“Ora”: il capovolgimento dell’onore 🔄🌑
«Ora invece si ridono di me
i più giovani di me in età,
i cui padri non avrei degnato
di mettere tra i cani del mio gregge» (Giobbe 30,1)
וְעַתָּה שָׂחֲקוּ עָלַי
צְעִירִים מִמֶּנִּי לְיָמִים
אֲשֶׁר מָאַסְתִּי אֲבוֹתָם
לָשִׁית עִם כַּלְבֵי צֹאנִי׃
Ve-‘attàh sachaqù ‘alài;
tze‘irìm mimmènni le-yamìm;
asher ma’àsti avotàm;
lashìt ‘im kalvè tzonì.
Il capitolo comincia con una parola che pesa come una frattura: “Ora”. In Giobbe 29 dominava il passato: “Oh, potessi tornare com’ero” (Giobbe 29,2). In Giobbe 30 domina il presente: “Ora invece” (Giobbe 30,1).
Giobbe descrive un’umiliazione sociale radicale. Non sono i grandi della città a giudicarlo, non sono i sapienti a discutere con lui: sono i più giovani a ridere di lui. Il contrasto con Giobbe 29 è netto: là i giovani si ritiravano e i vecchi si alzavano in piedi (Giobbe 29,8). Qui i giovani ridono.
La frase sui loro padri è aspra, quasi sgradevole. Giobbe dice che un tempo non li avrebbe messi neppure con i cani del suo gregge (Giobbe 30,1). È una frase da leggere con attenzione, non è un modello morale da imitare, ma il linguaggio di un uomo ferito, precipitato in un mondo dove il disprezzo chiama disprezzo.
Giobbe non sta facendo una teoria sociale sui poveri o sugli emarginati. Sta mostrando la violenza del rovesciamento: l’uomo un tempo rispettato è diventato oggetto di scherno da parte di chi, ai suoi occhi, stava ai margini della società.
Ai margini dell’umano: fame, deserto e caverne 🏜️🕳️
«Disfatti dalla indigenza e dalla fame,
brucano per l’arido deserto,
da lungo tempo regione desolata,
raccogliendo l’erba salsa accanto ai cespugli
e radici di ginestra per loro cibo» (Giobbe 30,3-4)
בְּחֶסֶר וּבְכָפָן גַּלְמוּד
הַעֹרְקִים צִיָּה אֶמֶשׁ שׁוֹאָה וּמְשֹׁאָה׃
הַקֹּטְפִים מַלּוּחַ עֲלֵי שִׂיחַ
וְשֹׁרֶשׁ רְתָמִים לַחְמָם׃
Be-chèser u-ve-khafàn galmùd;
ha-‘orqìm tziyyàh èmesh sho’àh u-mesho’àh.
Ha-qotfìm mallùach ‘alè sìach;
ve-shòresh retamìm lachmàm.
Giobbe descrive il gruppo che ora lo deride come gente consumata dalla fame, costretta a vivere nel deserto, a nutrirsi di erbe amare e radici. Sono persone spinte ai margini, quasi fuori dal consorzio umano.
«Cacciati via dal consorzio umano,
a loro si grida dietro come al ladro;
sì che dimorano in valli orrende,
nelle caverne della terra e nelle rupi» (Giobbe 30,5-6)
מִן גֵּו יְגֹרָשׁוּ
יָרִיעוּ עָלֵימוֹ כַּגַּנָּב׃
בַּעֲרוּץ נְחָלִים לִשְׁכֹּן
חֹרֵי עָפָר וְכֵפִים׃
Min gev yegoràshu;
yarì‘u ‘alèmo ka-gannàv.
Ba-‘arùtz nechalìm lishkòn;
chorè ‘afàr ve-khefìm.
La scena è cupa. Questi uomini abitano tra burroni, caverne, fenditure della terra. Sono respinti, braccati, trattati come ladri. Il testo mostra una società organizzata intorno all’onore e all’esclusione: chi non ha posto nella comunità viene spinto fuori, verso luoghi quasi bestiali.
