L’uomo ferito che non rinuncia alla sua integrità – Giobbe 27

19 Agosto 2026


Un giuramento paradossale davanti a Dio ✋⚖️

«Per la vita di Dio, che mi ha privato del mio diritto,
per l’Onnipotente che mi ha amareggiato l’animo,
finché ci sarà in me un soffio di vita,
e l’alito di Dio nelle mie narici» (Giobbe 27,2-3)

חַי־אֵל הֵסִיר מִשְׁפָּטִי
וְשַׁדַּי הֵמַר נַפְשִׁי׃
כִּי־כָל־עוֹד נִשְׁמָתִי בִי
וְרוּחַ אֱלוֹהַּ בְּאַפִּי׃

Chai-’El, hesìr mishpatì;
ve-Shaddày, hemàr nafshì.
Ki-khol-‘od nishmatì bi;
ve-rùach ’Eloah be-appì.

Giobbe comincia con una formula di giuramento: “Per la vita di Dio” (Giobbe 27,2). È un inizio solenne, quasi liturgico. Ma subito dopo arriva l’espressione sconvolgente: Dio è colui che, secondo Giobbe, gli ha privato del suo diritto.

Il termine מִשְׁפָּט, mishpàt, indica diritto, giudizio, causa, giustizia. Giobbe sente che la sua causa non è stata ascoltata. Si percepisce come un uomo a cui è stata tolta la possibilità di essere riconosciuto innocente.

Eppure, proprio mentre accusa Dio di avergli amareggiato l’animo, Giobbe giura per la vita di Dio. È un paradosso potentissimo. Egli non abbandona Dio. Non smette di stare davanti a lui. La sua protesta non è ateismo, ma fede ferita. È la fede di chi non riesce più a comprendere Dio, ma non può smettere di rivolgersi a Lui.

Giobbe sa che il soffio che lo mantiene in vita viene ancora da Dio. La parola נְשָׁמָה, neshamàh, indica il respiro vitale; רוּחַ, rùach, indica vento, spirito, soffio. Finché quel respiro è in lui, Giobbe parlerà, ma non parlerà contro la verità.


La verità prima della sopravvivenza 🗣️🔥

«Mai le mie labbra diranno falsità
e la mia lingua mai pronunzierà menzogna!
Lungi da me che io mai vi dia ragione;
fino alla morte non rinunzierò alla mia integrità» (Giobbe 27,4-5)

אִם־תְּדַבֵּרְנָה שְׂפָתַי עַוְלָה
וּלְשׁוֹנִי אִם־יֶהְגֶּה רְמִיָּה׃
חָלִילָה לִּי אִם־אַצְדִּיק אֶתְכֶם
עַד־אֶגְוָע לֹא־אָסִיר תֻּמָּתִי מִמֶּנִּי׃

Im-tedabbèrnah sefatày ‘avlàh;
u-leshonì im-yehgèh remiyyàh.
Chalìlah li im-atzdìq etkhem;
‘ad-egvà‘ lo-asìr tummatì mimmènnì.

Qui Giobbe tocca uno dei vertici morali del libro. Egli potrebbe liberarsi dalla pressione degli amici dicendo ciò che essi vogliono sentirsi dire. Potrebbe ammettere una colpa generica, piegarsi allo schema, salvare almeno la pace del dialogo. Ma per Giobbe sarebbe menzogna.

Le parole עַוְלָה, ‘avlàh, e רְמִיָּה, remiyyàh, indicano ingiustizia, falsità, inganno. Giobbe rifiuta di usare la propria bocca contro la verità. Il suo dolore è tremendo, ma non lo autorizza a mentire. La pressione degli amici è forte, ma non lo costringerà a confessare ciò che non riconosce come vero.

Il punto è decisivo: Giobbe non sta difendendo il proprio orgoglio, sta difendendo la verità della sua coscienza.

Quando dice: “non rinunzierò alla mia integrità” (Giobbe 27,5), usa la parola תֻּמָּה, tummàh. È la stessa area semantica che attraversa il prologo, dove Giobbe era presentato come uomo integro e retto (Giobbe 1,1). In altre parole, Giobbe non vuole lasciarsi rubare l’unica cosa che gli è rimasta: la sua verità davanti a Dio.


