Perché i malvagi prosperano? – Giobbe 21

1 Luglio 2026


👂 “Ascoltate bene la mia parola” – (Gb 21,1-6)

וַיַּעַן אִיּוֹב וַיֹּאמַר׃
שִׁמְעוּ שָׁמוֹעַ מִלָּתִי
וּתְהִי־זֹאת תַּנְחוּמֹתֵיכֶם׃
שָׂאוּנִי וְאָנֹכִי אֲדַבֵּר
וְאַחַר דַּבְּרִי תַלְעִיג׃
הֶאָנֹכִי לְאָדָם שִׂיחִי
וְאִם־מַדּוּעַ לֹא־תִקְצַר רוּחִי׃
פְּנוּ־אֵלַי וְהָשַׁמּוּ
וְשִׂימוּ יָד עַל־פֶּה׃
וְאִם־זָכַרְתִּי וְנִבְהָלְתִּי
וְאָחַז בְּשָׂרִי פַּלָּצוּת׃

Wayya‘an ’Iyyòv wayyòmar.
Shim‘ù shamòa‘ millatì,
utehì-zòt tanchumotekhèm.
Sa’ùni we’anokhì ’adabbèr,
we’achàr dabberì tal‘ìg.
He’anokhì le’adàm sichì?
We’im-maddùa‘ lo-tiqtsàr ruchì?
Penù-’elày wehashàmmu,
wesìmu yad ‘al-peh.
We’im-zakhàrti wenivhàlti,
we’achàz besarì pallatsùt.

“Giobbe rispose: Ascoltate bene la mia parola e sia questo almeno il conforto che mi date. Tollerate che io parli e, dopo il mio parlare, deridetemi pure. Forse io mi lamento di un uomo? E perché non dovrei perder la pazienza? Statemi attenti e resterete stupiti, mettetevi la mano sulla bocca. Se io ci penso, ne sono turbato e la mia carne è presa da un brivido.” (Gb 21,1-6)

Giobbe comincia chiedendo una sola cosa: ascolto.

Non chiede agli amici di risolvere il mistero. Non chiede una spiegazione nuova. Non chiede un discorso teologico più raffinato. Chiede che ascoltino davvero la sua parola (Gb 21,2).

La frase è bellissima: “sia questo almeno il conforto che mi date” (Gb 21,2). Per Giobbe, il primo conforto non è una risposta. È l’ascolto.

Questa richiesta si collega a tutto il percorso precedente. Gli amici hanno parlato molto, ma hanno ascoltato poco. Hanno cercato di spiegare la sua sofferenza, ma non hanno accolto il suo grido. Lo hanno consolato invano, come egli dirà alla fine del capitolo (Gb 21,34).

Giobbe chiede loro di sopportare la sua parola. Dopo, se vogliono, potranno anche deriderlo (Gb 21,3). È una frase amara. Giobbe sa che gli amici non sono davvero disposti a lasciarsi cambiare da ciò che ascoltano. Però chiede almeno un tempo per parlare.

Poi pone una domanda decisiva: “Forse io mi lamento di un uomo?” (Gb 21,4). Il suo contenzioso non è semplicemente umano. Giobbe non sta discutendo solo con gli amici. Sta lottando con Dio, con il senso della realtà, con l’ordine del mondo.

Per questo dice: “Perché non dovrei perder la pazienza?” (Gb 21,4). La sua impazienza non è capriccio. È la reazione di un uomo che vede crollare le spiegazioni tradizionali davanti all’esperienza concreta.

Infine, invita gli amici a mettersi la mano sulla bocca (Gb 21,5). È il gesto del silenzio davanti a qualcosa di sconvolgente. Ciò che Giobbe sta per dire non è una semplice opinione. È una realtà che dovrebbe far tremare. Quando ci pensa, egli stesso è turbato e la sua carne è presa da un brivido (Gb 21,6).

Il capitolo si apre dunque con un rovesciamento: non è Giobbe che deve tacere davanti agli amici; sono gli amici che devono tacere davanti alla realtà.


🌿 “Perché vivono i malvagi?” – (Gb 21,7-13)

מַדּוּעַ רְשָׁעִים יִחְיוּ
עָתְקוּ גַּם־גָּבְרוּ חָיִל׃
זַרְעָם נָכוֹן לִפְנֵיהֶם עִמָּם
וְצֶאֱצָאֵיהֶם לְעֵינֵיהֶם׃
בָּתֵּיהֶם שָׁלוֹם מִפָּחַד
וְלֹא שֵׁבֶט אֱלוֹהַּ עֲלֵיהֶם׃
שׁוֹרוֹ עִבַּר וְלֹא יַגְעִל
תְּפַלֵּט פָּרָתוֹ וְלֹא תְשַׁכֵּל׃
יְשַׁלְּחוּ כַצֹּאן עֲוִילֵיהֶם
וְיַלְדֵיהֶם יְרַקֵּדוּן׃
יִשְׂאוּ כְּתֹף וְכִנּוֹר
וְיִשְׂמְחוּ לְקוֹל עוּגָב׃
יְבַלּוּ בַטּוֹב יְמֵיהֶם
וּבְרֶגַע שְׁאוֹל יֵחָתּוּ׃

Maddùa‘ resha‘ìm yichyù,
‘atqù gam-gaverù chàyil?
Zar‘àm nakhòn lifnehèm ‘immàm,
wetse’etsa’ehèm le‘enehèm.
Battehèm shalòm mippàchad,
welo shèvet ’Elòah ‘alehèm.
Shorò ‘ibbàr welo yag‘ìl,
tefallèt paratò welo teshakkèl.
Yeshallchù khatstson ‘awilehèm,
weyaldehèm yeraqqedùn.
Yis’ù ketòf wekhinnòr,
weyismechù leqòl ‘ugàv.
Yevallù battòv yemehèm,
uvrèga‘ she’òl yechàttu.

