L’invenzione della colpa: l’ultima accusa di Elifaz – Giobbe 22

6 Luglio 2026


⚖️ Dio ha forse bisogno della nostra giustizia? – (Gb 22,1-5)

וַיַּעַן אֱלִיפַז הַתֵּמָנִי וַיֹּאמַר׃הַלְאֵל יִסְכָּן־גָּבֶרכִּי־יִסְכֹּן עָלֵימוֹ מַשְׂכִּיל׃הַחֵפֶץ לְשַׁדַּי כִּי תִצְדָּקוְאִם־בֶּצַע כִּי־תַתֵּם דְּרָכֶיךָ׃הֲמִיִּרְאָתְךָ יֹכִיחֶךָיָבוֹא עִמְּךָ בַּמִּשְׁפָּט׃הֲלֹא רָעָתְךָ רַבָּהוְאֵין־קֵץ לַעֲוֹנֹתֶיךָ׃ Wayya‘an ’Elifàz ha-Temanì wayyòmar.Hal’El yiskòn-gàver,ki-yiskòn ‘alèmo maskìl?Hachèfets le-Shaddày ki titsdàq,we’im-bètsa‘ ki-tattèm derakhèkha?Hamiyyir’atekhà yokhichèkhà,yavò ‘immekhà bammishpàt?Halo ra‘atekhà rabbàh,we’en-qèts la‘awonotekhà.
“Elifaz il Temanita prese a dire: Può forse l’uomo giovare a Dio? Il saggio non giova forse soltanto a se stesso? Quale interesse viene all’Onnipotente dal fatto che tu sia giusto, o quale vantaggio riceve se rendi integra la tua condotta? È forse per il tuo timore di Dio che ti rimprovera e viene con te in giudizio? Non è forse grande la tua malvagità e non sono senza limite le tue iniquità?” (Gb 22,1-5)

Elifaz parte da una domanda importante: può l’uomo essere utile a Dio? Il ragionamento insiste sulla trascendenza divina. Dio non dipende dall’uomo. La giustizia umana non arricchisce Dio come un guadagno economico, così come il peccato umano non priva Dio della sua sovranità. In questo senso, Elifaz corregge l’idea che l’uomo possa presentarsi davanti a Dio come un creditore. Ma immediatamente compie un salto logico. Se Dio non trae profitto dalla giustizia di Giobbe, ragiona Elifaz, allora la sofferenza che lo colpisce non può essere spiegata se non dalla sua malvagità. La domanda retorica del v. 4 prepara il verdetto del v. 5: Dio non ti sta giudicando perché sei pio; dunque deve giudicarti perché sei profondamente colpevole. “Non è forse grande la tua malvagità?” (Gb 22,5). Elifaz non domanda più. Ha già deciso. È questo il punto teologico decisivo: una verità sull’assoluta libertà e trascendenza di Dio viene inserita dentro un ragionamento sbagliato. Elifaz passa dalla grandezza di Dio alla colpevolezza di Giobbe senza aver dimostrato il collegamento. Giobbe 21 aveva appena messo in crisi la teologia automatica degli amici. Giobbe aveva mostrato che i malvagi possono vivere a lungo, prosperare e morire tranquilli (Gb 21,7-13). Elifaz non affronta realmente questa obiezione. Ritorna invece alla situazione personale di Giobbe e irrigidisce l’accusa. È come se dicesse: il sistema resta vero; dunque sei tu a dover essere colpevole.