Una coscienza che non si lascia comprare ❤️⚖️

«Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere,
la mia coscienza non mi rimprovera nessuno dei miei giorni» (Giobbe 27,6)

בְּצִדְקָתִי הֶחֱזַקְתִּי וְלֹא אַרְפֶּהָ
לֹא־יֶחֱרַף לְבָבִי מִיָּמָי׃

Be-tzidqatì hechezàqti ve-lo arpèhah;
lo-yecheràf levavì mi-yamày.

Giobbe parla della propria צְדָקָה, tzedaqàh, cioè della propria giustizia. Anche qui bisogna capire bene. Giobbe non sta dicendo: “Sono perfetto come Dio”. Sta dicendo: “Non sono il colpevole che voi dite”.

La seconda parte del versetto è molto bella: “la mia coscienza non mi rimprovera” (Giobbe 27,6). Letteralmente, il testo parla del cuore: לְבָבִי, levavì, “il mio cuore”. Nella Bibbia il cuore non è solo sede dei sentimenti, ma anche della coscienza, della memoria, delle decisioni.

Giobbe ascolta il proprio cuore davanti a Dio. Non trova in esso la colpa che gli amici gli attribuiscono. Perciò non cede.

Questo è uno dei passaggi più attuali del libro. Ci sono momenti in cui l’ambiente, la religione, la società o le persone vicine chiedono a qualcuno di accettare una narrazione falsa su di sé. Giobbe resiste, non perché voglia avere sempre ragione, ma perché sa che cedere alla menzogna distruggerebbe la sua anima.


Il malvagio non è Giobbe 🕯️⚔️

«Sia trattato come reo il mio nemico
e il mio avversario come un ingiusto.
Che cosa infatti può sperare l’empio, quando finirà,
quando Dio gli toglierà la vita?» (Giobbe 27,7-8)

יְהִי כְרָשָׁע אֹיְבִי
וּמִתְקוֹמְמִי כְעַוָּל׃
כִּי מַה־תִּקְוַת חָנֵף כִּי יִבְצָע
כִּי יֵשֶׁל אֱלוֹהַּ נַפְשׁוֹ׃

Yehì khe-rashà‘ oyvì;
u-mitqomemì khe-‘avvàl.
Ki mah-tiqvàt chanèf ki yivtzà‘;
ki yèshel ’Eloah nafshò.

A questo punto il discorso prende una svolta difficile. Giobbe comincia a parlare del malvagio, dell’empio, dell’uomo falso davanti a Dio. Il lettore potrebbe restare sorpreso: non sono proprio questi i temi degli amici? Non hanno forse insistito anche loro sulla sorte dei malvagi?

Sì. Ma in Giobbe cambia il bersaglio.

Gli amici avevano usato il destino del malvagio per accusare Giobbe. Giobbe, invece, parla del malvagio per distinguersene. Egli non nega che l’ingiustizia abbia un destino. Non nega che il male sia reale. Non nega che l’empio sia senza vera speranza davanti a Dio.

Quello che nega è un’altra cosa: che la sua sofferenza dimostri automaticamente la sua colpa.

Il termine חָנֵף, chanèf, indica l’uomo empio, falso, interiormente corrotto. Giobbe sa di non essere quell’uomo. Può lamentarsi, gridare, protestare, accusare, ma non vive nella doppiezza religiosa. Non finge una fede che non ha. Non usa Dio per coprire l’ingiustizia.

La domanda è tagliente: che speranza può avere il falso quando Dio gli toglie la vita? (Giobbe 27,8). La speranza dell’empio è fragile perché poggia su ciò che non regge: guadagno, apparenza, potere, successo.


Il grido dell’empio e il silenzio del cielo 🌑🙏

«Ascolterà forse Dio il suo grido,
quando la sventura piomberà su di lui?
Porrà forse la sua compiacenza nell’Onnipotente?
Potrà forse invocare Dio in ogni momento?» (Giobbe 27,9-10)

הֲצַעֲקָתוֹ יִשְׁמַע אֵל
כִּי־תָבוֹא עָלָיו צָרָה׃
אִם־עַל־שַׁדַּי יִתְעַנָּג
יִקְרָא אֱלוֹהַּ בְּכָל־עֵת׃

Ha-tza‘aqatò yishmà‘ ’El;
ki-tavò ‘alàv tzaràh?
Im-‘al-Shaddày yit‘annàg;
yiqrà ’Eloah be-khol-‘et?

