📖 Dio è troppo grande per essere chiamato in giudizio – (Giobbe 9)

25 Maggio 2026


👥 Personaggi principali

אִיּוֹב – ’Iyyòv – Giobbe

אִיּוֹב, ’Iyyòv, è il protagonista. Nei primi due capitoli è stato presentato come uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Nei capitoli successivi, però, il suo dolore esplode in parole sempre più radicali.

אֵל – ’El – Dio

In Gb 9,2 compare אֵל, ’El, “Dio”. È un nome breve, solenne, antico. Giobbe si chiede come possa un uomo essere dichiarato giusto davanti a Dio. Il testo ebraico del capitolo conferma la presenza di אֵל in questo passaggio decisivo. (biblehub.com)

אֱנוֹשׁ – ’enòsh – l’uomo fragile

Sempre in Gb 9,2 appare אֱנוֹשׁ, ’enòsh, “uomo”, con una sfumatura di fragilità e mortalità. Non è l’uomo visto nella sua forza, ma l’essere umano vulnerabile. Giobbe non sta immaginando un eroe davanti a Dio: sta parlando dell’uomo nella sua debolezza.

רָהַב – Ràhav – Raab

In Gb 9,13 compare רָהַב, Ràhav. Non si tratta della donna di Gerico, ma di una figura simbolica collegata alle forze caotiche del mare e del mito. In testi poetici biblici, Raab può evocare potenze ribelli vinte da Dio. Giobbe la menziona per dire che perfino i grandi sostenitori del caos si piegano sotto Dio.

מוֹכִיחַ – mokhìach – arbitro / mediatore / giudice tra le parti

In Gb 9,33 compare una parola fondamentale: מוֹכִיחַ, mokhìach. Può indicare chi decide, corregge, arbitra, mette ordine in una contesa. Giobbe sente che tra lui e Dio manca proprio questa figura: qualcuno che possa porre la mano su entrambi e rendere possibile un confronto non schiacciato dalla sproporzione.


⚖️ “Come può un uomo aver ragione davanti a Dio?” – (Gb 9,1-4)

אָ֭מְנָם יָדַ֣עְתִּי כִי־כֵ֑ן וּמַה־יִּצְדַּ֖ק אֱנ֣וֹשׁ עִם־אֵֽל׃
אִם־יַחְפֹּץ לָרִיב עִמּוֹ לֹא־יַעֲנֶנּוּ אַחַת מִנִּי־אָלֶף׃

’Amnàm yadà‘ti ki-khèn; umah-yitsdàq ’enòsh ‘im-’El?
’Im-yachpòts larìv ‘immò, lo-ya‘anènnu ’achàt minnì-’àlef.

“In verità, so che è così: ma come può essere giusto un uomo davanti a Dio?
Se volesse contendere con lui, non gli risponderebbe una volta su mille.”

Giobbe comincia con una frase inattesa: “In verità, io so che è così”. Non sta rifiutando in blocco il discorso di Bildad. Sa anche lui che Dio è giusto. Sa anche lui che Dio non è un giudice corrotto. Sa anche lui che l’uomo non può mettersi davanti a Dio come se fosse davanti a un pari.

Ma proprio qui nasce il problema. Bildad aveva detto: Dio non sovverte la giustizia. Giobbe risponde: è vero, ma come potrei io dimostrare la mia giustizia davanti a lui?

La domanda usa il verbo collegato alla radice צדק, “essere giusto”, “essere dichiarato giusto”. Giobbe non chiede semplicemente: “Come posso vincere?”. Chiede: “Come può un uomo risultare giusto davanti a Dio?”.

Il punto è la sproporzione. Se l’uomo volesse discutere con Dio, non riuscirebbe a rispondere una volta su mille. Dio è חֲכַם לֵבָב, chakhàm levàv, “saggio di cuore”, e אַמִּיץ כֹּחַ, ’ammìts kòach, “potente per la forza”. Nessuno può irrigidirsi contro di lui e uscirne intero.

È una verità religiosa, ma per Giobbe non è consolante. È spaventosa. Perché se Dio è infinitamente più grande, allora anche l’uomo innocente rischia di non riuscire a far valere la propria voce.

