⚖️✍️ L’ultima difesa dell’uomo integro – Giobbe 31

16 Settembre 2026

 

Il patto con gli occhi e lo sguardo di Dio 👁️🕯️

«Avevo stretto con gli occhi un patto
di non fissare neppure una vergine.
Non vede egli la mia condotta
e non conta tutti i miei passi?» (Giobbe 31,1.4)

בְּרִית כָּרַתִּי לְעֵינָי
וּמָה אֶתְבּוֹנֵן עַל־בְּתוּלָה׃

הֲלֹא־הוּא יִרְאֶה דְרָכָי
וְכָל־צְעָדַי יִסְפּוֹר׃

Berìt karàtti le-‘enày;
u-màh etbonèn ‘al-betulàh?

Halò-hu yir’èh derakhày;
ve-khol-tze‘adày yispòr.

Il capitolo si apre con il tema dello sguardo. Giobbe afferma di aver stretto un patto con i propri occhi (Giobbe 31,1). È un’immagine molto forte: non si tratta solo di evitare un gesto esterno, ma di custodire l’origine interiore del desiderio. Gli occhi possono vedere, ma possono anche appropriarsi. Possono contemplare, ma possono anche trasformare l’altro in oggetto. Giobbe dice di aver vigilato proprio lì, nel punto in cui il cuore comincia a muoversi.

Subito dopo, però, il discorso si allarga: Dio vede la sua condotta e conta tutti i suoi passi (Giobbe 31,4). Lo sguardo umano deve essere custodito perché l’uomo vive sotto lo sguardo di Dio.

Questo è fondamentale. Giobbe non sta costruendo un’immagine pubblica di sé. Non vuole sembrare giusto davanti agli uomini. Sa che la sua vita è visibile davanti a Dio. Gli amici possono sospettare, ma Dio vede. Gli uomini possono interpretare male, ma Dio conta i passi. La vera integrità non nasce dal bisogno di apparire innocenti, ma dal vivere davanti a uno sguardo che conosce.


Falsità, frode e bilancia della giustizia ⚖️

«Se ho agito con falsità
e il mio piede si è affrettato verso la frode,
mi pesi pure sulla bilancia della giustizia
e Dio riconoscerà la mia integrità» (Giobbe 31,5-6)

אִם־הָלַכְתִּי עִם־שָׁוְא
וַתַּחַשׁ עַל־מִרְמָה רַגְלִי׃

יִשְׁקְלֵנִי בְמֹאזְנֵי־צֶדֶק
וְיֵדַע אֱלוֹהַּ תֻּמָּתִי׃

Im-halàkhti ‘im-shàv;
va-tàchash ‘al-mirmàh raglì.

Yishqelèni ve-mo’znè-tzèdeq;
ve-yèda‘ ’Eloah tummatì.

Dopo gli occhi, Giobbe parla dei piedi. Lo sguardo può deviare il cuore, ma il piede trasforma il desiderio in cammino. Per questo dice: se ho camminato nella falsità, se il mio piede si è affrettato verso la frode, Dio mi pesi (Giobbe 31,5-6). La falsità, שָׁוְא (shav), è ciò che è vuoto, ingannevole, inconsistente. La frode, מִרְמָה (mirmàh), è l’inganno che danneggia l’altro. Giobbe non difende solo la propria religiosità interiore: difende la concretezza della sua vita.

L’immagine della bilancia è centrale. Giobbe non chiede di essere giudicato secondo l’opinione degli amici. Chiede una bilancia di giustizia. È disposto a essere pesato, ma da Dio, non dal sospetto umano. Questo riprende la linea di Giobbe 27, dove Giobbe aveva detto di non voler rinunciare alla propria integrità fino alla morte (Giobbe 27,5). Ora quella stessa integrità viene posta sulla bilancia.


