorprendente del capitolo. Giobbe immagina una possibilità: essere nascosto nello she’òl finché passi l’ira di Dio, e poi essere ricordato da lui (Gb 14,13).

Non è ancora una dottrina chiara della risurrezione. È piuttosto un desiderio, una fantasia teologica, una speranza che nasce dentro l’impossibile. Giobbe non dice con sicurezza: “Io risorgerò”. Dice: “Oh, se fosse possibile!”. Chiede a Dio di fissargli un termine e poi ricordarsi di lui (Gb 14,13).

Il verbo “ricordare” è importantissimo. Nella Bibbia, quando Dio si ricorda, non significa semplicemente che recupera un’informazione dimenticata. Significa che torna a guardare, torna ad agire, torna a prendere in mano una relazione. Dio si ricorda di Noè dopo il diluvio (Gen 8,1), si ricorda della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe (Es 2,24), si ricorda della sua misericordia (Lc 1,54).

Giobbe osa desiderare questo: che Dio si ricordi di lui anche oltre la morte.

Poi formula la domanda: “Se l’uomo muore, potrà rivivere?” (Gb 14,14). La domanda resta sospesa. Non riceve ancora una risposta piena. Ma il fatto che venga posta è già enorme.

Subito dopo, Giobbe immagina una scena tenerissima: Dio chiama, e lui risponde (Gb 14,15). Dio prova nostalgia per l’opera delle sue mani (Gb 14,15). È un’immagine opposta a quella dei capitoli precedenti, dove Dio sembrava inseguirlo, spiarlo, schiacciarlo. Qui Dio appare come il Creatore che desidera di nuovo la sua creatura.

Per un attimo, il volto di Dio cambia.

Non è più solo il giudice che osserva.
Non è più solo la mano che pesa.
Non è più solo il terrore che paralizza.
È il Creatore che ha nostalgia dell’uomo plasmato dalle sue mani.

Questo è uno dei momenti più commoventi del libro.


🧺 Il sogno di un peccato sigillato e cancellato – (Gb 14,16-17)

כִּֽי־עַ֭תָּה צְעָדַ֣י תִּסְפּ֑וֹר לֹֽא־תִ֝שְׁמ֗וֹר עַל־חַטָּאתִֽי׃
חָתֻ֣ם בִּצְר֣וֹר פִּשְׁעִ֑י וַ֝תִּטְפֹּ֗ל עַל־עֲוֹנִֽי׃

Ki-‘attàh tse‘adày tispòr; lo-tishmòr ‘al-chattatì.
Chatùm bitsròr pish‘ì; wattitpòl ‘al-‘awonì.

“Allora conteresti i miei passi, ma non spieresti il mio peccato.
Sigillato in un sacchetto sarebbe il mio misfatto, e tu copriresti la mia colpa.” (Gb 14,16-17)

Giobbe continua il sogno iniziato nei versetti precedenti.

Se Dio lo nascondesse nello she’òl e poi si ricordasse di lui, allora il suo rapporto con Dio cambierebbe. Dio potrebbe contare i suoi passi, ma non per spiare il peccato (Gb 14,16). Potrebbe guardarlo senza trasformare ogni gesto in accusa.

Il contrasto con i capitoli precedenti è evidente. Giobbe aveva detto che Dio metteva i suoi piedi nei ceppi, spiava tutti i suoi passi e segnava le orme dei suoi piedi (Gb 13,27). Qui invece immagina uno sguardo diverso: Dio vede, ma non perseguita; conosce, ma non schiaccia; accompagna, ma non accusa.

Poi l’immagine diventa giuridica e quasi domestica: il misfatto viene sigillato in un sacchetto, la colpa viene coperta (Gb 14,17). Giobbe desidera che il peccato non sia più un dossier aperto contro di lui, ma qualcosa che Dio può chiudere, contenere, superare.

È importante notare che Giobbe non nega in astratto la possibilità della colpa. Ha già chiesto a Dio di fargli conoscere colpe e peccati (Gb 13,23). Ma non accetta che tutta la sua esistenza venga ridotta a un’accusa. Sogna un Dio capace di custodire la verità senza trasformarla in persecuzione.

Per un momento, Giobbe intravede un perdono possibile.


⛰️ Ma la speranza dell’uomo viene consumata – (Gb 14,18-20)

וְאוּלָ֗ם הַר־נוֹפֵ֥ל יִבּ֑וֹל וְ֝צ֗וּר יֶעְתַּ֥ק מִמְּקֹמֽוֹ׃
אֲבָנִ֤ים ׀ שָׁ֥חֲקוּ מַ֗יִם תִּשְׁטֹֽף־סְפִיחֶ֥יהָ עֲפַר־אָ֑רֶץ וְתִקְוַ֖ת אֱנ֣וֹשׁ הֶאֱבַֽדְתָּ׃
תִּתְקְפֵ֣הוּ לָ֭נֶצַח וַיַּהֲלֹ֑ךְ מְשַׁנֶּ֖ה פָנָ֣יו וַֽתְּשַׁלְּחֵֽהוּ׃

We’ulàm har-nofèl yibbòl; wetsùr ye‘ttàq mimmeqomò.
’Avanìm shachaqù màyim; tishtòf-sefichèha ‘afar-’àrets; wetiqwàt ’enòsh he’evàdta.
Titqefèhu lanètsach wayyahalòkh; meshannèh fanàw watteshallchèhu.