Qui Giobbe tocca un punto delicatissimo: il problema non è solo se Dio sia giusto; il problema è se l’uomo possa sperimentare quella giustizia quando si trova schiacciato dal dolore.


🌌 Il Dio che scuote la terra e sigilla le stelle – (Gb 9,5-10)

הַמַּעְתִּיק הָרִים וְלֹא יָדָעוּ אֲשֶׁר הֲפָכָם בְּאַפּוֹ׃
הַמַּרְגִּיז אֶרֶץ מִמְּקוֹמָהּ וְעַמּוּדֶיהָ יִתְפַלָּצֽוּן׃
נֹטֶה שָׁמַיִם לְבַדּוֹ וְדוֹרֵךְ עַל־בָּמֳתֵי יָם׃
עֹשֶׂה־עָשׁ כְּסִיל וְכִימָה וְחַדְרֵי תֵמָן׃

Hamma‘tìq harìm welò yadà‘u, ’asher hafakhàm be’appò.
Hammargìz ’èrets mimmeqomàh, we‘ammudèha yitpallatsùn.
Notèh shamàyim levaddò, wedòrèkh ‘al-bomotè yam.
‘Osèh-‘Ash, Kesìl weKhimàh, wechadrè Temàn.

“Egli sposta le montagne senza che se ne accorgano, le sconvolge nella sua ira.
Scuote la terra dal suo posto e le sue colonne tremano.
Da solo stende i cieli e cammina sulle alture del mare.
Fa l’Orsa, Orione e le Pleiadi, e le stanze del sud.”

Giobbe passa a descrivere la potenza cosmica di Dio. È un linguaggio altissimo. Dio sposta le montagne, scuote la terra, fa tremare le sue colonne, comanda al sole, sigilla le stelle, stende i cieli, cammina sul mare, crea le costellazioni.

In altri contesti, immagini simili sarebbero motivo di lode. Qui, invece, sono ambigue. Giobbe riconosce la grandezza di Dio, ma quella grandezza gli appare anche inaccessibile e terribile.

Il Dio che “sposta le montagne” non è facilmente convocabile in tribunale. Il Dio che “scuote la terra” non può essere costretto a rispondere. Il Dio che “cammina sulle onde del mare” domina perfino le potenze caotiche che l’uomo teme.

Le costellazioni nominate — עָשׁ, ‘Ash, כְּסִיל, Kesìl, כִימָה, Khimàh — rimandano al cielo notturno osservato come grande mappa del mistero. La tradizione le identifica comunemente con Orsa, Orione e Pleiadi, pur con qualche cautela nei dettagli antichi. L’effetto poetico è chiaro: il mondo visibile, dalle montagne alle stelle, è sotto la potenza di Dio.

Poi Giobbe riprende una formula già ascoltata in Giobbe 5 sulle labbra di Elifaz: Dio “fa cose grandi da non potersi indagare, meraviglie senza numero”. Ma in bocca a Giobbe la stessa frase suona diversa. Elifaz la usava per invitare Giobbe alla fiducia. Giobbe la usa per esprimere la propria impossibilità di comprendere e di difendersi.

La stessa verità può consolare o spaventare, a seconda del luogo da cui viene pronunciata.

👁️ Dio passa vicino, ma Giobbe non lo vede – (Gb 9,11-13)

הֵן יַעֲבֹר עָלַי וְלֹא אֶרְאֶה וְיַחֲלֹף וְלֹא־אָבִין לוֹ׃
הֵן יַחְתֹּף מִי יְשִׁיבֶנּוּ מִי־יֹאמַר אֵלָיו מַה־תַּעֲשֶׂה׃
אֱלוֹהַּ לֹא־יָשִׁיב אַפּוֹ תחתו שָׁחֲחוּ עֹזְרֵי רָהַב׃

Hen ya‘avòr ‘alày welò ’er’èh; weyachalòf welò-’avìn lò.
Hen yachtòf, mi yeshivènnu? Mi-yomàr ’elàw: mah-ta‘asèh?
’Elòah lo-yashìv appò; tachtàw shachachù ‘ozrè Ràhav.

“Ecco, passa accanto a me e non lo vedo; se va oltre, non me ne accorgo.
Ecco, se rapisce, chi lo farà restituire? Chi gli dirà: che cosa fai?
Dio non ritira la sua ira; sotto di lui si piegano i sostenitori di Raab.”