🧥 L’accusa diventa concreta: poveri, vedove e orfani – (Gb 22,6-9)

כִּי־תַחְבֹּל אַחֶיךָ חִנָּםוּבִגְדֵי עֲרוּמִּים תַּפְשִׁיט׃לֹא־מַיִם עָיֵף תַּשְׁקֶהוּמֵרָעֵב תִּמְנַע־לָחֶם׃וְאִישׁ זְרוֹעַ לוֹ הָאָרֶץוּנְשׂוּא פָנִים יֵשֶׁב בָּהּ׃אַלְמָנוֹת שִׁלַּחְתָּ רֵיקָםוּזְרֹעוֹת יְתֹמִים יְדֻכָּא׃ Ki-tachbòl ’achèkha chinnàm,uvigdè ‘arummìm tafshìt.Lo-màyim ‘ayèf tashqèh,umerà‘èv timnà‘-làchem.We’ìsh zeroa‘ lo ha’àrets,unesù fanìm yèshev bah.’Almanòt shillàchta reqàm,uzero‘òt yetomìm yedukkà.
“Senza motivo hai preso in pegno i tuoi fratelli e hai spogliato delle vesti gli ignudi. Non hai dato acqua all’assetato e hai negato pane all’affamato. La terra apparteneva all’uomo potente e vi abitava il favorito. Hai rimandato a mani vuote le vedove e hai spezzato le braccia degli orfani.” (Gb 22,6-9)

Qui il discorso cambia improvvisamente. Elifaz formula un vero e proprio atto d’accusa. Giobbe avrebbe: preso pegni senza motivo;privato i poveri dei vestiti;negato acqua all’assetato;rifiutato pane all’affamato;favorito i potenti;rimandato le vedove senza aiuto;spezzato la forza degli orfani. Sono accuse gravissime. Nel mondo biblico, prendere la veste del povero come pegno poteva significare privarlo della copertura necessaria per la notte, perciò la legislazione proteggeva in modo particolare il debitore povero (Esodo 22,25-26; Dt 24,10-13). Anche vedove e orfani appartengono alle categorie più vulnerabili e protette dalla legge biblica (Es 22,21-23; Dt 24,17-22). Elifaz, dunque, non attribuisce a Giobbe peccati marginali. Lo accusa di aver costruito la propria prosperità sfruttando i deboli. Ma dove sono le prove? Il testo non ne offre. Questo è proprio il dramma del capitolo. Elifaz non ha scoperto nuove informazioni sulla vita di Giobbe. Sta ricostruendo una biografia colpevole sulla base della sua sofferenza presente. Il ragionamento sembra essere questo: Giobbe era ricco.Ora è stato colpito duramente.Dio punisce il malvagio.Dunque la ricchezza precedente di Giobbe doveva nascondere oppressione e ingiustizia. La teoria produce i fatti di cui ha bisogno. Più avanti Giobbe presenterà un ritratto completamente diverso della propria vita: dirà di aver soccorso il povero che chiedeva aiuto, l’orfano senza difensore e la vedova (Gb 29,12-16); dichiarerà di non aver negato nulla ai poveri e di non aver lasciato gli indigenti senza vestiti (Gb 31,16-20). La distanza tra l’accusa di Elifaz e la memoria di Giobbe sarà radicale. Qui il libro pone una domanda terribile: fino a che punto possiamo arrivare quando abbiamo bisogno che la nostra teoria abbia ragione? Possiamo arrivare perfino a inventare la biografia morale di un altro essere umano.

🌊 “Ecco perché”: quando la sofferenza diventa prova della colpa – (Gb 22,10-11)

עַל־כֵּן סְבִיבוֹתֶיךָ פַחִיםוִיבַהֶלְךָ פַּחַד פִּתְאֹם׃אוֹ־חֹשֶׁךְ לֹא־תִרְאֶהוְשִׁפְעַת־מַיִם תְּכַסֶּךָּ׃ ‘Al-kèn sevivotèkha pachìm,wivahèlkhà pàchad pit’òm.’O-chòshekh lo-tir’èh,weshif‘at-màyim tekhassèkkà.
“Per questo intorno a te ci sono trappole e un terrore improvviso ti sorprende. Oppure la tenebra non ti permette di vedere e una piena d’acqua ti ricopre.” (Gb 22,10-11)