Giobbe descrive il rapporto falso dell’empio con Dio. L’empio può anche gridare quando arriva la sventura, ma il suo grido non nasce da una relazione vera. È un grido di emergenza, non di comunione. Può invocare Dio nel pericolo, ma non trova in lui la propria gioia.

La frase più interessante è: “Porrà forse la sua compiacenza nell’Onnipotente?” (Giobbe 27,10). Il verbo ebraico suggerisce piacere, delizia, intimità. Il problema dell’empio non è solo morale, ma spirituale: egli non sa dimorare davanti a Dio. Cerca Dio come strumento, non come presenza.

Qui emerge una differenza profonda tra Giobbe e l’empio. Giobbe grida, protesta, si sente tradito, ma non smette di stare davanti a Dio. L’empio, invece, chiama Dio solo quando tutto crolla. Giobbe lotta con Dio perché Dio gli importa, mentre l’empio usa Dio perché gli importa solo di sé.


Giobbe rovescia la lezione: ora insegna lui 📚⚡

«Io vi mostrerò la mano di Dio,
non vi celerò i pensieri dell’Onnipotente.
Ecco, voi tutti lo vedete;
perché dunque vi perdete in cose vane?» (Giobbe 27,11-12)

אוֹרֶה אֶתְכֶם בְּיַד־אֵל
אֲשֶׁר עִם־שַׁדַּי לֹא אֲכַחֵד׃
הֵן־אַתֶּם כֻּלְּכֶם חֲזִיתֶם
וְלָמָּה־זֶּה הֶבֶל תֶּהְבָּלוּ׃

Orèh etkhem be-yad-’El;
asher ‘im-Shaddày lo akhachèd.
Hen-attèm kullkhem chazìtem;
ve-lammàh-zeh hèvel tehbàlu?

Questi versetti sono straordinari. Finora gli amici si erano comportati come maestri: Elifaz, Bildad e Zofar avevano istruito Giobbe, ammonendolo, correggendolo, sospettandolo. Ora Giobbe ribalta la posizione: “Io vi mostrerò” (Giobbe 27,11).

Non è arroganza. È un atto di lucidità. Giobbe ha visto che la loro sapienza è diventata vuota. Il termine הֶבֶל, hèvel, indica vapore, inconsistenza, vanità. È una parola fortissima: il loro discorso sembra pieno, ma in realtà evapora. Non regge davanti alla verità concreta del dolore innocente.

Giobbe non vuole nascondere “ciò che è con l’Onnipotente” (Giobbe 27,11). Ma il suo insegnamento non sarà la ripetizione meccanica della dottrina degli amici. Sarà più complesso: il malvagio ha una sorte, sì; ma non ogni sofferente è malvagio. Esiste il giudizio di Dio, sì; ma non ogni disgrazia è una sentenza leggibile dagli uomini.

Questa è una delle conquiste più profonde del libro.


La sorte del malvagio: figli, pane e memoria spezzata 🍞⚔️

«Questa è la sorte che Dio riserva al malvagio
e la porzione che i violenti ricevono dall’Onnipotente.
Se ha molti figli, saranno per la spada
e i suoi discendenti non avranno pane da sfamarsi;
i superstiti li seppellirà la peste
e le loro vedove non faranno lamento» (Giobbe 27,13-15)

זֶה חֵלֶק־אָדָם רָשָׁע עִם־אֵל
וְנַחֲלַת עָרִיצִים מִשַּׁדַּי יִקָּחוּ׃
אִם־יִרְבּוּ בָנָיו לְמוֹ־חָרֶב
וְצֶאֱצָאָיו לֹא יִשְׂבְּעוּ־לָחֶם׃
שְׂרִידָו בַּמָּוֶת יִקָּבֵרוּ
וְאַלְמְנֹתָיו לֹא תִבְכֶּינָה׃

Zeh chèleq-adàm rashà‘ ‘im-’El;
ve-nachalàt ‘aritzìm mi-Shaddày yiqqàchu.
Im-yirbù vanàv lemò-chàrev;
ve-tze’etza’àv lo-yisbe‘ù-làchem.
Seridàv ba-màvet yiqqavèru;
ve-almenotàv lo tivkèynah.

