1. Una risposta ironica: parole solenni, ma nessun aiuto 🗣️⚖️
«Quanto aiuto hai dato al debole
e come hai soccorso il braccio senza forza!
Quanti buoni consigli hai dato all’ignorante
e con quanta abbondanza hai manifestato la saggezza!» (Giobbe 26,2-3)
מֶה־עָזַרְתָּ לְלֹא־כֹחַ
הוֹשַׁעְתָּ זְרוֹעַ לֹא־עֹז׃
מַה־יָּעַצְתָּ לְלֹא חָכְמָה
וְתֻשִׁיָּה לָרֹב הוֹדָעְתָּ׃
Meh-‘azàrta le-lo-kòach;
hoshà‘ta zeròa‘ lo-‘òz.
Mah-ya‘àtzta le-lo chokhmàh;
ve-tushiyyàh la-ròv hodà‘ta.
Giobbe apre con sarcasmo. Il tono è evidente: Bildad ha appena parlato con grande solennità, ma non ha dato alcun vero aiuto.
Il “debole” è Giobbe stesso. Il “braccio senza forza” è l’uomo spossato, colpito, incapace di reggere da solo il peso della propria sofferenza. Bildad avrebbe dovuto soccorrere, sostenere, ascoltare. Invece ha pronunciato una formula: Dio è grande, l’uomo è nulla.
Giobbe non nega che Dio sia grande. Ma domanda: a che cosa serve dire una verità su Dio se quella verità non consola, non illumina, non solleva chi è a terra?
«A chi hai tu rivolto la parola
e qual è lo spirito che da te è uscito?» (Giobbe 26,4)
אֶת־מִי הִגַּדְתָּ מִלִּין
וְנִשְׁמַת־מִי יָצְאָה מִמֶּךָּ׃
Et-mi higgàdta millìn;
ve-nishmàt-mi yatz’Àh mimmèkka?
Questa domanda è molto forte. Giobbe chiede a Bildad: da dove viene il tuo discorso? A chi parla davvero? È una parola nata dallo spirito di Dio, oppure da una dottrina ripetuta senza vita?
In Giobbe 25, Bildad aveva parlato della luce divina e della bassezza dell’uomo (Giobbe 25,3-6). In Giobbe 26, Giobbe gli mostra che la vera sapienza non consiste nel pronunciare frasi grandiose, ma nel saperle dire nel modo giusto, davanti alla persona giusta, nel momento giusto.
Una verità senza misericordia può diventare una ferita.
Dio vede anche il mondo dei morti ⚰️🌑
«I morti tremano sotto terra,
come pure le acque e i loro abitanti.
Nuda è la tomba davanti a lui
e senza velo è l’abisso» (Giobbe 26,5-6)
הָרְפָאִים יְחוֹלָלוּ
מִתַּחַת מַיִם וְשֹׁכְנֵיהֶם׃
עָרוֹם שְׁאוֹל נֶגְדּוֹ
וְאֵין כְּסוּת לָאֲבַדּוֹן׃
Ha-refa’ìm yecholàlu;
mitàchat màyim ve-shokhenèhèm.
‘Aròm She’òl negdò;
ve-èn kesùt la-Avaddòn.
Dopo l’ironia iniziale, il discorso cambia improvvisamente registro. Giobbe si apre a una visione cosmica. Non parla più solo di Bildad. Parla di Dio.
Il primo spazio evocato non è il cielo, ma il mondo inferiore: i morti, le acque profonde, la tomba, l’abisso. È un movimento sorprendente. Bildad aveva guardato in alto, alla luna e alle stelle (Giobbe 25,5). Giobbe guarda prima in basso, nel luogo che sembra più lontano dalla vita.
Le ombre dei morti tremano. She’òl è nudo davanti a Dio. ’Avaddòn non ha copertura.
Il significato è chiaro: non esiste luogo sottratto allo sguardo divino. Dio non è soltanto il sovrano delle altezze luminose. È anche colui davanti al quale la morte perde il suo velo.
Qui Giobbe dice qualcosa di molto più profondo di Bildad. Bildad aveva usato la grandezza di Dio per abbassare l’uomo. Giobbe mostra che la grandezza di Dio attraversa tutti gli spazi: cielo, terra, mare, abisso, morte.
Dio non è grande perché schiaccia l’uomo. Dio è grande perché nulla gli è nascosto.
La terra sospesa sul nulla: il cosmo come meraviglia 🌍✨
«Egli stende il settentrione sopra il vuoto,
tiene sospesa la terra sopra il nulla» (Giobbe 26,7)
נֹטֶה צָפוֹן עַל־תֹּהוּ
תֹּלֶה אֶרֶץ עַל־בְּלִי־מָה׃
Notèh tzafòn ‘al-tòhu;
tolèh èretz ‘al-belì-màh.