“Eppure un monte che cade si disfa, e una rupe si stacca dal suo luogo.
Le acque consumano le pietre; le alluvioni portano via la polvere della terra: così tu fai perire la speranza dell’uomo.
Lo abbatti per sempre ed egli se ne va; cambi il suo volto e lo mandi via.” (Gb 14,18-20)

Dopo il lampo di speranza, torna il buio.

Giobbe guarda ancora la natura, ma questa volta non vede il germoglio dell’albero. Vede il monte che frana, la rupe che si stacca, le acque che consumano le pietre, le alluvioni che portano via il terreno (Gb 14,18-19).

La natura ora non è immagine di rinascita, ma di erosione. Anche ciò che sembra più solido viene consumato. Il monte cade. La roccia si stacca. La pietra viene levigata dall’acqua. La terra viene trascinata via.

E Giobbe conclude: così Dio annienta la speranza dell’uomo (Gb 14,19).

È una frase durissima. Il sogno dei versetti 13-17 sembra spegnersi. Giobbe torna alla sua esperienza immediata: l’uomo viene abbattuto, se ne va, il suo volto viene sfigurato, viene mandato via (Gb 14,20).

Qui la speranza non è negata con un ragionamento astratto, ma consumata dall’esperienza. Giobbe aveva intravisto la possibilità che Dio lo chiamasse. Ora sente di nuovo che Dio lo scaccia.

Il capitolo mostra così il movimento reale della fede ferita: un istante di speranza, poi il ritorno del buio. Un desiderio di essere ricordati, poi la sensazione di essere mandati via.

Questa oscillazione non è incoerenza. È umanissima. Chi soffre conosce bene questi movimenti: a volte una piccola luce sembra possibile; subito dopo il dolore torna a occupare tutto lo spazio.


🕯️ Il morto non sa più nulla dei suoi figli – (Gb 14,21-22)

יִכְבְּד֣וּ בָ֭נָיו וְלֹ֣א יֵדָ֑ע וְ֝יִצְעֲר֗וּ וְלֹא־יָבִ֥ין לָֽמוֹ׃
אַךְ־בְּ֭שָׂרוֹ עָלָ֣יו יִכְאָ֑ב וְ֝נַפְשׁ֗וֹ עָלָ֥יו תֶּאֱבָֽל׃

Yikhbedù vanàw welò yedà‘; weyits‘arù welò-yavìn lamò.
’Akh-besarò ‘alàw yikh’àv, wenafshò ‘alàw te’evàl.

“I suoi figli siano onorati, egli non lo sa; siano disprezzati, non lo comprende per loro.
Soltanto la sua carne sopra di lui prova dolore, e la sua anima sopra di lui fa lutto.” (Gb 14,21-22)

La conclusione del capitolo è amarissima.

Giobbe immagina l’uomo morto come separato perfino dalla sorte dei figli. Se i figli vengono onorati, non lo sa. Se vengono disprezzati, non se ne accorge (Gb 14,21).

Questa frase ha un peso enorme nella storia di Giobbe, perché egli ha perso i suoi figli (Gb 1,18-19). La separazione dalla discendenza non è un’idea astratta. È una ferita reale. Giobbe sa cosa significa non poter più proteggere i propri figli.

La morte, nella sua visione immediata, interrompe la relazione. L’uomo non partecipa più alla storia della sua casa. Non accompagna più il destino dei figli. Non può gioire del loro onore né soffrire del loro disonore.

Il v. 22 chiude con un’immagine difficile: la carne soffre su di lui, la sua anima fa lutto su di lui (Gb 14,22). È come se l’uomo fosse ripiegato sulla propria condizione di dolore. Non vede oltre. Non sa oltre. Sente solo il proprio consumarsi.

Il capitolo termina dunque nel lamento, non nella soluzione.

Ma la domanda resta aperta: se l’uomo muore, potrà rivivere? (Gb 14,14). Anche se Giobbe non riesce ancora a rispondere, il libro ha ormai fatto emergere il desiderio più profondo: che Dio non lasci la sua creatura nell’oblio.


📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 1–20, Word Biblical Commentary 17, Dallas: Word Books, 1989.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press / Westminster John Knox Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.

Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.

Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.

Kathryn M. Schifferdecker, Out of the Whirlwind: Creation Theology in the Book of Job, Harvard Theological Studies 61, Cambridge, MA: Harvard University Press / Harvard Divinity School, 2008.

Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906; edizione elettronica enhanced Logos, 2000.

Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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