Questa sezione è una delle più problematiche del capitolo. Il linguaggio sembra vicino a quello degli amici: il malvagio sarà punito, la sua discendenza soffrirà, la sua casa sarà distrutta, la sua memoria sarà disonorata.

La domanda allora è: perché Giobbe parla così?

Una possibilità forte è questa: Giobbe riprende il linguaggio tradizionale sul destino del malvagio, ma lo sottrae all’uso falso che ne hanno fatto gli amici. Non dice: “Il malvagio non sarà mai giudicato”. Dice piuttosto: “Non usate il destino del malvagio per condannare me”.

Il male resta male. I violenti non sono assolti. Gli oppressori non sono innocenti. Ma la sofferenza di Giobbe non può essere interpretata automaticamente come prova di malvagità.

Qui il libro educa il lettore a distinguere: una dottrina può essere vera in generale, ma diventare ingiusta quando viene applicata senza discernimento a una persona concreta.


La ricchezza accumulata e consegnata ad altri 💰👕

«Se ammassa argento come la polvere
e come fango si prepara vesti:
egli le prepara, ma il giusto le indosserà
e l’argento lo spartirà l’innocente» (Giobbe 27,16-17)

אִם־יִצְבֹּר כֶּעָפָר כָּסֶף
וְכַחֹמֶר יָכִין מַלְבּוּשׁ׃
יָכִין וְצַדִּיק יִלְבָּשׁ
וְכֶסֶף נָקִי יַחֲלֹק׃

Im-yitzbòr ke-‘afàr kàsef;
ve-khachòmer yakhìn malbùsh.
Yakhìn ve-tzaddìq yilbàsh;
ve-khèsef naqì yachalòq.

Il malvagio accumula argento come polvere e prepara vesti come fango. L’immagine è ironica: ciò che sembra prezioso diventa quasi materia comune. L’argento è tanto, ma non salva. Le vesti sono pronte, ma non saranno sue.

Il giusto indosserà ciò che egli ha preparato, l’innocente dividerà il suo argento. Il testo comunica un rovesciamento: ciò che il malvagio ha costruito per sé passa ad altri.

Questo tema è molto importante nella sapienza biblica. La ricchezza ingiusta porta dentro di sé una fragilità nascosta, può apparire stabile, ma non ha futuro. Il problema non è la ricchezza in sé, ma l’accumulo separato dalla giustizia, il possesso senza rettitudine, il successo costruito contro gli altri.

Nel contesto del libro, però, questa affermazione rimane tesa. Giobbe sa bene che nella realtà non sempre il rovesciamento avviene subito. In Giobbe 24 aveva denunciato proprio il fatto che i malvagi sembrano prosperare mentre i poveri gridano (Giobbe 24,2-12).

Perciò queste parole non annullano la sua protesta, la rendono più complessa: Giobbe crede nella giustizia, ma non accetta la sua caricatura.


Una casa fragile come nido e capanna 🏚️🕸️

«Ha costruito la casa come fragile nido
e come una capanna fatta da un guardiano.
Si corica ricco, ma per l’ultima volta,
quando apre gli occhi, non avrà più nulla» (Giobbe 27,18-19)

בָּנָה כָעָשׁ בֵּיתוֹ
וּכְסֻכָּה עָשָׂה נֹצֵר׃
עָשִׁיר יִשְׁכַּב וְלֹא יֵאָסֵף
עֵינָיו פָּקַח וְאֵינֶנּוּ׃

Banàh kha-‘àsh beitò;
u-khe-sukkàh ‘asàh notzèr.
‘Ashìr yishkàv ve-lo ye’asèf;
‘enàv pàqach ve-einènnu.

La casa del malvagio sembra solida, ma è paragonata a qualcosa di fragile. L’immagine dell’עָשׁ, ‘ash, può richiamare la tignola, creatura piccola e distruttiva, oppure la fragilità di un involucro destinato a disfarsi. La סֻכָּה, sukkàh, è una capanna provvisoria, come quella del guardiano nei campi.

Il malvagio costruisce come se dovesse restare per sempre, ma la sua abitazione è temporanea. Si corica ricco, ma al risveglio non ha più nulla. La scena è rapida e drammatica: un uomo si addormenta padrone del proprio mondo e si risveglia spogliato.