Questo è uno dei versetti più celebri del capitolo. L’immagine è magnifica: Dio stende il settentrione sopra il vuoto e sospende la terra sul nulla.
Il “settentrione” non è soltanto una direzione geografica. Nel linguaggio poetico antico può evocare la regione del cielo, le altezze misteriose, lo spazio del firmamento. Il “vuoto” richiama il termine ebraico תֹּהוּ, tòhu, parola che compare anche all’inizio della Genesi, quando la terra è ancora informe e deserta (Genesi 1,2).
Il “nulla” è ancora più misterioso. L’espressione בְּלִי־מָה, belì-màh, significa letteralmente qualcosa come “senza che cosa”, “senza alcunché”, e suggerisce l’idea di assenza di appoggio, sospensione, mancanza di fondamento visibile.
È importante non trasformare questo versetto in una formula scientifica moderna. Giobbe parla in poesia, non in fisica. Ma proprio la poesia coglie qualcosa di essenziale: il mondo esiste come mistero sostenuto. La creazione non è ovvia. Sta davanti agli occhi, ma il suo fondamento ultimo sfugge.
Giobbe, seduto nella sofferenza, non ha perso il senso della meraviglia. Questo è straordinario. Chi soffre potrebbe vedere solo buio. Giobbe invece vede anche il cosmo.
Le acque nelle nubi e il limite tra luce e tenebre ☁️🌊
«Rinchiude le acque dentro le nubi,
e le nubi non si squarciano sotto il loro peso» (Giobbe 26,8)
צֹרֵר־מַיִם בְּעָבָיו
וְלֹא־נִבְקַע עָנָן תַּחְתָּם׃
Tzorèr-màyim be-‘avàv;
ve-lo-nivqà‘ ‘anàn tachtàm.
Giobbe continua con un’altra immagine grandiosa: Dio rinchiude le acque dentro le nubi. Le nubi portano un peso immenso, eppure non si lacerano. Ciò che per l’uomo sarebbe impossibile, nella creazione accade con naturalezza.
Il mondo è fragile e stabile insieme. Le nubi sembrano leggere, ma custodiscono le acque. Il cielo sembra aperto, ma trattiene. Il creato è pieno di equilibri invisibili.
«Ha tracciato un cerchio sulle acque,
sino al confine tra la luce e le tenebre» (Giobbe 26,10)
חֹק־חָג עַל־פְּנֵי־מָיִם
עַד־תַּכְלִית אוֹר עִם־חֹשֶׁךְ׃
Choq-chàg ‘al-penè-màyim;
‘ad-takhlìt ’òr ‘im-chòshekh.
Qui appare il “cerchio” tracciato sulle acque. Il termine ebraico חוּג, chùg, indica una linea circolare, un orizzonte, un limite disegnato. Dio delimita le acque e stabilisce il confine tra luce e tenebra.
L’immagine richiama la grande grammatica biblica della creazione: separare, delimitare, dare forma. In Genesi, Dio separa la luce dalle tenebre (Genesi 1,4), le acque superiori da quelle inferiori (Genesi 1,6-7), il mare dalla terra asciutta (Genesi 1,9-10). In Giobbe 26, lo stesso linguaggio ritorna in forma poetica: Dio è colui che mette confine al caos.
Ma Giobbe non usa questa visione per costruire una risposta facile al proprio dolore. Il cosmo è ordinato, sì. Ma la vita umana resta drammatica. Dio tiene insieme cielo, terra, mare e abisso; eppure Giobbe continua a non capire perché la sua sofferenza sia stata permessa. Questa tensione è il cuore del libro.
Le colonne del cielo tremano 🏛️⚡
«Le colonne del cielo si scuotono,
sono prese da stupore alla sua minaccia» (Giobbe 26,11)
עַמּוּדֵי שָׁמַיִם יְרוֹפָפוּ
וְיִתְמְהוּ מִגַּעֲרָתוֹ׃
‘Ammudè shamàyim yerofàfu;
ve-yitmehù mi-ga‘aratò.
L’immagine delle “colonne del cielo” appartiene al linguaggio poetico antico. Il cielo è immaginato come una grande struttura, sostenuta da pilastri cosmici. Quando Dio parla, perfino quelle colonne tremano.
Non dobbiamo leggere questa frase come una descrizione astronomica. È un’immagine teologica. Giobbe vuole dire che nulla, neppure ciò che appare più alto e stabile, resta indifferente alla potenza di Dio.
