🗣️ “Fino a quando mi tormenterete?” – (Gb 19,1-5)
וַיַּעַן אִיּוֹב וַיֹּאמַר׃
עַד־אָנָה תּוֹגְיוּן נַפְשִׁי
וּתְדַכְּאוּנַנִּי בְמִלִּים׃
זֶה עֶשֶׂר פְּעָמִים תַּכְלִימוּנִי
לֹא־תֵבֹשׁוּ תַּהְכְּרוּ־לִי׃
וְאַף־אָמְנָם שָׁגִיתִי
אִתִּי תָּלִין מְשׁוּגָתִי׃
אִם־אָמְנָם עָלַי תַּגְדִּילוּ
וְתוֹכִיחוּ עָלַי חֶרְפָּתִי׃
Wayya‘an ’Iyyòv wayyòmar.
‘Ad-ànah togheyùn nafshì,
utedakke’unànni vemillìm?
Zeh ‘èser pe‘amìm takhlimùni,
lo-tevòshu tahkerù-li.
We’af-omnàm shagìti,
’ittì talìn meshugatì.
’Im-omnàm ‘alày tagdìlu,
wetokhìchu ‘alày cherpatì.
“Giobbe allora rispose: Fino a quando mi tormenterete e mi opprimerete con le vostre parole? Sono dieci volte che mi insultate e mi maltrattate senza pudore. È poi vero che io abbia mancato? Il mio errore resterebbe comunque presso di me. Non è forse vero che vi innalzate contro di me e mi rinfacciate la mia abiezione?” (Gb 19,1-5)
Giobbe comincia accusando gli amici. La sua sofferenza non viene più solo dalla malattia o dalla perdita. Viene anche dalle parole. Gli amici lo “opprimono con parole” (Gb 19,2). È una frase decisiva, perché mostra che la parola può diventare violenza.
Essi erano venuti per consolare (Gb 2,11), ma progressivamente hanno trasformato il dolore di Giobbe in un caso da spiegare, in una colpa da smascherare, in una lezione morale da impartire. Giobbe 19 raccoglie tutto questo peso.
“Dieci volte” non va probabilmente inteso come un numero aritmetico preciso, ma come espressione di ripetizione insistente (Gb 19,3). Gli amici continuano a tornare sullo stesso punto: se Giobbe soffre, dev’esserci una colpa. Se è colpito, dev’essere punito. Se è umiliato, dev’essere responsabile della sua rovina.
Giobbe non accetta questa logica. Anche se avesse commesso un errore, dice, quell’errore resterebbe presso di lui (Gb 19,4). Gli amici non hanno il diritto di ingigantirsi contro di lui e usare la sua miseria come prova (Gb 19,5).
È un passaggio molto attuale: quando una persona soffre, gli altri possono usare la sua fragilità per sentirsi superiori. Possono trasformare il dolore altrui in argomento. Possono dire: “Vedi? Se gli è successo questo, qualcosa avrà fatto”.
Giobbe smaschera questa violenza. Il dolore non autorizza nessuno a schiacciare chi già è caduto.
🕸️ “Dio mi ha avviluppato nella sua rete” – (Gb 19,6-12)
דְּעוּ־אֵפוֹ כִּי־אֱלוֹהַּ עִוְּתָנִי
וּמְצוּדוֹ עָלַי הִקִּיף׃
הֵן אֶצְעַק חָמָס וְלֹא אֵעָנֶה
אֲשַׁוַּע וְאֵין מִשְׁפָּט׃
אָרְחִי גָדַר וְלֹא אֶעֱבוֹר
וְעַל נְתִיבוֹתַי חֹשֶׁךְ יָשִׂים׃
כְּבוֹדִי מֵעָלַי הִפְשִׁיט
וַיָּסַר עֲטֶרֶת רֹאשִׁי׃
יִתְּצֵנִי סָבִיב וָאֵלַךְ
וַיַּסַּע כָּעֵץ תִּקְוָתִי׃
De‘ù-’efo ki-’Elòah ‘iwwetàni,
umetsudò ‘alày hiqqìf.