L’espressione più importante è עַל־כֵּן, ‘al-kèn: “per questo”. Elifaz ha costruito una serie di accuse e ora collega direttamente i presunti peccati alla sofferenza di Giobbe. Hai oppresso i poveri: per questo ci sono trappole intorno a te.Hai trascurato vedove e orfani: per questo il terrore ti assale.Hai commesso iniquità: per questo sei nelle tenebre e sommerso dalle acque. Il ragionamento è perfettamente circolare. Come sappiamo che Giobbe ha peccato? Perché soffre.Come sappiamo perché soffre? Perché deve aver peccato. Il dolore diventa insieme castigo e prova della colpa. È precisamente questo meccanismo che il libro sta progressivamente demolendo. Giobbe aveva già denunciato le trappole, il terrore e le tenebre della sua esperienza (Gb 6,4; Gb 7,14; Gb 16,12-14; Gb 19,6-12). Ma non aveva riconosciuto in esse la conseguenza dei crimini descritti da Elifaz. Elifaz prende l’esperienza reale del dolore e vi sovrappone una spiegazione morale non dimostrata. Questo è uno dei rischi più persistenti della religione: trasformare la sofferenza in una prova. Una persona perde tutto: qualcosa avrà fatto.Una malattia la colpisce: forse Dio vuole punirla.Una famiglia entra nella crisi: certamente esiste una colpa nascosta. Giobbe 22 mostra quanto possa diventare violenta questa logica.

☁️ Elifaz attribuisce a Giobbe una teologia che Giobbe non ha espresso – (Gb 22,12-14)

הֲלֹא־אֱלוֹהַּ גֹּבַהּ שָׁמָיִםוּרְאֵה רֹאשׁ כּוֹכָבִים כִּי־רָמּוּ׃וְאָמַרְתָּ מַה־יָּדַע אֵלהַבְעַד עֲרָפֶל יִשְׁפּוֹט׃עָבִים סֵתֶר־לוֹ וְלֹא יִרְאֶהוְחוּג שָׁמַיִם יִתְהַלָּךְ׃ Halo-’Elòah gòvah shamàyim,ure’èh rosh kokhavìm ki-ràmmu.We’amàrta: mah-yadà‘ ’El?Hav‘àd ‘arafèl yishpòt?‘Avìm sètter-lo welo yir’èh,wechùg shamàyim yithallàkh.
“Dio non è forse nell’altezza dei cieli? Guarda il vertice delle stelle: quanto sono alte! E tu dici: Che cosa sa Dio? Può giudicare attraverso la nube oscura? Le nubi gli fanno velo e non vede; passeggia sulla volta dei cieli.” (Gb 22,12-14)

Qui Elifaz attribuisce a Giobbe un pensiero preciso: Dio sarebbe troppo lontano per vedere ciò che accade sulla terra. Secondo questa ricostruzione, Giobbe avrebbe pensato che le nubi impediscano a Dio di osservare e giudicare le azioni umane (Gb 22,13-14). Ma questa non è realmente la posizione di Giobbe. Il problema di Giobbe non è che Dio non veda abbastanza. In alcuni momenti egli si lamenta esattamente del contrario: sente che Dio lo osserva continuamente, scruta i suoi passi e lo mette alla prova senza tregua (Gb 7,17-20; Gb 10,14; Gb 13,27). Giobbe non pensa a un Dio assente dietro le nuvole. Pensa piuttosto a un Dio misteriosamente presente e incomprensibile. Questo rende l’accusa di Elifaz ancora più problematica. Prima gli attribuisce azioni non dimostrate. Ora gli attribuisce anche una teologia che non corrisponde realmente alle sue parole. È un passaggio importante: quando non ascoltiamo più l’altro, smettiamo di rispondere a ciò che ha detto e cominciamo a rispondere a ciò che abbiamo deciso che pensa. Elifaz sta discutendo con un Giobbe costruito dalla propria interpretazione.