Anche qui bisogna leggere con grande delicatezza. Giobbe parla in modo durissimo di queste persone, ma la sua descrizione rivela anche qualcosa del loro dolore. Sono affamati, respinti, senza nome. E tuttavia, proprio loro ora ridono di lui.
Il mondo di Giobbe è capovolto due volte: gli emarginati restano emarginati, ma l’uomo un tempo onorato è caduto così in basso da diventare bersaglio perfino del loro scherno.
Da uomo autorevole a canzone di scherno 🎶💔
«Ora io sono la loro canzone,
sono diventato la loro favola!
Hanno orrore di me e mi schivano
e non si astengono dallo sputarmi in faccia!» (Giobbe 30,9-10)
וְעַתָּה נְגִינָתָם הָיִיתִי
וָאֱהִי לָהֶם לְמִלָּה׃
תִּעֲבוּנִי רָחֲקוּ מֶנִּי
וּמִפָּנַי לֹא חָשְׂכוּ רֹק׃
Ve-‘attàh neginatàm hayìti;
va-ehì lahèm le-millàh.
Ti‘avùni rachaqù mènni;
u-mi-panài lo chasakhù roq.
In Giobbe 29 la parola di Giobbe scendeva sugli altri come pioggia (Giobbe 29,22-23). In Giobbe 30, invece, Giobbe stesso diventa una canzone. Ma non una canzone d’onore: una canzone di scherno.
È una delle immagini più dolorose del capitolo. Essere trasformati in “favola”, in proverbio, in parola pubblica di disprezzo significa perdere il controllo della propria identità. Giobbe non è più ascoltato: è raccontato dagli altri. Non è più soggetto della parola: è oggetto di derisione.
Lo sputo in faccia rende tutto corporeo, concreto, brutale (Giobbe 30,10). Non siamo davanti a una sofferenza astratta, perché Giobbe sente il disprezzo addosso, sulla pelle, sul volto. Questa è una delle grandi discese del libro: dal rispetto alla vergogna, dalla piazza alla polvere, dalla parola autorevole alla caricatura pubblica.
La breccia dell’umiliazione 🧱⚔️
«A destra insorge la ragazzaglia;
smuovono i miei passi
e appianano la strada contro di me per perdermi.
Hanno demolito il mio sentiero,
cospirando per la mia disfatta
e nessuno si oppone a loro» (Giobbe 30,12-13)
עַל יָמִין פִּרְחַח יָקוּמוּ
רַגְלַי שִׁלֵּחוּ
וַיָּסֹלּוּ עָלַי אָרְחוֹת אֵידָם׃
נָתְסוּ נְתִיבָתִי
לְהַוָּתִי יֹעִילוּ
לֹא עֹזֵר לָמוֹ׃
‘Al yamìn pirchàch yaqùmu;
raglài shillèchu;
va-yasòllu ‘alài orchòt edàm.
Natsù netivatì;
le-havvatì yo‘ìlu;
lo ‘ozèr lamò.
Giobbe usa il linguaggio dell’assedio. I suoi avversari smuovono i suoi passi, appianano strade contro di lui, demoliscono il suo sentiero. Non è soltanto preso in giro: si sente circondato, invaso, destabilizzato.
«Avanzano come attraverso una larga breccia,
sbucano in mezzo alle macerie.
I terrori si sono volti contro di me;
si è dileguata, come vento, la mia grandezza
e come nube è passata la mia felicità» (Giobbe 30,14-15)
כְּפֶרֶץ רָחָב יֶאֱתָיוּ
תַּחַת שֹׁאָה הִתְגַּלְגָּלוּ׃
הָהְפַּךְ עָלַי בַּלָּהוֹת
תִּרְדֹּף כָּרוּחַ נְדִבָתִי
וּכְעָב עָבְרָה יְשֻׁעָתִי׃
Ke-fèretz rachàv ye’etàyu;
tàchat sho’àh hitgalgàlu.