Hen ’ets‘aq chamàs welo ’e‘anèh,
’ashawwà‘ we’en mishpàt.
’Orchì gadàr welo ’e‘evòr,
we‘al netivotày chòshekh yasìm.
Kevodì me‘alày hifshìt,
wayyàsar ‘atèret roshì.
Yittetsèni savìv wa’elàkh,
wayyassà‘ ka‘èts tiqwatì.
“Sappiate dunque che Dio mi ha piegato e mi ha avviluppato nella sua rete. Ecco, grido: Violenza! Ma non ho risposta; chiedo aiuto, ma non c’è giustizia. Mi ha sbarrato la strada perché non passi e sul mio sentiero ha disteso le tenebre. Mi ha spogliato della mia gloria e mi ha tolto dal capo la corona. Mi ha disfatto da ogni parte e io sparisco, mi ha strappato, come un albero, la speranza.” (Gb 19,6-10)
Ora Giobbe guarda a Dio.
Le parole sono durissime: “Dio mi ha piegato” (Gb 19,6). L’immagine è quella di una causa deformata, di un diritto distorto. Giobbe sente che Dio stesso ha reso tortuosa la sua situazione. Non solo non lo difende, ma sembra averlo chiuso nella propria rete.
Questa immagine riprende il tema delle trappole del capitolo precedente. Bildad aveva detto che il malvagio cade nella rete, nel laccio e nella fune nascosta (Gb 18,8-10). Giobbe risponde: non sono caduto nella mia rete; è Dio che mi ha avviluppato nella sua.
Il contrasto è fortissimo. Per Bildad la rete prova la colpa del malvagio. Per Giobbe la rete è il mistero di un Dio che appare incomprensibile.
Poi Giobbe grida “violenza”, ma nessuno risponde (Gb 19,7). Chiede aiuto, ma non trova giustizia. È una delle esperienze più dolorose: non solo subire il male, ma non essere riconosciuti come vittime.
Dio gli ha sbarrato la strada, ha posto tenebre sui suoi sentieri, lo ha spogliato della gloria, gli ha tolto la corona dal capo (Gb 19,8-9). Giobbe, un tempo uomo stimato, è ora privato di dignità pubblica. Il suo onore è stato svestito.
L’immagine più struggente è quella dell’albero: “mi ha strappato, come un albero, la speranza” (Gb 19,10). In Giobbe 14 egli aveva detto che per l’albero c’è speranza, perché se viene tagliato può ancora germogliare al sentore dell’acqua (Gb 14,7-9). Ora, invece, sente che la sua speranza è stata sradicata.
Non è solo tagliato: è strappato. E un albero sradicato non aspetta più la pioggia. Ha perso il contatto con la terra.
🏚️ L’assedio di Dio e l’abbandono degli uomini – (Gb 19,11-20)
וַיַּחַר עָלַי אַפּוֹ
וַיַּחְשְׁבֵנִי לוֹ כְצָרָיו׃
יַחַד יָבֹאוּ גְדוּדָיו
וַיָּסֹלּוּ עָלַי דַּרְכָּם
וַיַּחֲנוּ סָבִיב לְאָהֳלִי׃
אַחַי מֵעָלַי הִרְחִיק
וְיֹדְעַי אַךְ־זָרוּ מִמֶּנִּי׃
חָדְלוּ קְרוֹבָי
וּמְיֻדָּעַי שְׁכֵחוּנִי׃
גָּרֵי בֵיתִי וְאַמְהֹתַי
לְזָר תַּחְשְׁבֻנִי
נָכְרִי הָיִיתִי בְעֵינֵיהֶם׃
Wayyìchar ‘alày ’appò,
wayyachshevèni lo ketsaràw.
Yàchad yavò’u gedudàw,
wayyasòllu ‘alày darkàm,
wayyachanù savìv le’oholì.