Il desiderio, il matrimonio e il fuoco che consuma 🔥

«Se il mio cuore fu sedotto da una donna
e ho spiato alla porta del mio prossimo…
quello è un fuoco che divora fino alla distruzione
e avrebbe consumato tutto il mio raccolto» (Giobbe 31,9.12)

אִם־נִפְתָּה לִבִּי עַל־אִשָּׁה
וְעַל־פֶּתַח רֵעִי אָרָבְתִּי׃

כִּי אֵשׁ הִיא עַד־אֲבַדּוֹן תֹּאכֵל
וּבְכָל־תְּבוּאָתִי תְשָׁרֵשׁ׃

Im-niftàh libbì ‘al-ishshàh;
ve-‘al-pètach re‘ì aràvti.

Ki èsh hi ‘ad-Avaddòn tokhèl;
u-ve-khol-tevu’atì tesharèsh.

La difesa passa poi al desiderio adultero. Giobbe non si limita a dire di non aver commesso un atto esterno. Parla del cuore sedotto e dello stare in agguato alla porta del prossimo (Giobbe 31,9). Ancora una volta, il male viene colto prima che diventi gesto pubblico.

Il linguaggio è molto severo. Il desiderio disordinato è descritto come fuoco che divora fino alla distruzione (Giobbe 31,12). Non brucia solo una relazione. Brucia il raccolto, cioè il frutto della vita. Qui Giobbe mostra che l’integrità non riguarda soltanto il tribunale, ma anche l’intimità. Non si è giusti solo perché non si ruba o non si uccide. Si è giusti anche nel modo in cui si guarda, si desidera, si custodisce l’altro e si rispetta la casa del prossimo.


Servi e serve: la dignità nata nello stesso grembo 🤲⚖️

«Se ho negato i diritti del mio schiavo
e della schiava in lite con me,
che farei, quando Dio si alzerà,
e, quando farà l’inchiesta, che risponderei?
Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto anche lui?
Non fu lo stesso a formarci nel seno?» (Giobbe 31,13-15)

אִם־אֶמְאַס מִשְׁפַּט עַבְדִּי וַאֲמָתִי
בְּרִבָם עִמָּדִי׃

וּמָה אֶעֱשֶׂה כִּי־יָקוּם אֵל
וְכִי־יִפְקֹד מָה אֲשִׁיבֶנּוּ׃

הֲלֹא־בַבֶּטֶן עֹשֵׂנִי עָשָׂהוּ
וַיְכֻנֶנּוּ בָּרֶחֶם אֶחָד׃

Im-em’às mishpàt ‘avdì va-amatì;
be-rivàm ‘immadì.

U-màh e‘esèh ki-yaqùm ’El;
ve-khi-yifqòd, màh ashivènnu?

Halò-va-bèten ‘osèni ‘asàhu;
va-yekhunnènnu ba-rèchem echàd.

Questa è una delle sezioni più alte del capitolo. Giobbe parla dei suoi servi e delle sue serve. Il testo appartiene a un mondo antico, segnato da strutture sociali molto diverse dalle nostre. Ma proprio dentro quel mondo emerge una dichiarazione potentissima: anche il servo e la serva hanno un diritto, un mishpàt, e Giobbe deve rispondere davanti a Dio del modo in cui li tratta (Giobbe 31,13-14).

Il fondamento è teologico: chi ha fatto Giobbe nel seno materno ha fatto anche loro (Giobbe 31,15). La dignità non nasce dal rango sociale, dal potere, dalla ricchezza o dalla libertà giuridica. Nasce dal Creatore.

Questa affermazione va letta con attenzione. Giobbe non formula una teoria moderna dei diritti umani, ma pone un principio fortissimo: davanti a Dio, padrone e servo condividono la stessa origine. Nessuno può usare la propria posizione per cancellare la dignità dell’altro. Il giudizio di Dio, per Giobbe, non riguarda solo il culto o la preghiera. Riguarda anche il rapporto con chi è più debole, più dipendente, meno protetto.