Ha-hpàkh ‘alài ballahòt;
tirdòf ka-rùach nedivatì;
u-khe-‘àv ‘avrāh yeshu‘atì.
La “breccia” è un’immagine potente. Quando un muro si apre, non entra un solo nemico: entra tutto. Giobbe sente che la sua vita è stata violata, le difese sono crollate, l’onore, la sicurezza, la stima pubblica, la salute, la pace interiore: tutto è diventato maceria.
La grandezza di Giobbe si dissolve come vento; la sua felicità passa come nube (Giobbe 30,15). Sono immagini leggere, evanescenti, ma proprio per questo crudeli: ciò che sembrava stabile non ha lasciato traccia.
Il corpo come luogo del dolore 🦴🔥
«Ora mi consumo
e mi colgono giorni d’afflizione.
Di notte mi sento trafiggere le ossa
e i dolori che mi rodono non mi danno riposo» (Giobbe 30,16-17)
וְעַתָּה עָלַי תִּשְׁתַּפֵּךְ נַפְשִׁי
יֹאחֲזוּנִי יְמֵי עֹנִי׃
לַיְלָה עֲצָמַי נִקַּר מֵעָלָי
וְעֹרְקַי לֹא יִשְׁכָּבוּן׃
Ve-‘attàh ‘alài tishtappèkh nafshì;
yochazùni yemè ‘onì.
Làylah ‘atzamài niqqàr me-‘alài;
ve-‘orqài lo yishkavùn.
Il dolore di Giobbe non è solo sociale. È anche fisico. La sua anima si versa, si consuma; i giorni di afflizione lo afferrano; di notte le ossa sono trafitte.
La notte, nel libro di Giobbe, è spesso lo spazio in cui il dolore diventa più acuto. Quando la comunità tace, quando i rumori si spengono, resta il corpo e il corpo parla con il suo linguaggio: ossa, pelle, viscere, bruciore, insonnia.
Giobbe non sta costruendo un discorso astratto sulla sofferenza. Sta descrivendo una sofferenza incarnata. Il dolore abita i tessuti, entra nel sonno, consuma dall’interno.
Fango, polvere e cenere 🪨🌫️
«Mi ha gettato nel fango:
son diventato polvere e cenere» (Giobbe 30,19)
הֹרָנִי לַחֹמֶר
וָאֶתְמַשֵּׁל כֶּעָפָר וָאֵפֶר׃
Horàni la-chòmer;
va-etmashèl ke-‘afàr va-èfer.
Questo versetto concentra in poche parole la caduta di Giobbe. Egli si sente gettato nel fango, assimilato alla polvere e alla cenere (si noti l’assonanza: ‘afàr va-èfer)
Polvere e cenere sono immagini profondamente bibliche. Richiamano la fragilità dell’uomo, la sua mortalità, il suo ritorno alla terra. Ma qui non sono dette in modo sereno. Non sono una meditazione pacata sulla condizione umana. Sono la percezione di un uomo precipitato nella degradazione.
Giobbe era stato uomo di luce, giustizia, autorità e consolazione (Giobbe 29,3.14.25). Ora è fango. Questo è il contrasto più drammatico: non una semplice perdita esterna, ma una trasformazione della percezione di sé. Il dolore dice a Giobbe: tu non sei più quello che eri.
Il punto più duro: Dio non risponde 🙏🌑
«Io grido a te, ma tu non mi rispondi,
insisto, ma tu non mi dai retta.
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti» (Giobbe 30,20-21)
אֲשַׁוַּע אֵלֶיךָ וְלֹא תַעֲנֵנִי
עָמַדְתִּי וַתִּתְבֹּנֶן בִּי׃
תֵּהָפֵךְ לְאַכְזָר לִי
בְּעֹצֶם יָדְךָ תִשְׂטְמֵנִי׃
Ashawwà‘ elèkha ve-lo ta‘anèni;
‘amàdti va-titbonèn bi.