’Achày me‘alày hirchìq,
weyode‘ày ’akh-zarù mimmènni.
Chadelù qerovày,
umeyudda‘ày shekhechùni.
Garè vetì we’amhotày,
lezàr tachshevùni;
nokhrì hayìti ve‘enèhèm.
“Ha acceso contro di me la sua ira e mi considera come suo nemico. Insieme sono accorse le sue schiere, si sono spianata la strada contro di me e hanno posto l’assedio intorno alla mia tenda. I miei fratelli si sono allontanati da me, persino gli amici mi si sono fatti stranieri. Sono scomparsi vicini e conoscenti, mi hanno dimenticato gli ospiti di casa. Gli ospiti della mia casa e le mie ancelle mi considerano estraneo; un forestiero sono ai loro occhi.” (Gb 19,11-15)
Giobbe si sente trattato da Dio come un nemico (Gb 19,11).
L’immagine è militare: le schiere di Dio accorrono, aprono la strada contro di lui e pongono l’assedio intorno alla sua tenda (Gb 19,12). La tenda, che dovrebbe essere luogo di protezione, diventa luogo assediato. La vita domestica è trasformata in campo di battaglia.
Subito dopo, però, il testo passa dall’assedio divino all’abbandono umano.
Fratelli, amici, parenti, conoscenti, ospiti di casa, serve, servo, moglie, figli della madre, ragazzi, confidenti: tutti si allontanano. Giobbe diventa straniero perfino nella sua casa (Gb 19,13-19).
Questa sezione è una delle più dolorose del libro perché mostra che la sofferenza isola. La malattia e la disgrazia non colpiscono solo il corpo; colpiscono le relazioni. Chi prima era vicino ora prende distanza. Chi prima riconosceva Giobbe ora lo guarda come un estraneo.
Il versetto 17 è particolarmente duro: “Il mio fiato è ripugnante per mia moglie” (Gb 19,17). La sofferenza entra nella dimensione più intima. Perfino la vicinanza coniugale diventa impossibile.
Poi Giobbe dice: “Alla pelle si attaccano le mie ossa” (Gb 19,20). È l’immagine di un corpo ridotto all’estremo, consumato, quasi già scheletro. Non resta che la “pelle dei denti”, espressione proverbiale e difficile, che indica una sopravvivenza minima, al limite dell’annientamento.
Giobbe è vivo, ma la sua vita sembra una sopravvivenza ridotta a filo.
🙏 “Pietà di me, almeno voi miei amici” – (Gb 19,21-22)
חָנֻּנִי חָנֻּנִי אַתֶּם רֵעָי
כִּי יַד־אֱלוֹהַּ נָגְעָה בִּי׃
לָמָּה תִּרְדְּפֻנִי כְמוֹ־אֵל
וּמִבְּשָׂרִי לֹא תִשְׂבָּעוּ׃
Channùni channùni ’attèm re‘ày,
ki yad-’Elòah nage‘àh bi.
Lammàh tirdefùni kemo-’El,
umibbesarì lo tisba‘ù?
“Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici, perché la mano di Dio mi ha percosso! Perché mi perseguitate come Dio e non siete mai sazi della mia carne?” (Gb 19,21-22)
Questi versetti sono il centro emotivo del capitolo. Giobbe non chiede più spiegazioni. Chiede pietà. Ripete due volte: “Pietà, pietà di me” (Gb 19,21). La ripetizione rende il grido quasi fisico. Non è un argomento; è una supplica.
La ragione è chiara: “la mano di Dio mi ha percosso” (Gb 19,21). Giobbe sente già su di sé il peso della mano divina. Perché allora anche gli amici devono perseguitarlo?
La domanda del v. 22 è terribile: “Perché mi perseguitate come Dio?” (Gb 19,22). Gli amici stanno diventando, per Giobbe, il prolungamento della persecuzione. Invece di essere argine al dolore, diventano eco del dolore.