Poveri, orfani, vedove: la giustizia come pane, veste e difesa 🍞🧥

«Mai ho rifiutato quanto brama il povero,
né ho lasciato languire gli occhi della vedova;
mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane,
senza che ne mangiasse l’orfano» (Giobbe 31,16-17)

אִם־אֶמְנַע מֵחֵפֶץ דַּלִּים
וְעֵינֵי אַלְמָנָה אֲכַלֶּה׃

וְאֹכַל פִּתִּי לְבַדִּי
וְלֹא־אָכַל יָתוֹם מִמֶּנָּה׃

Im-emnà‘ me-chèfetz dallìm;
ve-‘enè almanàh akhallèh.

Ve-okhàl pittì levaddì;
ve-lo-akhàl yatòm mimmènnah.

Giobbe ritorna ai poveri, agli orfani e alle vedove. Sono le stesse figure che avevano già riempito la sua memoria in Giobbe 29. Là diceva di aver soccorso il povero che chiedeva aiuto, l’orfano senza difesa e la vedova afflitta (Giobbe 29,12-13). Qui trasforma quel ricordo in giuramento.

La giustizia non è un concetto astratto. È pane condiviso. Giobbe dice di non aver mangiato da solo il proprio pezzo di pane, lasciando fuori l’orfano (Giobbe 31,17). La scena è concreta: non basta avere buoni sentimenti verso il povero; bisogna dividere ciò che permette di vivere.

«Se mai ho visto un misero privo di vesti
o un povero che non aveva di che coprirsi,
se non hanno dovuto benedirmi i suoi fianchi,
o con la lana dei miei agnelli non si è riscaldato» (Giobbe 31,19-20)

אִם־אֶרְאֶה אוֹבֵד מִבְּלִי לְבוּשׁ
וְאֵין כְּסוּת לָאֶבְיוֹן׃

אִם־לֹא בֵרְכוּנִי חֲלָצָו
וּמִגֵּז כְּבָשַׂי יִתְחַמָּם׃

Im-er’èh ovèd mi-belì levùsh;
ve-en kesùt la-evyòn.

Im-lo verakhùni chalatzàv;
u-mi-gèz kevassày yitchammàm.

Dopo il pane, la veste. Giobbe non lascia il povero esposto al freddo. La lana dei suoi agnelli diventa calore per chi non ha copertura (Giobbe 31,20). Questa sezione mostra che l’integrità di Giobbe è sociale. Non è soltanto assenza di colpa personale. È presenza attiva di giustizia. Giobbe non dice solo: “Non ho fatto il male”. Dice anche: “Ho risposto al bisogno”.

È una distinzione decisiva. La giustizia biblica non coincide con il non danneggiare nessuno. Consiste anche nel difendere chi è vulnerabile.


Non usare il potere contro l’innocente 🧑‍⚖️⚡

«Se contro un innocente ho alzato la mano,
perché vedevo alla porta chi mi spalleggiava,
mi si stacchi la spalla dalla nuca
e si rompa al gomito il mio braccio,
perché mi incute timore la mano di Dio
e davanti alla sua maestà non posso resistere» (Giobbe 31,21-23)

אִם־הֲנִיפוֹתִי עַל־יָתוֹם יָדִי
כִּי־אֶרְאֶה בַשַּׁעַר עֶזְרָתִי׃

כְּתֵפִי מִשִּׁכְמָה תִפּוֹל
וְאֶזְרֹעִי מִקָּנָה תִשָּׁבֵר׃

כִּי פַחַד אֵלַי אֵיד אֵל
וּמִשְּׂאֵתוֹ לֹא אוּכָל׃

Im-hanifòti ‘al-yatòm yadì;
ki-er’èh va-shà‘ar ‘ezratì.

Ketefì mi-shikhmàh tippòl;
ve-ezro‘ì mi-qanàh tishshavèr.

Ki fàchad elày ed ’El;
u-mi-se’etò lo ukhàl.

Qui Giobbe tocca un punto delicatissimo: il potere giudiziario e sociale. La “porta” della città era il luogo delle cause, delle decisioni, della vita pubblica. Giobbe dice: se ho alzato la mano contro l’orfano perché sapevo di avere appoggi alla porta, allora il mio braccio sia spezzato (Giobbe 31,21-22).