Tehapèkh le-akhzàr li;
be-‘òtsem yadkhà tistmèni.
Qui siamo al centro teologico del capitolo. Giobbe non soffre solo perché gli uomini lo deridono e il corpo lo consuma. Soffre perché grida a Dio e Dio non risponde.
La frase è terribile: “Tu sei diventato crudele verso di me” (Giobbe 30,21). Giobbe non parla di Dio in terza persona, si rivolge direttamente a lui. È preghiera, ma una preghiera lacerata, è accusa, ma un’accusa pronunciata davanti a Dio, non lontano da lui.
Questa è una delle grandezze del libro: Giobbe non censura il linguaggio del dolore, non addolcisce artificialmente la sua esperienza, non dice ciò che dovrebbe dire per apparire pio. Dice ciò che vive.
Eppure continua a rivolgersi a Dio. Anche quando lo sente come avversario, lo chiama; anche quando non riceve risposta, grida.
Cavalcare il vento verso la morte 🌪️⚰️
«Mi sollevi e mi poni a cavallo del vento
e mi fai sballottare dalla bufera.
So bene che mi conduci alla morte,
alla casa dove si riunisce ogni vivente» (Giobbe 30,22-23)
תִּשָּׂאֵנִי אֶל רוּחַ תַּרְכִּיבֵנִי
וּתְמֹגְגֵנִי תשוה תֻּשִׁיָּה׃
כִּי יָדַעְתִּי מָוֶת תְּשִׁיבֵנִי
וּבֵית מוֹעֵד לְכָל חָי׃
Tissa’èni el-rùach tarkivèni;
u-temogghèni tushiyyàh.
Ki yadà‘ti màvet teshivèni;
u-vèt mo‘èd le-khol chài.
L’immagine del vento ritorna, ma non come soffio di vita. È un vento che solleva, travolge, sballotta. Giobbe si sente trascinato da una forza che non controlla. Il punto d’arrivo è la morte. Giobbe la chiama “la casa dove si riunisce ogni vivente” (Giobbe 30,23). È una definizione cupa e universale. Tutti i viventi, prima o poi, entrano in quella casa.
Ma in Giobbe questa consapevolezza non è una riflessione filosofica distaccata. È esperienza vicina. Egli sente di essere già in cammino verso quel luogo.
“Ho pianto con chi soffriva”: la memoria della compassione 🤲💧
«Non ho pianto io forse con chi aveva i giorni duri
e non mi sono afflitto per l’indigente?
Eppure aspettavo il bene ed è venuto il male,
aspettavo la luce ed è venuto il buio» (Giobbe 30,25-26)
אִם לֹא בָכִיתִי לִקְשֵׁה יוֹם
עָגְמָה נַפְשִׁי לָאֶבְיוֹן׃
כִּי טוֹב קִוִּיתִי וַיָּבֹא רָע
וַאֲיַחֲלָה לְאוֹר וַיָּבֹא אֹפֶל׃
Im lo vakhìti li-qeshè yom;
‘aghemàh nafshì la-evyòn.
Ki tov qivvìti va-yavò ra‘;
va-ayachalàh le-or va-yavò òfel.
Qui Giobbe torna alla memoria morale di Giobbe 29. Non era stato indifferente al dolore degli altri, aveva pianto con chi viveva giorni duri, si era afflitto per l’indigente (Giobbe 30,25).
Questo rende la sua condizione ancora più incomprensibile. Giobbe non dice: “Ho vissuto per me stesso e ora soffro”. Dice: “Ho sofferto con chi soffriva, e ora nessuno sembra soffrire con me”. Poi arriva uno dei versetti più belli e più amari del capitolo: “Aspettavo il bene (situazione di bene) ed è venuto il male (situazioni di male); aspettavo la luce ed è venuto il buio” (Giobbe 30,26).