Qui la grandezza cosmica di Dio diventa esperienza personale. Giobbe dice: Dio passa vicino a me, ma io non lo vedo. Mi attraversa accanto, ma io non lo percepisco.

È un’affermazione straordinaria. Dio non è semplicemente lontano. Passa vicino, ma resta inafferrabile. La presenza di Dio non coincide automaticamente con la percezione umana di Dio.

Questo riprende il tema di Giobbe 7, ma lo approfondisce. Là Giobbe sentiva Dio troppo vicino, come uno sguardo che lo sorvegliava. Qui, invece, Dio è vicino ma invisibile. È presente, ma non disponibile. Agisce, ma non si lascia interrogare.

Il v. 12 è ancora più duro: se Dio prende, chi può costringerlo a restituire? Chi può dirgli: “Che fai?”.

Questa domanda è centrale. Giobbe non nega che Dio abbia potere. Anzi, lo afferma con forza. Ma il potere di Dio, quando non è compreso dall’uomo ferito, può apparire come qualcosa contro cui non esiste ricorso.

Il riferimento a רָהַב, Ràhav, rafforza l’idea. Se perfino le grandi potenze caotiche si piegano sotto Dio, che cosa potrà fare Giobbe? Egli non è Raab, non è un mostro cosmico, non è un ribelle primordiale. È un uomo piagato. Eppure si sente schiacciato da una forza alla quale nessuno può opporsi.


🏛️ Il processo impossibile: anche avendo ragione, Giobbe non può rispondere – (Gb 9,14-20)

אַף כִּי־אָנֹכִי אֶעֱנֶנּוּ אֶבְחֲרָה דְבָרַי עִמּוֹ׃
אֲשֶׁר אִם־צָדַקְתִּי לֹא אֶעֱנֶה לִמְשֹׁפְטִי אֶתְחַנָּן׃
אִם־צָדַקְתִּי פִי יַרְשִׁיעֵנִי תָּם־אָנִי וַיַּעְקְשֵׁנִי׃

’Af ki-’anokhì ’e‘enènnu; ’evcharàh devarày ‘immò?
’Asher ’im-tsadàqti lo ’e‘enèh; limshoftì ’etchannàn.
’Im-tsadàqti, pì yarshi‘èni; tam-’anì, wayya‘qeshèni.

“Tanto meno io potrei rispondergli, scegliere le mie parole con lui!
Anche se fossi giusto, non risponderei; al mio giudice chiederei pietà.
Se fossi giusto, la mia bocca mi condannerebbe; se fossi integro, egli mi renderebbe storto.”

Giobbe immagina un processo. Ma è un processo impossibile. Dio è insieme la parte più forte, il giudice e colui davanti al quale l’uomo deve parlare. Giobbe non vede uno spazio neutrale in cui la sua causa possa essere ascoltata.

Dice: anche se avessi ragione, non saprei rispondere. Anche se fossi innocente, dovrei supplicare il mio giudice. Anche se fossi giusto, la mia stessa bocca mi condannerebbe.

Qui il dramma diventa quasi insopportabile. Giobbe non dice semplicemente: “Sono colpevole”. Dice: “Perfino la mia innocenza non riuscirebbe a reggere davanti a Dio”.

La parola תָּם, tam, “integro”, è importantissima. È la stessa qualità che il prologo attribuisce a Giobbe. Il lettore sa che Giobbe è davvero tam. Ma nel suo dolore Giobbe sente che neppure questa integrità può essere difesa. Davanti a Dio, ogni parola rischia di diventare accusa contro chi parla.

Questo è il rovesciamento del linguaggio degli amici. Gli amici dicono: se sei integro, Dio ti ristabilirà. Giobbe dice: anche se sono integro, non riesco a dimostrarlo davanti a lui.

Il problema non è soltanto morale. È processuale, relazionale, esistenziale: manca uno spazio in cui l’uomo possa parlare senza essere schiacciato dalla paura.