“Non siete mai sazi della mia carne” (Gb 19,22). L’immagine è volutamente cruda. Le parole degli amici sembrano divorare Giobbe. Non si accontentano di vedere il suo corpo distrutto; vogliono ancora consumare la sua dignità, la sua reputazione, la sua innocenza.
Qui il libro raggiunge una profondità impressionante: chi soffre non ha bisogno di essere mangiato dalle interpretazioni degli altri. Ha bisogno di compassione. Giobbe non chiede agli amici di risolvere il mistero. Chiede almeno di non aggiungere ferita a ferita.
✍️ “Oh, se le mie parole si scrivessero!” – (Gb 19,23-24)
מִי־יִתֵּן אֵפוֹ וְיִכָּתְבוּן מִלָּי
מִי־יִתֵּן בַּסֵּפֶר וְיֻחָקוּ׃
בְּעֵט־בַּרְזֶל וְעֹפָרֶת
לָעַד בַּצּוּר יֵחָצְבוּן׃
Mi-yittèn ’efo weyikkatevùn millày,
mi-yittèn bassèfer weyuchàqu.
Be‘èt-barzèl we‘ofàret,
la‘àd batstsùr yechatsvùn.
“Oh, se le mie parole si scrivessero! Se si fissassero in un libro! Fossero incise con stilo di ferro e piombo, per sempre scolpite nella roccia!” (Gb 19,23-24)
Prima della grande professione di speranza, Giobbe desidera che le sue parole vengano scritte.
Non vuole che il suo grido scompaia. Non vuole che la versione degli amici resti l’unica. Non vuole che la sua storia venga archiviata come destino di un colpevole.
Chiede che le sue parole siano fissate in un libro, incise con ferro e piombo, scolpite per sempre nella roccia (Gb 19,23-24). È un’immagine potentissima di memoria. Ciò che gli uomini stanno cancellando deve essere reso permanente.
Questo desiderio prepara i versetti successivi. Giobbe vuole una testimonianza scritta perché sulla terra non trova più testimoni affidabili. Ma subito dopo affermerà che il suo go’èl è vivo (Gb 19,25). La memoria scritta e il Redentore vivo sono due risposte alla stessa paura: essere cancellato.
Bildad aveva appena detto che il ricordo del malvagio sparisce dalla terra e il suo nome non viene più pronunciato (Gb 18,17). Giobbe risponde chiedendo che le sue parole siano incise per sempre. È come se dicesse: non sarò cancellato dalla vostra interpretazione.
La scrittura diventa resistenza contro l’oblio.
🌅 “Io lo so che il mio Redentore è vivo” – (Gb 19,25
וַאֲנִי יָדַעְתִּי גֹּאֲלִי חָי
וְאַחֲרוֹן עַל־עָפָר יָקוּם׃
Wa’anì yadà‘ti go’alì chày,
we’acharòn ‘al-‘afàr yaqùm.
“Ma io so: il mio redentore è vivo, e come ultimo / alla fine si ergerà sulla polvere.” (Gb 19,25)
Questo è uno dei versetti più celebri e più discussi di tutto il libro di Giobbe.
La frase comincia con una forte opposizione: וַאֲנִי, wa’anì, “ma io”. Dopo tutto ciò che gli amici hanno detto, dopo l’abbandono dei parenti, dopo il silenzio della giustizia, Giobbe afferma qualcosa che appartiene alla sua certezza più profonda: “io so”.
Non dice: “io spero vagamente”. Dice: “io so” – יָדַעְתִּי, yadà‘ti. È una conoscenza interiore, una convinzione che nasce proprio nel punto in cui tutte le evidenze sembrano contraddirla.
Il termine centrale è גֹּאֲלִי, go’alì, “il mio go’èl”. Nel mondo biblico il go’èl è il riscattatore, il difensore familiare, colui che interviene quando una persona o una famiglia rischia di perdere terra, libertà, nome, sangue, futuro. Il go’èl può riscattare un parente caduto in schiavitù, recuperare un bene perduto, garantire il diritto di chi non può difendersi da solo, vendicare il sangue innocente.