Bildad aveva detto che Dio fa pace nelle sue altezze (Giobbe 25,2). Giobbe va oltre: quelle altezze non sono immobili davanti a lui. Tremano. Si stupiscono. Rispondono alla sua minaccia.
La creazione non è autonoma. Non è un meccanismo chiuso. È un teatro attraversato dalla presenza di Dio.
Il mare, Raab e il serpente tortuoso 🐍🌊
«Con forza agita il mare
e con intelligenza doma Raab.
Al suo soffio si rasserenano i cieli,
la sua mano trafigge il serpente tortuoso» (Giobbe 26,12-13)
בְּכֹחוֹ רָגַע הַיָּם
וּבִתְבוּנָתוֹ מָחַץ רָהַב׃
בְּרוּחוֹ שָׁמַיִם שִׁפְרָה
חֹלְלָה יָדוֹ נָחָשׁ בָּרִחַ׃
Be-khochò ragà‘ ha-yàm;
u-vitvunatò màchatz Ràhav.
Be-ruchò shamàyim shifràh;
cholelàh yadò nachàsh barìach.
Ora il linguaggio diventa più drammatico. Appaiono il mare, Raab e il serpente tortuoso.
Il mare, nella Bibbia, non è solo una distesa d’acqua. Spesso rappresenta l’instabilità, il caos, ciò che minaccia l’ordine della vita. Raab è una figura simbolica della forza caotica domata da Dio. Il serpente tortuoso richiama le immagini del mostro primordiale, vicino al Leviatàn, che ritornerà in modo grandioso alla fine del libro (Giobbe 41).
Giobbe afferma che Dio non domina il caos solo con forza, ma anche con intelligenza. Il testo parla di potenza e di sapienza: Dio agita il mare con la sua forza, ma doma Raab con la sua comprensione.
Questa unione è fondamentale. La potenza senza sapienza diventa violenza. La sapienza senza potenza resta inefficace. In Dio, invece, forza e intelligenza coincidono. Egli non è un sovrano cieco. È il Signore che conosce, ordina, delimita, vince il caos.
Il “soffio” che rasserena i cieli richiama la parola ebraica רוּחַ, rùach: vento, respiro, spirito. Con il suo soffio, Dio rende limpido il cielo. Con la sua mano, trafigge il serpente.
Ancora una volta, Giobbe mostra di non avere una visione povera di Dio. La sua fede è vastissima. Conosce l’abisso, il cielo, il mare, i mostri del caos, il mistero della creazione. Ma proprio perché conosce la grandezza di Dio, osa continuare a chiedere.
Solo i margini delle sue opere 👂⚡
«Ecco, questi non sono che i margini delle sue opere;
quanto lieve è il sussurro che noi ne percepiamo!
Ma il tuono della sua potenza chi può comprenderlo?» (Giobbe 26,14)
הֶן־אֵלֶּה קְצוֹת דְּרָכָו
וּמַה־שֵּׁמֶץ דָּבָר נִשְׁמַע־בּוֹ
וְרַעַם גְּבוּרֹתָיו מִי יִתְבּוֹנָן׃
Hen-èlleh ketzòt derakhàv;
u-mah-shèmetz davàr nishmà‘-bo;
ve-rà‘am gevurotàv mi yitbonàn?
Il capitolo si chiude con una delle frasi più belle del libro.
Tutto ciò che Giobbe ha detto — il mondo dei morti, la terra sospesa, le nubi cariche d’acqua, il confine tra luce e tenebre, le colonne del cielo, il mare domato, Raab sconfitto, il serpente trafitto — tutto questo non è che il margine delle opere di Dio.
Noi percepiamo appena un sussurro.
Il termine “sussurro” è decisivo. L’uomo non possiede la totalità del mistero. Ascolta soltanto un filo di voce, un’eco, una traccia. Se già il sussurro è così immenso, chi potrà comprendere il tuono della potenza divina?
Qui Giobbe rovescia definitivamente Bildad. Bildad aveva detto: Dio è grande, dunque tu devi tacere. Giobbe risponde: Dio è talmente grande che nessuna formula umana può pretendere di chiudere il mistero.
La vera grandezza di Dio non zittisce la domanda. La rende più profonda.
Bibliografia essenziale
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John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids, Eerdmans, 1988.
Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia, Westminster Press, 1985.
Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, Doubleday, 1965.
Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, Smyth & Helwys, 2006.
Edward L. Greenstein, Job: A New Translation, New Haven/London, Yale University Press, 2019.
Carol A. Newsom, “The Book of Job”, in The New Interpreter’s Bible, vol. IV, Nashville, Abingdon Press, 1996.
Katharine J. Dell, The Book of Job as Sceptical Literature, Berlin/Boston, De Gruyter, 1991.