Qui si sente l’intero dramma del libro. Giobbe non pretendeva una vita senza difficoltà, ma si aspettava che il bene generasse bene, che la luce non si trasformasse in tenebra, che la giustizia non finisse nel fango. E invece tutto è accaduto al contrario.
Fratello degli sciacalli, compagno degli struzzi 🐺🪶
«Avanzo con il volto scuro, senza conforto,
nell’assemblea mi alzo per invocare aiuto.
Sono divenuto fratello degli sciacalli
e compagno degli struzzi» (Giobbe 30,28-29)
קֹדֵר הִלַּכְתִּי בְּלֹא חַמָּה
קַמְתִּי בַקָּהָל אֲשַׁוֵּעַ׃
אָח הָיִיתִי לְתַנִּים
וְרֵעַ לִבְנוֹת יַעֲנָה׃
Qodèr hillàkhti be-lo chammàh;
qamti va-qahàl ashawwèa‘.
Ach hayìti le-tannìm;
ve-rèa‘ li-venòt ya‘anàh.
Giobbe cammina scuro, senza sole. L’immagine del volto scuro dice lutto, isolamento, mancanza di consolazione. Egli si alza nell’assemblea per gridare aiuto, ma la sua voce non trova risposta.
Poi si paragona agli sciacalli e agli struzzi. Sono animali del deserto, associati a luoghi desolati e a grida lamentose. Giobbe non si sente più pienamente parte della comunità umana. È diventato fratello delle creature della solitudine.
È un’immagine di disumanizzazione. Prima sedeva come capo e consolatore degli afflitti (Giobbe 29,25). Ora è compagno degli animali del deserto (Giobbe 30,29).
La cetra trasformata in lamento 🪕😭
«La mia pelle si è annerita, mi si stacca
e le mie ossa bruciano dall’arsura.
La mia cetra serve per lamenti
e il mio flauto per la voce di chi piange» (Giobbe 30,30-31)
עוֹרִי שָׁחַר מֵעָלָי
וְעַצְמִי חָרָה מִנִּי חֹרֶב׃
וַיְהִי לְאֵבֶל כִּנֹּרִי
וְעֻגָבִי לְקוֹל בֹּכִים׃
‘Orì shachàr me-‘alài;
ve-‘atzmì charàh minnì chòrev.
Va-yehì le-èvel kinnorì;
ve-‘ugavì le-qòl bokhìm.
Il capitolo termina con due strumenti musicali: la cetra e il flauto. Ma non producono più gioia, ma sono diventati strumenti di lamento.
È una conclusione bellissima e terribile. La musica, che dovrebbe esprimere festa, armonia, bellezza, ora accompagna il pianto. La vita di Giobbe ha cambiato tonalità: da canto di onore a elegia, da luce a buio, da consiglio atteso come pioggia a voce di chi piange.
Questo finale riprende e rovescia l’immagine della “canzone” di scherno (Giobbe 30,9). Gli altri cantano Giobbe per deriderlo, egli, invece, canta il proprio dolore. Ma il suo canto non è vuoto: è testimonianza, è la parola estrema di chi non vuole che la sofferenza resti muta.
Bibliografia essenziale 📚
David J. A. Clines, Job 21–37, Word Biblical Commentary 18A, Nashville, Thomas Nelson, 2006.
John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids, Eerdmans, 1988.
Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia, Westminster Press, 1985.
Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, Doubleday, 1965.
Carol A. Newsom, “The Book of Job”, in The New Interpreter’s Bible, vol. IV, Nashville, Abingdon Press, 1996, pp. 317-637.
Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, Smyth & Helwys, 2006.
Edward L. Greenstein, Job: A New Translation, New Haven/London, Yale University Press, 2019.
Katharine J. Dell, The Book of Job as Sceptical Literature, Beihefte zur Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft 197, Berlin/New York, De Gruyter, 1991.