🌊 La generazione antica travolta dal fiume – (Gb 22,15-20)

הַאֹרַח עוֹלָם תִּשְׁמֹראֲשֶׁר דָּרְכוּ מְתֵי־אָוֶן׃אֲשֶׁר־קֻמְּטוּ וְלֹא־עֵתנָהָר יוּצַק יְסוֹדָם׃הָאֹמְרִים לָאֵל סוּר מִמֶּנּוּוּמַה־יִּפְעַל שַׁדַּי לָמוֹ׃וְהוּא מִלֵּא בָתֵּיהֶם טוֹבוַעֲצַת רְשָׁעִים רָחֲקָה מֶנִּי׃ Ha’oràch ‘olàm tishmòr,’asher darkhù metè-’àwen?’Asher-qummetù welo-‘èt,nahàr yutsàq yesodàm.Ha’omerìm la’El: sùr mimmènnu,umah-yif‘àl Shaddày lamò?Wehù millè vattehèm tov,wa‘atsàt resha‘ìm rachaqàh mènni.
“Vuoi forse seguire il sentiero antico percorso dagli uomini iniqui, che furono portati via prima del tempo, mentre un fiume si riversava sulle loro fondamenta? Essi dicevano a Dio: Allontanati da noi! Che cosa può farci l’Onnipotente? Eppure egli aveva riempito le loro case di beni. Il consiglio dei malvagi è lontano da me.” (Gb 22,15-18)

Elifaz presenta ora il destino di una generazione antica di malvagi. Il testo parla di uomini trascinati via prima del tempo, mentre un fiume travolgeva le loro fondamenta (Gb 22,16). L’immagine può evocare una catastrofe primordiale e viene spesso collegata, sul piano interpretativo, alla tradizione del diluvio, anche se il testo non nomina esplicitamente Noè né il diluvio di Genesi. Il punto di Elifaz è chiaro: esiste una via antica degli empi, e quella via conduce alla rovina. Essi dicevano a Dio: “Allontanati da noi!” (Gb 22,17). Questa frase richiama molto da vicino ciò che Giobbe aveva appena detto nel capitolo precedente a proposito dei malvagi: “Allontanati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie” (Gb 21,14). Ma c’è una differenza decisiva. In Giobbe 21, Giobbe citava gli empi per porre una domanda: come mai uomini che rifiutano Dio possono prosperare? Elifaz prende quella descrizione e sembra avvicinarla a Giobbe. Giobbe aveva osservato la prosperità degli empi; Elifaz rischia di trattarlo come uno di loro. È un rovesciamento significativo. Il v. 18 presenta inoltre un’eco quasi letterale di Giobbe 21,16: Dio aveva riempito di beni le case degli empi, ma il loro consiglio resta lontano. È evidente che Elifaz ha ascoltato le parole di Giobbe. Ma le rielabora dentro il proprio sistema. Giobbe diceva: la prosperità degli empi mette in crisi le vostre spiegazioni. Elifaz risponde: gli empi possono aver ricevuto beni, ma alla fine vengono travolti. Il vero problema sollevato da Giobbe resta però intatto: la giustizia non è sempre immediatamente visibile nella storia.

🤝 “Riconciliati con Dio”: una parola bella pronunciata sopra un’accusa ingiusta – (Gb 22,21-23)