⚡ “Egli fa perire l’innocente e il colpevole”: lo scandalo del male – (Gb 9,21-24)

תָּם־אָנִי לֹא־אֵדַע נַפְשִׁי אֶמְאַס חַיָּי׃
אַחַת הִיא עַל־כֵּן אָמַרְתִּי תָּם וְרָשָׁע הוּא מְכַלֶּה׃
אֶרֶץ נִתְּנָה בְיַד־רָשָׁע פְּנֵי־שֹׁפְטֶיהָ יְכַסֶּה אִם־לֹא אֵפוֹא מִי־הוּא׃

Tam-’anì, lo-’edà‘ nafshì; ’em’às chayyày.
’Achàt hì; ‘al-kèn ’amàrti: tam werashà‘ hù mekhallèh.
’Èrets nittnah veyàd-rashà‘; penè-shoftèha yekhassèh; ’im-lo ’efo, mi-hù?

“Integro sono; non riconosco più me stesso; detesto la mia vita.
È una cosa sola; perciò ho detto: egli consuma l’integro e il malvagio.
La terra è data in mano al malvagio; egli copre il volto dei suoi giudici. Se non è lui, chi dunque?”

Questa è la sezione più scandalosa del capitolo. Giobbe osa dire che Dio fa perire l’innocente e il colpevole. Non sta formulando una dottrina definitiva su Dio; sta parlando dalla sua esperienza di devastazione. Ma il testo non attenua la frase.

Gli amici difendono un ordine chiaro: l’integro viene salvato, l’empio viene distrutto. Giobbe guarda il mondo e dice: non è così semplice. Il flagello uccide all’improvviso. Gli innocenti vengono travolti. La terra sembra consegnata al malfattore. I giudici hanno il volto coperto.

È il momento in cui Giobbe rifiuta con più forza la lettura meccanica della retribuzione. Se guardiamo solo alla realtà visibile, dice, non vediamo sempre il giusto premiato e il malvagio punito. Vediamo anche innocenti travolti e colpevoli potenti.

Il v. 24 è quasi una domanda lanciata nel vuoto: se non è Dio a permettere questo, chi è? Giobbe non ha ancora una risposta. Non conosce la scena celeste del prologo come la conosce il lettore. Dal suo punto di vista, tutto ciò che accade ricade sotto il mistero terribile della sovranità divina.

Questa sezione è importante perché mostra la grande onestà del libro di Giobbe. La Bibbia non censura la domanda più dura: perché il mondo appare spesso consegnato all’ingiustizia? Perché l’innocente può essere travolto insieme al colpevole? Perché chi dovrebbe giudicare sembra avere il volto coperto?

Giobbe non riceve ancora risposta. Ma il suo grido resta dentro la Scrittura.

🏃 I giorni che fuggono e la purezza impossibile – (Gb 9,25-31)

וְיָמַי קַלּוּ מִנִּי־רָץ בָּרְחוּ לֹא־רָאוּ טוֹבָה׃
חָלְפוּ עִם־אֳנִיּוֹת אֵבֶה כְּנֶשֶׁר יָטוּשׂ עֲלֵי־אֹכֶל׃
אִם־הִתְרָחַצְתִּי בְמֵי־שָׁלֶג וַהֲזִכּוֹתִי בְּבֹר כַּפָּי׃
אָז בַּשַּׁחַת תִּטְבְּלֵנִי וְתִעֲבוּנִי שַׂלְמוֹתָי׃

Weyamày qallù minnì-ràts; bar’chù, lo-ra’ù tovàh.
Chalefù ‘im-’oniyyòt ’èvèh, kenèsher yatùs ‘alè-’òkhel.
’Im-hitrachàtsti vemè-shàleg, wahazikkòti bevòr kappày,
’az bashshàchat titbelèni, weta‘avùni salmotày.

“I miei giorni sono stati più veloci di un corridore; sono fuggiti, non hanno visto il bene.
Sono passati come barche di giunco, come aquila che piomba sul cibo.
Se anche mi lavassi con acqua di neve e purificassi con soda le mie mani,
allora tu mi immergeresti nella fossa, e le mie vesti avrebbero orrore di me.”

Giobbe ritorna al tema del tempo. Nel capitolo 7 aveva detto che i suoi giorni erano più veloci della spola del tessitore. Qui usa altre immagini: un corridore, barche di giunco, un’aquila che piomba sulla preda.