È una forma di autocondanna. Giobbe sa che il potere può diventare abuso quando chi è forte usa relazioni, prestigio e appoggi per schiacciare chi non ha difesa. Ma Giobbe afferma di non averlo fatto. Perché? Per timore di Dio. Non paura superficiale, ma consapevolezza che nessun potere umano può reggere davanti alla maestà divina (Giobbe 31,23). Qui emerge un principio fortissimo: chi teme Dio non usa la propria forza per opprimere il debole.


Oro, sole e luna: le idolatrie del cuore 💰🌙

«Se ho riposto la mia speranza nell’oro
e all’oro fino ho detto: “Tu sei la mia fiducia”;
se godevo perché grandi erano i miei beni
e guadagnava molto la mia mano» (Giobbe 31,24-25)

אִם־שַׂמְתִּי זָהָב כִּסְלִי
וְלַכֶּתֶם אָמַרְתִּי מִבְטַחִי׃

אִם־אֶשְׂמַח כִּי־רַב חֵילִי
וְכִי־כַבִּיר מָצְאָה יָדִי׃

Im-sàmeti zahàv kislì;
ve-la-kètem amàrti mivtachì.

Im-esmàch ki-rav chelì;
ve-khi-kabbìr matze’àh yadì.

Giobbe non si difende solo dalle colpe visibili. Si difende anche dalle idolatrie interiori. La prima è la fiducia nell’oro. L’oro può essere posseduto senza diventare un dio, ma diventa pericoloso quando l’uomo gli dice: “Tu sei la mia fiducia” (Giobbe 31,24). Il problema non è soltanto avere ricchezza; il problema è mettere nella ricchezza la propria sicurezza ultima.

«Se vedendo il sole risplendere
e la luna chiara avanzare,
si è lasciato sedurre in segreto il mio cuore
e con la mano alla bocca ho mandato un bacio,
anche questo sarebbe stato un delitto da tribunale,
perché avrei rinnegato Dio che sta in alto» (Giobbe 31,26-28)

אִם־אֶרְאֶה אוֹר כִּי יָהֵל
וְיָרֵחַ יָקָר הֹלֵךְ׃

וַיִּפְתְּ בַּסֵּתֶר לִבִּי
וַתִּשַּׁק יָדִי לְפִי׃

גַּם־הוּא עָוֹן פְּלִילִי
כִּי־כִחַשְׁתִּי לָאֵל מִמָּעַל

Im-er’èh or ki-yahèl;
ve-yarèach yaqàr holèkh.

Va-yìft ba-sèter libbì;
va-tisshàq yadì le-fì.

Gam-hu ‘avòn pelilì;
ki-khichàshti la-’El mimmà‘al.

La seconda idolatria è più religiosa: sole e luna. Giobbe dice di non aver adorato gli astri, neppure in segreto (Giobbe 31,26-27).

Il gesto della mano alla bocca indica un bacio rituale o un atto di venerazione. Il cuore può essere sedotto anche senza clamore, nel segreto. Giobbe lo sa: l’idolatria non è solo il culto pubblico di altri dèi, ma ogni spostamento della fiducia ultima.

Ricchezza e astri sembrano molto diversi, ma nel capitolo sono vicini. Entrambi possono diventare sicurezza alternativa a Dio: l’oro come potere materiale, gli astri come potere cosmico. Giobbe dichiara di non aver dato a nessuno dei due il posto che spetta a Dio.


Nemici, stranieri e colpa nascosta 🚪🫂

«Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico
e ho esultato perché lo colpiva la sventura,
io che non ho permesso alla mia lingua di peccare,
augurando la sua morte con imprecazioni?» (Giobbe 31,29-30)

אִם־אֶשְׂמַח בְּפִיד מְשַׂנְאִי
וְהִתְעֹרַרְתִּי כִּי־מְצָאוֹ רָע׃

וְלֹא־נָתַתִּי לַחֲטֹא חִכִּי
לִשְׁאֹל בְּאָלָה נַפְשׁוֹ׃

Im-esmàch be-fìd mesan’ì;
ve-hit‘oràrti ki-metzà’o ra‘.