הַסְכֶּן־נָא עִמּוֹ וּשְׁלָםבָּהֶם תְּבוֹאַתְךָ טוֹבָה׃קַח־נָא מִפִּיו תּוֹרָהוְשִׂים אֲמָרָיו בִּלְבָבֶךָ׃אִם־תָּשׁוּב עַד־שַׁדַּי תִּבָּנֶהתַּרְחִיק עַוְלָה מֵאָהֳלֶךָ׃ Haskèn-na ‘immò ushelàm,bahèm tevo’atkhà tovàh.Qach-na mippìw Toràh,wesìm ’amaràw bilvavèkhà.’Im-tashùv ‘ad-Shaddày tibbànèh,tarchìq ‘awlàh me’oholèkhà.
“Su, riconciliati con lui e sii in pace: così ti verrà il bene. Accogli dalla sua bocca l’insegnamento e poni le sue parole nel tuo cuore. Se ritornerai fino all’Onnipotente, sarai ricostruito; se allontanerai l’ingiustizia dalla tua tenda.” (Gb 22,21-23)

Da questo punto il tono cambia. Elifaz non accusa più. Invita. “Riconciliati con lui” (Gb 22,21). L’espressione contiene una parola di pace. Elifaz invita Giobbe a ristabilire familiarità con Dio, ad accogliere il bene, ad ascoltare l’istruzione proveniente dalla bocca divina e a custodirne le parole nel cuore (Gb 22,21-22). Isolate dal contesto, sono parole spiritualmente bellissime. Accogliere l’insegnamento di Dio.Porre la sua parola nel cuore.Ritornare all’Onnipotente.Allontanare l’ingiustizia. Il problema non è il contenuto dell’appello. Il problema è la diagnosi sulla quale è costruito. Elifaz sta dicendo a un uomo presentato come integro che deve ritornare a Dio perché la sua sofferenza dimostrerebbe l’allontanamento da lui. La parola “ritorna” può essere autentica quando viene rivolta a chi si è realmente allontanato. Ma può diventare violenta quando viene usata per accusare un innocente. Questo è un punto pastorale delicatissimo. Non basta che una frase sia biblicamente vera. Bisogna chiedersi: A chi la sto dicendo?Perché la sto dicendo?Conosco davvero la storia della persona?Sto accompagnando una conversione reale o sto imponendo una colpa immaginaria? Elifaz pronuncia parole di conversione molto alte, ma ha costruito il peccatore al quale rivolgerle.

💰 Quando Dio diventa il vero oro – (Gb 22,24-26)

וְשִׁית־עַל־עָפָר בָּצֶרוּבְצוּר נְחָלִים אוֹפִיר׃וְהָיָה שַׁדַּי בְּצָרֶיךָוְכֶסֶף תּוֹעָפוֹת לָךְ׃כִּי־אָז עַל־שַׁדַּי תִּתְעַנָּגוְתִשָּׂא אֶל־אֱלוֹהַּ פָּנֶיךָ׃ Weshìt-‘al-‘afàr bàtser,uvetsùr nechalìm ’Ofìr.Wehayàh Shaddày betsarèkha,wekhèsef to‘afòt lakh.Ki-’az ‘al-Shaddày tit‘annàg,wetissà ’el-’Elòah panèkha.
“Considera come polvere l’oro e come pietre dei torrenti l’oro di Ofir. Allora l’Onnipotente sarà il tuo oro e argento prezioso per te. Allora troverai la tua gioia nell’Onnipotente e alzerai il tuo volto verso Dio.” (Gb 22,24-26)

Questa è forse la sezione spiritualmente più bella del discorso di Elifaz. L’oro deve diventare polvere.Il prezioso metallo di Ofir, simbolo di ricchezza eccezionale nella tradizione biblica, deve diventare come un semplice sasso nel torrente. Perché? Perché Shaddày stesso deve diventare il vero tesoro dell’uomo (Gb 22,25). L’immagine è straordinaria: non semplicemente Dio dà l’oro; Dio è l’oro. La relazione con Dio viene opposta alla falsa sicurezza dei beni. Il cuore umano è invitato a passare dal possesso al rapporto, dalla ricchezza al Donatore, dall’accumulazione alla fiducia. Anche qui, però, bisogna tenere insieme verità e contesto. Elifaz sembra pensare che la precedente ricchezza di Giobbe sia stata moralmente sospetta. In realtà, il prologo aveva presentato la prosperità di Giobbe senza collegarla all’oppressione (Gb 1,2-3). Giobbe ha già perso tutto. Non è un ricco aggrappato al proprio oro che deve imparare il distacco. È un uomo privato dei suoi beni e dei suoi figli. La spiritualità del distacco è autentica. La sua applicazione a Giobbe resta problematica. E questo rende il capitolo inquietante: si possono dire parole elevatissime su Dio e, contemporaneamente, non vedere l’uomo che abbiamo davanti.