Ancora una volta, il capitolo parla della precarietà del possesso ingiusto. Ciò che non è fondato sulla verità si sfalda. Ciò che non è custodito dalla giustizia non diventa casa, ma capanna esposta al vento.


Il turbine che porta via il malvagio 🌪️🌑

«Di giorno il terrore lo assale,
di notte se lo rapisce il turbine;
il vento d’oriente lo solleva e se ne va,
lo strappa lontano dal suo posto» (Giobbe 27,20-21)

תַּשִּׂיגֵהוּ כַמַּיִם בַּלָּהוֹת
לַיְלָה גְּנָבַתּוּ סוּפָה׃
יִשָּׂאֵהוּ קָדִים וְיֵלַךְ
וִישָׂעֲרֵהוּ מִמְּקֹמוֹ׃

Tassighèhu kha-màyim ballahòt;
làylah genavatù sufàh.
Yissa’èhu qadìm ve-yèlekh;
vi-se‘arèhu mimmeqomò.

Le immagini diventano meteorologiche e violente. I terrori raggiungono il malvagio come acque travolgenti. Nella notte, il turbine lo rapisce. Il vento d’oriente, קָדִים, qadìm, vento caldo e devastante, lo solleva e lo trascina via.

Il “posto” da cui viene strappato è significativo. Il malvagio ha cercato stabilità: casa, ricchezza, discendenza, potere. Ma il suo posto non regge. Viene sradicato.

Il linguaggio richiama l’esperienza del caos. Nella Bibbia, il vento può essere segno di giudizio, di dispersione, di potenza incontrollabile. Qui il malvagio non è più padrone della scena, è oggetto di una forza che lo supera.

Ma ancora una volta bisogna leggere con attenzione. Queste immagini non autorizzano a guardare ogni persona colpita da una sciagura e dire: “È un malvagio”, sarebbe esattamente l’errore degli amici. Il testo parla del destino del male, non offre agli uomini uno strumento facile per giudicare il dolore altrui.


La fine dell’uomo senza verità 👏🌬️

«Dio lo bersaglia senza pietà;
tenta di sfuggire alla sua mano.
Si battono le mani contro di lui
e si fischia su di lui dal luogo dove abita» (Giobbe 27,22-23)

וְיַשְׁלֵךְ עָלָיו וְלֹא יַחְמֹל
מִיָּדוֹ בָּרוֹחַ יִבְרָח׃
יִשְׂפֹּק עָלֵימוֹ כַפֵּימוֹ
וְיִשְׁרֹק עָלָיו מִמְּקֹמוֹ׃

Ve-yashlèkh ‘alàv ve-lo yachmòl;
mi-yadò baròach yivràch.
Yispoq ‘alèmo khappèmo;
ve-yishròq ‘alàv mimmeqomò.

Il capitolo si chiude con un’immagine di disonore pubblico. Il malvagio tenta di fuggire, ma non riesce a sottrarsi alla mano che lo raggiunge. Alla fine, gli altri battono le mani e fischiano contro di lui: non è l’applauso della lode, ma il gesto del disprezzo.

Nel mondo antico, il disonore pubblico era una forma di morte sociale. Chi aveva costruito la propria vita sull’apparenza viene smascherato davanti a tutti. Chi aveva cercato sicurezza nel potere perde perfino il rispetto.

Letto nel contesto di Giobbe, questo finale ha una forza particolare. Giobbe stesso è stato disprezzato, umiliato, giudicato. Ma il disonore di Giobbe è ingiusto; il disonore del malvagio è la caduta di una vita falsa. Ancora una volta, il libro chiede discernimento.

Non basta vedere un uomo umiliato per sapere chi egli sia davanti a Dio.


Bibliografia essenziale 📚

David J. A. Clines, Job 21–37, Word Biblical Commentary 18A, Nashville, Thomas Nelson, 2006.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids, Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia, Westminster Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, Doubleday, 1965.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, Smyth & Helwys, 2006.

Carol A. Newsom, “The Book of Job”, in The New Interpreter’s Bible, vol. IV, Nashville, Abingdon Press, 1996.

Edward L. Greenstein, Job: A New Translation, New Haven/London, Yale University Press, 2019.

Katharine J. Dell, The Book of Job as Sceptical Literature, Berlin/New York, De Gruyter, 1991.

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Simone Venturini

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Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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