Ve-lo natàtti la-chatò chikkì;
lish’òl be-alàh nafshò.

Giobbe afferma di non aver gioito della rovina del nemico. È un punto molto sottile. Non basta non colpire l’avversario. Bisogna anche vigilare sulla gioia nascosta che può nascere quando l’altro cade.

La lingua, poi, può peccare augurando il male. Giobbe dice di non aver invocato maledizioni sulla vita del nemico (Giobbe 31,30). Anche qui l’integrità non riguarda solo le azioni esteriori, ma il movimento interno del cuore e della parola.

«All’aperto non passava la notte lo straniero
e al viandante aprivo le mie porte» (Giobbe 31,32)

בַּחוּץ לֹא־יָלִין גֵּר
דְּלָתַי לָאֹרַח אֶפְתָּח׃

Ba-chùtz lo-yalìn gher;
delatày la-òrach eftàch.

Subito dopo appare lo straniero. Giobbe dice di aver aperto le porte al viandante (Giobbe 31,32). La sua casa non era chiusa in modo egoistico; era luogo di ospitalità.

È importante il legame tra nemico e straniero. Giobbe non si definisce giusto solo perché ha aiutato quelli che gli erano vicini. La sua giustizia arriva anche dove il rapporto è difficile: il nemico non va maledetto, lo straniero non va lasciato fuori.

«Non ho nascosto, alla maniera degli uomini, la mia colpa,
tenendo celato il mio delitto in petto» (Giobbe 31,33)

אִם־כִּסִּיתִי כְאָדָם פְּשָׁעָי
לִטְמוֹן בְּחֻבִּי עֲוֹנִי׃

Im-kissìti khe-adàm peshà‘ay;
litmòn be-chubbì ‘avonì.

Giobbe aggiunge di non aver nascosto la propria colpa “alla maniera degli uomini” (Giobbe 31,33). È una frase decisiva, perché gli amici lo accusano proprio di avere un peccato nascosto. Giobbe risponde: non ho costruito la mia vita sulla finzione. Non è il timore della folla a guidarlo. Non è la paura del disprezzo pubblico. Giobbe vuole essere valutato davanti a Dio.


La firma di Giobbe: il desiderio di una risposta ✍️⚖️

«Oh, avessi uno che mi ascoltasse!
Ecco qui la mia firma! L’Onnipotente mi risponda!
Il documento scritto dal mio avversario
vorrei certo portarlo sulle mie spalle
e cingerlo come mio diadema!
Il numero dei miei passi gli manifesterei
e mi presenterei a lui come sovrano» (Giobbe 31,35-37)

מִי יִתֶּן־לִי שֹׁמֵעַ לִי
הֶן־תָּוִי שַׁדַּי יַעֲנֵנִי
וְסֵפֶר כָּתַב אִישׁ רִיבִי׃

אִם־לֹא עַל־שִׁכְמִי אֶשָּׂאֶנּוּ
אֶעֶנְדֶנּוּ עֲטָרוֹת לִי׃

מִסְפַּר צְעָדַי אַגִּידֶנּוּ
כְּמוֹ־נָגִיד אֲקָרְבֶנּוּ׃

Mi-yitten-li shomèa‘ li;
hen-tavì Shaddày ya‘anèni;
ve-sèfer katàv ish rivì.

Im-lo ‘al-shikhmì essahènnu;
e‘endènnu ‘ataròt li.

Mispàr tze‘adày aggìdennu;
kemo-nagìd aqarevènnu.

Questo è il vertice del capitolo.