🙏 Preghiera, luce e liberazione – (Gb 22,27-30)

תַּעְתִּיר אֵלָיו וְיִשְׁמָעֶךָּוּנְדָרֶיךָ תְשַׁלֵּם׃וְתִגְזַר־אֹמֶר וְיָקָם לָךְוְעַל־דְּרָכֶיךָ נָגַהּ אוֹר׃כִּי־הִשְׁפִּילוּ וַתֹּאמֶר גֵּוָהוְשַׁח עֵינַיִם יוֹשִׁעַ׃יְמַלֵּט אִי־נָקִיוְנִמְלַט בְּבֹר כַּפֶּיךָ׃ Ta‘tìr elàw weyishma‘èkkà,unedarekhà teshallèm.Wetigzar-’òmer weyaqam-lakh,we‘al-derakhèkha nagàh ’or.Ki-hishpìlu wattòmer gewàh,weshach ‘enàyim yoshìa‘.Yemallèt ’i-naqì,wenimlàt bevòr kappèkha.
“Lo supplicherai ed egli ti ascolterà, e tu adempirai i tuoi voti. Deciderai una cosa e si realizzerà per te, e sul tuo cammino splenderà la luce. Quando saranno abbassati, tu dirai: In alto!, ed egli salverà chi ha gli occhi bassi. Egli libererà anche chi non è innocente: sarà liberato per la purezza delle tue mani.” (Gb 22,27-30)

Il discorso termina con una visione luminosa della restaurazione. Giobbe pregherà e Dio ascolterà. I voti saranno adempiuti. La luce tornerà sul cammino. L’umile sarà salvato (Gb 22,27-29). Sono immagini opposte alla situazione attuale di Giobbe. Ora egli grida e non riceve risposta (Gb 19,7).Elifaz gli promette una preghiera ascoltata. Ora il suo cammino è coperto di tenebre (Gb 19,8).Elifaz gli promette luce sulla strada. Ora è abbassato e umiliato.Elifaz gli promette salvezza. La logica resta però condizionale: tutto questo avverrà se Giobbe accetterà la diagnosi e ritornerà. Il v. 30 è testualmente e interpretativamente complesso. L’espressione אִי־נָקִי, ’i-naqì, può essere intesa in modi diversi e ha dato luogo a traduzioni differenti. Il senso generale della seconda parte sembra comunque attribuire alla purezza delle mani una forza di liberazione che si estende anche ad altri. Qui si crea un’ironia straordinaria all’interno dell’intero libro. Alla fine della vicenda, Dio rimprovererà gli amici e dirà loro di rivolgersi a Giobbe, perché Giobbe preghi per loro (Gb 42,7-9). Elifaz, che qui invita Giobbe alla conversione e gli parla della possibilità di liberare altri attraverso mani pure, finirà per aver bisogno proprio dell’intercessione dell’uomo che sta accusando. Il libro non poteva costruire un rovesciamento più forte. Chi si credeva medico avrà bisogno di essere curato. Chi si credeva maestro avrà bisogno della preghiera dell’accusato. Chi aveva inventato la colpa di Giobbe dovrà presentarsi davanti a Dio attraverso l’intercessione di Giobbe.

📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 21–37, Word Biblical Commentary 18A, Nashville: Thomas Nelson, 2006. John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988. Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press, 1985. Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965. Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003. Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary 10, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006. Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012. Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906.
Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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