Una teologia troppo piccola per il dolore – Giobbe 25

15 Luglio 2026


🗣️ Bildad parla ancora, ma ormai ha poco da dire

«Bildad il Suchita prese a dire» (Giobbe 25,1)

וַיַּעַן בִּלְדַּד הַשֻּׁחִי וַיֹּאמַר׃

Va-ya‘an Bildàd ha-Shuchì va-yomàr.

Giobbe 25 si apre come molti altri discorsi del libro: un amico “risponde”. Ma questa volta la risposta è brevissima. È come se il dialogo si stesse consumando. Gli amici hanno parlato molto, hanno accusato, hanno ammonito, hanno difeso una dottrina semplice: Dio premia i giusti e punisce i malvagi.

Eppure Giobbe ha appena mostrato che la realtà è più complessa. In Giobbe 24, i malvagi spostano i confini, rubano, sfruttano, feriscono, agiscono nella notte, e non vengono immediatamente colpiti (Giobbe 24,2-17). I poveri gridano, ma il giudizio tarda (Giobbe 24,12).

Bildad non entra davvero in questa ferita. Non risponde agli orfani, alle vedove, ai poveri, ai lavoratori affamati, ai feriti della città. Alza lo sguardo verso il cielo e parla della grandezza di Dio.

È un movimento significativo. Quando non si riesce più ad ascoltare il dolore concreto, talvolta ci si rifugia in frasi solenni. Belle, magari vere, ma incapaci di guarire.


🌌⚖️ Dio domina il cielo: potenza, timore e pace nelle altezze

«V’è forse dominio e paura presso Colui
che mantiene la pace nell’alto dei cieli?» (Giobbe 25,2)

הַמְשֵׁל וָפַחַד עִמּוֹ עֹשֶׂה שָׁלוֹם בִּמְרוֹמָיו׃

Ha-meshèl va-fàchad ‘immò; ‘osèh shalòm bi-meromàv.

Bildad comincia con una proclamazione della sovranità divina. Presso Dio vi sono “dominio” e “paura”. Il termine ebraico מֶשֶׁל, meshèl, rimanda al governo, al potere, alla signoria. פַחַד, pàchad, indica invece il timore, il tremore, la soggezione davanti a qualcosa di immenso.

Dio, dice Bildad, “fa pace nelle sue altezze”. L’espressione בִּמְרוֹמָיו, bi-meromàv, indica i luoghi alti, le regioni superiori, il cielo. Bildad contempla un ordine cosmico: sopra la terra caotica, Dio mantiene l’equilibrio delle altezze.

In sé, questa è una grande affermazione di fede. Dio non è una forza disordinata. Non è travolto dal caos. Il suo dominio custodisce perfino ciò che l’uomo non può vedere.

Il limite di Bildad, però, è nel modo in cui usa questa verità. Giobbe non ha negato la grandezza di Dio. Anzi, in tutto il libro, Giobbe prende Dio tremendamente sul serio. Il suo problema non è che Dio sia piccolo. Il suo problema è che Dio, pur essendo grande, sembra tacere davanti al dolore.

Bildad risponde: Dio è grande. Giobbe chiedeva: perché allora le vittime non vedono la giustizia?


☀️ Le schiere di Dio e la luce che raggiunge tutti

«Si possono forse contare le sue schiere?
E sopra chi non sorge la sua luce?» (Giobbe 25,3)

הֲיֵשׁ מִסְפָּר לִגְדוּדָיו וְעַל־מִי לֹא־יָקוּם אוֹרֵהוּ׃

Ha-yèsh mispàr li-ghedudàv? Ve-‘al-mi lo-yaqùm ’orèhu?

L’immagine delle “schiere” rimanda a un esercito celeste. Il termine גְּדוּדִים, ghedudìm, indica truppe, gruppi armati, schiere organizzate. Bildad immagina Dio come un sovrano circondato da forze innumerevoli.

Poi aggiunge una frase bellissima: “Sopra chi non sorge la sua luce?” (Giobbe 25,3). La luce di Dio raggiunge ogni creatura. Nessuno è fuori dal suo orizzonte. Nessuno vive in uno spazio sottratto al suo sguardo.

Questa frase potrebbe aprire alla speranza. Se la luce di Dio sorge su tutti, allora anche il povero nascosto, anche la vedova umiliata, anche l’orfano derubato sono sotto lo sguardo divino.

Ma Bildad non sviluppa questa direzione. Non dice: se Dio vede tutti, allora Dio vede anche la tua innocenza, Giobbe. Non dice: se Dio illumina ogni cosa, allora illumina anche il dolore delle vittime. No. Usa la luce di Dio per preparare un’altra affermazione: davanti a quella luce, l’uomo non può essere puro.

La luce che avrebbe potuto consolare diventa luce che schiaccia.


⚖️ Può l’uomo essere giusto davanti a Dio?

«Come può giustificarsi un uomo davanti a Dio
e apparire puro un nato di donna?» (Giobbe 25,4)

וּמַה־יִּצְדַּק אֱנוֹשׁ עִם־אֵל וּמַה־יִּזְכֶּה יְלוּד אִשָּׁה׃

U-mah yitzdàq ’enòsh ‘im-’El? U-mah yizkèh yelùd ’ishshàh?