Per Giobbe, questa parola è decisiva. Egli non ha più un difensore sulla terra. Gli amici lo accusano, i familiari lo abbandonano, la società lo respinge. Per questo la sua speranza si concentra su un go’èl vivo.
“Vivo” è חָי, chày. Il redentore di Giobbe non è un’idea, non è una memoria, non è un principio astratto. È vivo. In un capitolo dominato dalla disgregazione, dalla malattia, dall’isolamento e dalla morte, questa parola apre una fenditura luminosa.
La seconda parte del versetto è più difficile: וְאַחֲרוֹן עַל־עָפָר יָקוּם, we’acharòn ‘al-‘afàr yaqùm.
אַחֲרוֹן, ’acharòn, può significare “ultimo”, “alla fine”, “in seguito”, “come ultimo testimone”. Il verbo יָקוּם, yaqùm, significa “si alzerà”, “si ergerà”, “starà in piedi”. L’espressione עַל־עָפָר, ‘al-‘afàr, significa “sulla polvere”.
La polvere può indicare la terra, il suolo, la tomba, il luogo della morte, il residuo della creatura umana. Giobbe stesso è vicino alla polvere. Ha perso tutto. La sua pelle è consumata. La sua speranza è strappata come un albero (Gb 19,10). Eppure il suo go’èl si ergerà proprio là: sulla polvere.
Questa immagine può essere letta in più modi.
Può indicare che, alla fine, il difensore di Giobbe si presenterà sulla terra per dichiarare la sua innocenza.
Può indicare che, anche dopo la morte di Giobbe, un testimone si alzerà sulla sua polvere tombale per rivendicarlo.
Può indicare, in una lettura più ampia e teologica, che la parola ultima non appartiene alla polvere, ma a un Vivente che sta sopra la polvere.
Il testo non scioglie completamente l’ambiguità. Ma una cosa è chiara: Giobbe non accetta che la sua storia termini con la sentenza degli amici. Egli attende un difensore vivo che si alzerà quando tutti gli altri saranno caduti.
👁️ “Dopo la mia pelle… vedrò Dio” – (Gb 19,26-27)
וְאַחַר עוֹרִי נִקְּפוּ־זֹאת
וּמִבְּשָׂרִי אֶחֱזֶה אֱלוֹהַּ׃
אֲשֶׁר אֲנִי אֶחֱזֶה־לִּי
וְעֵינַי רָאוּ וְלֹא־זָר
כָּלוּ כִלְיֹתַי בְּחֵקִי׃
We’achàr ‘orì niqqefù-zot,
umibbesarì ’echezèh ’Elòah.
’Asher ’anì ’echezèh-li,
we‘enày ra’ù welo-zàr;
kalù khilyotày becheqì.
“E dopo che la mia pelle sarà stata distrutta così, dalla mia carne / senza la mia carne vedrò Dio.
Io lo vedrò per me; i miei occhi lo vedranno, e non un estraneo. Le mie viscere si consumano dentro di me.” (Gb 19,26-27)
Questi versetti sono tra i più difficili dell’intero Antico Testamento.
La difficoltà nasce soprattutto da tre punti:
- il senso preciso di וְאַחַר עוֹרִי נִקְּפוּ־זֹאת, “dopo la mia pelle, essi hanno distrutto questo”;
- il significato di וּמִבְּשָׂרִי, umibbesarì;
- il tipo di visione di Dio che Giobbe sta immaginando.
La prima espressione, “dopo la mia pelle”, sembra riferirsi alla distruzione del corpo. Giobbe ha già parlato più volte della propria pelle come luogo della malattia e della rovina (Gb 7,5; Gb 16,15-16; Gb 19,20). Qui la pelle appare come ciò che viene distrutto, consumato, staccato, disgregato.