Giobbe vuole qualcuno che lo ascolti. Non cerca più un amico che spieghi. Non cerca più una teoria. Cerca ascolto. Poi pronuncia una frase potentissima: “Ecco qui la mia firma!” (Giobbe 31,35). La parola ebraica תָּוִי (tavì) indica il suo segno, la sua sottoscrizione. Giobbe è disposto a firmare ciò che ha detto. Non fugge dal processo. Non teme un documento d’accusa. Anzi, dice che lo porterebbe sulle spalle come un ornamento e lo cingerebbe come una corona (Giobbe 31,36).

È un’immagine audacissima. Normalmente un atto d’accusa produce vergogna. Giobbe invece dice: datemelo, lo porterò come diadema. Perché? Perché è certo che, davanti a Dio, l’accusa falsa non potrà reggere.

Infine, Giobbe dice che dichiarerebbe il numero dei suoi passi e si presenterebbe come un principe (Giobbe 31,37). Non come un colpevole che si nasconde, ma come un uomo che vuole comparire davanti al giudice. Giobbe non chiede impunità. Chiede udienza.


Anche la terra può gridare 🌾🌍

«Se contro di me grida la mia terra
e i suoi solchi piangono con essa;
se ho mangiato il suo frutto senza pagare
e ho fatto sospirare dalla fame i suoi coltivatori,
in luogo di frumento, getti spine,
ed erbaccia al posto dell’orzo» (Giobbe 31,38-40)

אִם־עָלַי אַדְמָתִי תִזְעָק
וְיַחַד תְּלָמֶיהָ יִבְכָּיוּן׃

אִם־כֹּחָהּ אָכַלְתִּי בְלִי־כָסֶף
וְנֶפֶשׁ בְּעָלֶיהָ הִפָּחְתִּי׃

תַּחַת חִטָּה יֵצֵא חוֹחַ
וְתַחַת־שְׂעֹרָה בָאְשָׁה
תַּמּוּ דִּבְרֵי אִיּוֹב׃

Im-‘alày admatì tiz‘àq;
ve-yàchad telamèha yivkayùn.

Im-kochàh akhàlti velì-khàsef;
ve-nèfesh be‘alèha hippàchti.

Tàchat chittàh yetzè chòach;
ve-tàchat se‘oràh vo’shàh;
tàmmu divrè ’Iyyòv.

Il capitolo termina con una sorprendente accusa possibile: quella della terra. Giobbe immagina che perfino il suolo possa gridare contro di lui, che i solchi possano piangere (Giobbe 31,38). È una personificazione potentissima. La terra non è muta quando viene sfruttata ingiustamente. Il campo può diventare testimone.

Giobbe nega di aver mangiato il frutto della terra senza pagare, o di aver fatto sospirare i suoi coltivatori (Giobbe 31,39). In altre parole, non ha costruito la propria prosperità sullo sfruttamento del lavoro altrui.

La maledizione finale è agricola: se è colpevole, al posto del grano crescano spine, e al posto dell’orzo erbaccia (Giobbe 31,40). La vita ingiusta non produce vero frutto. Poi arriva la frase conclusiva: “Quando Giobbe ebbe finito di parlare” (Giobbe 31,40). In ebraico: תַּמּוּ דִּבְרֵי אִיּוֹב, tàmmu divrè ’Iyyòv, “sono terminate le parole di Giobbe”. È una chiusura solenne. Giobbe ha detto tutto. Ha firmato. Ha chiamato Dio a rispondere. Ora il libro cambia fase.


Bibliografia essenziale 📚

David J. A. Clines, Job 21–37, Word Biblical Commentary 18A, Nashville, Thomas Nelson, 2006.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids, Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia, Westminster Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, “The Book of Job”, in The New Interpreter’s Bible, vol. IV, Nashville, Abingdon Press, 1996, pp. 317-637.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, Smyth & Helwys, 2006.

Edward L. Greenstein, Job: A New Translation, New Haven/London, Yale University Press, 2019.

Katharine J. Dell, The Book of Job as Sceptical Literature, Berlin/Boston, De Gruyter, 1991.

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Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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