Qui Bildad arriva al cuore del suo discorso. L’uomo può essere giusto davanti a Dio? Un nato di donna può essere puro?

I due verbi sono importanti. יִצְדַּק, yitzdàq, viene dalla radice צדק, legata alla giustizia, alla rettitudine, alla possibilità di risultare giusto in una causa. יִזְכֶּה, yizkèh, viene dalla radice זכה, legata alla purezza, alla limpidezza, all’essere privo di colpa o macchia.

Bildad sembra riprendere una convinzione già espressa dagli amici: nessun essere umano può stare davvero davanti a Dio come giusto. L’uomo è fragile, opaco, contaminato. Giobbe, quindi, non dovrebbe insistere sulla propria innocenza.

Ma qui si trova una delle distorsioni fondamentali del discorso degli amici. Giobbe non sta dicendo di essere uguale a Dio. Non sta affermando una purezza assoluta, metafisica, come se fosse una creatura celeste. Sta dicendo un’altra cosa: la sua sofferenza non è la prova di una colpa nascosta.

Questa distinzione è decisiva. Una cosa è dire: nessun uomo può vantarsi davanti alla santità assoluta di Dio.

Un’altra cosa è dire: se soffri, allora devi essere colpevole.

Bildad confonde i due piani. Prende una verità spirituale — l’uomo è fragile davanti a Dio — e la usa per impedire a Giobbe di difendere la propria innocenza concreta.


🌙⭐ Luna e stelle: perfino il cielo non è puro davanti a Dio

«Ecco, la luna stessa manca di chiarore
e le stelle non sono pure ai suoi occhi» (Giobbe 25,5)

הֵן עַד־יָרֵחַ וְלֹא יַאֲהִיל וְכוֹכָבִים לֹא־זַכּוּ בְעֵינָיו׃

Hen ‘ad-yarèach ve-lo ya’ahìl; ve-khokhavìm lo-zakkù ve-‘enàv.

Bildad porta il ragionamento nel cielo. La luna, יָרֵחַ, yarèach, non risplende abbastanza. Le stelle, כּוֹכָבִים, kokhavìm, non sono pure agli occhi di Dio.

È un’immagine potente. Gli astri, che per l’uomo antico erano simbolo di splendore, ordine e altezza, diventano piccoli davanti alla santità divina. Dio è oltre il cielo. La luce della luna e delle stelle non regge il confronto con la sua luce.

Anche qui, in sé, il pensiero è teologicamente forte. Nessuna creatura, neppure la più luminosa, può essere assolutizzata. La Bibbia rifiuta ogni idolatria cosmica: il cielo non è Dio, le stelle non sono divine, la luna non è una potenza da adorare.

Ma ancora una volta Bildad usa una verità alta per arrivare a una conclusione dura. Se perfino gli astri non sono puri, l’uomo è ancora meno degno. Il movimento del discorso è discendente: dal cielo luminoso alla creatura umana umiliata.

Manca però qualcosa: la compassione. Manca la capacità di dire che l’uomo è fragile senza disprezzarlo.


🪱 L’uomo-verme: la frase più dura di Bildad

«Quanto meno l’uomo, questo verme,
l’essere umano, questo bruco!» (Giobbe 25,6)

אַף כִּי־אֱנוֹשׁ רִמָּה וּבֶן־אָדָם תּוֹלֵעָה׃

Af ki-’enòsh rimmàh; u-ven-’adàm tolè‘ah.

Il capitolo si chiude con una frase durissima. L’uomo è רִמָּה, rimmàh, cioè verme, creatura associata alla decomposizione, alla morte, alla corruzione. Il figlio dell’uomo è תּוֹלֵעָה, tolè‘ah, verme, insetto, creatura minuta e debole.

Bildad vuole esaltare Dio abbassando l’uomo. Ma questa strategia spirituale è pericolosa. Perché la Bibbia sa certamente parlare della fragilità dell’uomo, della polvere, della morte, del limite. Ma sa anche dire che l’uomo è creato a immagine di Dio (Genesi 1,26-27). Sa dire che Dio si prende cura del povero, dell’orfano, della vedova e dello straniero (Deuteronomio 10,18). Sa dire che il grido dell’oppresso sale fino a Dio (Esodo 3,7).

Bildad prende solo una parte della verità. L’uomo è fragile, sì. Ma non è per questo disprezzabile. L’uomo è piccolo, sì. Ma non è per questo privo di valore. L’uomo è polvere, sì. Ma è una polvere che Dio guarda, ascolta, chiama, visita.

Il discorso di Bildad diventa così una teologia senza volto umano. Parla di Dio, ma non vede Giobbe. Parla della maestà divina, ma non ascolta il dolore dell’amico seduto nella cenere.


Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 21–37, Word Biblical Commentary 18A, Nashville, Thomas Nelson, 2006.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids, Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia, Westminster Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, “The Book of Job”, in The New Interpreter’s Bible, vol. IV, Nashville, Abingdon Press, 1996, pp. 317-637.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, Smyth & Helwys, 2006.

Katharine J. Dell, The Book of Job as Sceptical Literature, Beihefte zur Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft 197, Berlin/New York, Walter de Gruyter, 1991.

Edward L. Greenstein, Job: A New Translation, New Haven/London, Yale University Press, 2019.

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Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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