Il verbo נִקְּפוּ, niqqefù, è difficile. Può suggerire l’idea di colpire, circondare, tagliare, distruggere. La frase ebraica è ellittica, quasi franta. Questo si adatta bene allo stato emotivo del testo: Giobbe parla di un corpo che si disfa, e anche la sintassi sembra spezzarsi.
Poi arriva la frase decisiva: וּמִבְּשָׂרִי אֶחֱזֶה אֱלוֹהַּ, umibbesarì ’echezèh ’Elòah.
La parola בָּשָׂר, basàr, significa “carne”. Il problema è la preposizione מִן, min, qui nella forma מִבְּ, mib-, davanti a “carne”. Può essere intesa in due modi principali:
- “dalla mia carne”, cioè dal mio corpo, nella mia condizione personale;
- “senza la mia carne”, cioè al di fuori del corpo, dopo la sua distruzione.
La tradizione cristiana, soprattutto attraverso la Vulgata e la ricezione liturgica, ha spesso letto il passo in chiave di risurrezione corporea: dopo la distruzione del corpo, Giobbe vedrà Dio nella propria carne. Questa lettura ha avuto enorme importanza nella spiritualità cristiana.
Tuttavia, dal punto di vista strettamente ebraico, il testo è più complesso. Non dice in modo semplice e lineare: “risorgerò con il mio corpo”. Dice piuttosto che, dopo la distruzione della pelle, Giobbe vedrà Dio “dalla/senza la mia carne”.
Questo lascia aperte varie possibilità:
- Giobbe potrebbe sperare in una visione di Dio prima della morte, nonostante il corpo sia ormai devastato.
- Potrebbe sperare in una rivendicazione dopo la morte, quando il suo corpo sarà ormai distrutto.
- Potrebbe intravedere una forma di esistenza oltre la morte, senza però possedere ancora una dottrina chiara della risurrezione.
- Potrebbe esprimere un desiderio così estremo da superare i confini della teologia sapienziale tradizionale.
Il verbo אֶחֱזֶה, ’echezèh, “vedrò”, è molto importante. Non indica semplicemente “capirò”. È il linguaggio della visione. Giobbe desidera vedere Dio. Nei capitoli precedenti aveva desiderato parlare con Dio, discutere con Dio, essere difeso davanti a Dio (Gb 9,33; Gb 13,3; Gb 16,19-21). Ora il desiderio diventa visione.
Il v. 27 rafforza questa idea con insistenza: “Io lo vedrò per me; i miei occhi lo vedranno, e non un estraneo” (Gb 19,27). La ripetizione è fortissima:
“Io”
“per me”
“i miei occhi”
“non un estraneo”
Giobbe non vuole che altri vedano al posto suo. Non vuole una riabilitazione astratta. Non vuole che la sua verità venga riconosciuta quando lui non c’è più in modo totalmente separato da lui. Vuole vedere. Vuole essere presente alla propria rivendicazione. Vuole che il rapporto con Dio non finisca nell’estraneità.
La frase “non un estraneo” è decisiva. Può significare: non sarà un altro a vedere al mio posto. Oppure: io vedrò Dio non come uno straniero, non come uno che mi resta ostile, non come un volto estraneo.
Alla fine, Giobbe dice: “Le mie viscere si consumano dentro di me” (Gb 19,27). Le viscere, nella mentalità biblica, sono sede profonda del desiderio, dell’emozione, dello struggimento. Giobbe è consumato dal desiderio di questa visione. Non sta formulando una teoria fredda. Sta bruciando interiormente.
Prefigurazione della risurrezione?
Si può dire che Giobbe 19,25-27 prefiguri la risurrezione? La risposta deve essere molto precisa.
Sul piano storico-letterario, il testo non presenta ancora una dottrina pienamente sviluppata della risurrezione dei morti come la troveremo più chiaramente in testi più tardi, per esempio in Daniele: “Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno” (Dn 12,2). Giobbe 19 non offre una spiegazione sistematica dell’aldilà, né descrive esplicitamente un corpo risorto.