Il tempo corre, ma non porta bene. I giorni fuggono “senza vedere il bene”. Non sono giorni pieni: sono giorni consumati dalla sofferenza.

Poi Giobbe immagina di purificarsi. Anche se si lavasse con acqua di neve, anche se pulisse le mani con la soda, sarebbe comunque immerso nella fossa. Perfino le sue vesti avrebbero orrore di lui.

L’immagine è potentissima. Gli amici ragionano come se la questione fosse semplice: purificati, cerca Dio, e sarai ristabilito. Giobbe invece sente che nessun lavaggio basterebbe. Non perché egli si riconosca colpevole del male che gli attribuiscono, ma perché davanti a Dio si sente comunque esposto a una condanna impossibile da evitare.

La purezza, in questo momento, gli appare irraggiungibile non per mancanza di desiderio, ma per mancanza di uno spazio in cui essa possa essere riconosciuta.

È una delle intuizioni più tragiche del capitolo: non basta essere innocenti, se non esiste un luogo dove l’innocenza possa essere ascoltata.


🤝 “Non c’è fra noi due un arbitro” – (Gb 9,32-35)

כִּי־לֹא־אִישׁ כָּמֹנִי אֶעֱנֶנּוּ נָבוֹא יַחְדָּו בַּמִּשְׁפָּט׃
לֹא יֵשׁ־בֵּינֵינוּ מוֹכִיחַ יָשֵׁת יָדוֹ עַל־שְׁנֵינוּ׃
יָסֵר מֵעָלַי שִׁבְטוֹ וְאֵמָתוֹ אַל־תְּבַעֲתַנִּי׃
אֲדַבְּרָה וְלֹא אִירָאֶנּוּ כִּי לֹא־כֵן אָנֹכִי עִמָּדִי׃

Ki-lo-’ìsh kamòni ’e‘enènnu; navò yachdàw bammishpàt.
Lo yesh-benènu mokhìach; yashèt yadò ‘al-shenènu.
Yasèr me‘alày shivtò, we’ematò ’al-teva‘atànni.
’Adabberàh welò ’irà’ennu, ki lo-khèn ’anokhì ‘immadì.

“Poiché egli non è un uomo come me, perché io possa rispondergli: entriamo insieme in giudizio.
Non c’è fra noi due un arbitro che ponga la sua mano su entrambi.
Allontani da me la sua verga, e il suo terrore non mi spaventi.
Allora parlerei e non lo temerei, perché così non sono in me stesso.”

Questa è la vetta del capitolo.

Giobbe finalmente nomina ciò che manca: un מוֹכִיחַ, mokhìach, un arbitro, un mediatore, qualcuno capace di stare tra lui e Dio.

Dio non è un uomo come lui. Non si può dire a Dio: “Presentiamoci alla pari in giudizio”. Non c’è simmetria. Non c’è parità. Non c’è un tribunale superiore davanti al quale Dio e Giobbe possano comparire come due parti uguali.

Per questo Giobbe desidera qualcuno che ponga la mano su entrambi. L’immagine è meravigliosa: una mano su Dio e una mano sull’uomo. Qualcuno che renda possibile il dialogo. Qualcuno che tolga la paura. Qualcuno che permetta a Giobbe di parlare senza essere annientato dal terrore.

Giobbe non chiede di vincere con arroganza. Chiede di poter parlare.

“Se Dio allontanasse la sua verga e il suo terrore non mi spaventasse, allora parlerei”. Il problema è la paura. Finché Giobbe sente su di sé la verga e il terrore, non può parlare davvero. Le sue parole sono schiacciate prima ancora di nascere.

L’ultima frase è difficile, ma il senso complessivo è chiaro: nella condizione attuale, Giobbe non è libero davanti a Dio. Non è “in se stesso”. Non riesce a stare davanti a Dio come soggetto capace di parola.

Questo desiderio di un mediatore attraverserà idealmente il libro. Giobbe cerca qualcuno che renda possibile l’incontro tra la santità divina e la fragilità umana, tra il giudice e l’imputato, tra l’onnipotenza e la carne piagata.


📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 1–20, Word Biblical Commentary 17, Dallas: Word Books, 1989.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press / Westminster John Knox Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.

Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.

Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.

Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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