Tuttavia, il passo apre una possibilità enorme.
Giobbe si trova davanti alla distruzione del corpo e alla polvere. Eppure afferma che il suo Redentore è vivo, che si ergerà sulla polvere, e che lui stesso vedrà Dio. Questo significa che, per Giobbe, la morte e la decomposizione non riescono a chiudere definitivamente la questione della giustizia.
Il punto centrale non è ancora: “come risorgerà il corpo?”. Il punto centrale è: “Dio permetterà che l’innocente venga cancellato per sempre?”.
Giobbe risponde: no. Il mio Redentore vive. Io vedrò Dio.
In questo senso, il passo può essere letto come una prefigurazione reale, anche se non ancora esplicita, della speranza nella risurrezione. Non è ancora la piena luce pasquale. È una luce all’alba. È una speranza che nasce dentro il buio, prima ancora di avere le parole complete per esprimersi.
Nella lettura cristiana, questi versetti acquistano una forza ulteriore. Il Redentore vivo, il Vivente che si alza sulla polvere, il desiderio di vedere Dio dopo la distruzione della carne: tutto questo può essere accolto come una profonda anticipazione del mistero pasquale. In Cristo, infatti, il Vivente entra nella polvere della morte e ne esce vittorioso. E la speranza dell’uomo non è più solo essere ricordato, ma risorgere e vedere Dio.
Ma bisogna conservare la grandezza del testo originario: Giobbe non sta “dimostrando” la risurrezione come un trattato. Sta gridando che la sua innocenza deve avere un futuro davanti a Dio. E questo grido, nella rivelazione biblica, diventerà sempre più luminoso fino alla fede nella risurrezione.
⚔️ “Temete per voi la spada” – (Gb 19,28-29)
כִּי תֹאמְרוּ מַה־נִּרְדָּף־לוֹ
וְשֹׁרֶשׁ דָּבָר נִמְצָא־בִי׃
גּוּרוּ לָכֶם מִפְּנֵי־חֶרֶב
כִּי־חֵמָה עֲוֹנוֹת חָרֶב
לְמַעַן תֵּדְעוּן שַׁדּוּן׃
Ki tomrù mah-nirdàf-lo,
weshòresh davàr nimtsà-vi.
Gùru lakhèm mippnè-chèrev,
ki-chemàh ‘awonòt chàrev,
lema‘an ted‘ùn shaddùn.
“Poiché dite: Come lo perseguitiamo noi, se la radice del suo danno è in lui? Temete per voi la spada, poiché l’ira contro le colpe porta la spada, affinché sappiate che c’è un giudice.” (Gb 19,28-29)
Dopo il lampo di speranza, Giobbe torna agli amici.
Egli conosce il loro ragionamento: “La radice del suo danno è in lui” (Gb 19,28). In altre parole: se Giobbe soffre, la causa dev’essere dentro di lui. La sua rovina deve avere una radice nascosta nella sua colpa.
È la stessa logica di Bildad in Giobbe 18: la luce spenta, la trappola, il terrore, la malattia, la cancellazione del nome sarebbero il destino di chi non conosce Dio (Gb 18,5-21).
Giobbe ribalta l’accusa. Dice agli amici di temere la spada (Gb 19,29). Essi pensano di essere giudici, ma potrebbero trovarsi giudicati. Pensano di difendere Dio, ma stanno perseguitando un innocente.
L’ultima frase è importante: “affinché sappiate che c’è un giudice” (Gb 19,29). Il testo ebraico è difficile, ma il senso generale è chiaro: esiste un giudizio più alto di quello degli amici.
Giobbe non è l’unico a dover rispondere. Anche gli amici dovranno rispondere del modo in cui hanno parlato del dolore altrui.
Questo chiude il capitolo in modo potente. Giobbe non solo spera in un Redentore vivo; avverte anche gli amici che la loro teologia accusatoria non resterà senza conseguenze.
📚 Bibliografia essenziale
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