“Perché vivono i malvagi, invecchiano, anzi sono potenti e gagliardi? La loro prole prospera insieme con essi, i loro rampolli crescono sotto i loro occhi. Le loro case sono tranquille e senza timori; il bastone di Dio non pesa su di loro. Il loro toro feconda e non falla, la vacca partorisce e non abortisce. Mandano fuori, come un gregge, i loro ragazzi e i loro figli saltano in festa. Cantano al suono di timpani e di cetre, si divertono al suono delle zampogne. Finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquilli negli inferi.” (Gb 21,7-13)

Questa è la domanda che fa saltare lo schema degli amici: “Perché vivono i malvagi?” (Gb 21,7).

Zofar aveva appena affermato che il trionfo degli empi è breve e la loro gioia dura un istante (Gb 20,5). Giobbe risponde con la realtà: i malvagi vivono, invecchiano, diventano forti e potenti (Gb 21,7). Non solo sopravvivono. Prosperano.

Giobbe descrive una prosperità completa: figli stabili, discendenza davanti agli occhi, case tranquille, assenza di paura, fecondità del bestiame, bambini che danzano, musica, festa, benessere (Gb 21,8-12).

L’immagine è volutamente provocatoria. Tutto ciò che gli amici assocerebbero alla benedizione dei giusti sembra appartenere anche agli empi. Le loro case sono in pace. Il bastone di Dio non pesa su di loro (Gb 21,9). I loro figli non vengono strappati via. Le loro greggi sono feconde. La loro vita è piena di suoni festosi.

Qui Giobbe colpisce direttamente i punti della propria tragedia.

Giobbe ha perso i figli; gli empi vedono la loro prole crescere.
Giobbe ha perso il bestiame; gli empi hanno animali fecondi.
Giobbe è nella paura; le loro case sono tranquille.
Giobbe è nel lutto; i loro figli danzano.
Giobbe è vicino alla morte; essi scendono tranquilli nello she’òl.

La domanda è quasi insopportabile: se la prosperità fosse sempre segno di giustizia e la sofferenza sempre segno di colpa, perché la realtà mostra empi prosperi e giusti feriti?

Il v. 13 è particolarmente forte: “Finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquilli negli inferi” (Gb 21,13). Gli amici insistono sul destino terribile del malvagio. Giobbe risponde: non sempre. Alcuni empi muoiono senza apparente tormento, dopo una vita piena di beni.

Il libro non sta dicendo che il male sia buono. Sta dicendo che il mondo non è leggibile in modo così meccanico.


🚪 Gli empi rifiutano Dio, eppure prosperano – (Gb 21,14-16)

וַיֹּאמְרוּ לָאֵל סוּר מִמֶּנּוּ
וְדַעַת דְּרָכֶיךָ לֹא חָפָצְנוּ׃
מַה־שַׁדַּי כִּי־נַעַבְדֶנּוּ
וּמַה־נּוֹעִיל כִּי נִפְגַּע־בּוֹ׃
הֵן לֹא בְיָדָם טוּבָם
עֲצַת רְשָׁעִים רָחֲקָה מֶנִּי׃

Wayyomrù la’El: sùr mimmènnu,
weda‘at derakhèkha lo chafàtsnu.
Mah-Shaddày ki-na‘avdènnu?
Umah-no‘ìl ki nifgà‘-bo?
Hen lo veyadàm tuvàm;
‘atsàt resha‘ìm rachaqàh mènni.

“Eppure dicevano a Dio: Allontanati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie. Chi è l’Onnipotente, perché dobbiamo servirlo? E che ci giova pregarlo? Non hanno forse in mano il loro benessere? Il consiglio degli empi è lontano da me.” (Gb 21,14-16)

Giobbe chiarisce subito una cosa: i malvagi di cui parla non sono devoti nascosti. Sono uomini che rifiutano Dio.

Dicono a Dio: “Allontanati da noi” (Gb 21,14). Non vogliono conoscere le sue vie. Domandano: “Chi è l’Onnipotente, perché dobbiamo servirlo?” (Gb 21,15). E aggiungono: “Che ci giova pregarlo?” (Gb 21,15).

È un rifiuto esplicito della relazione con Dio. Gli empi non cercano il Signore. Non vogliono apprendere le sue vie. Considerano inutile il servizio divino e inutile la preghiera.

Proprio per questo la questione diventa più scandalosa. Non si tratta di uomini solo apparentemente malvagi ma interiormente giusti. Sono davvero empi. Eppure prosperano.

Il v. 16 è molto importante e delicato. Giobbe dice: “Il consiglio degli empi è lontano da me” (Gb 21,16). Questo versetto impedisce di fraintendere tutto il capitolo. Giobbe non sta ammirando gli empi. Non li propone come modello. Non dice: “Hanno ragione loro”. Al contrario, prende distanza dal loro consiglio.

Eppure, proprio perché ne prende distanza, può parlare con maggiore forza. Il suo ragionamento non è: “Voglio essere come loro”. È: “Io non condivido la loro via, ma non posso negare che spesso essi prosperino”.

Questa è la lucidità di Giobbe. Egli non sacrifica la verità morale, ma non sacrifica nemmeno la verità dell’esperienza. Il male resta male. Ma il male non viene sempre punito subito in modo visibile.

Il capitolo ci educa a una fede capace di tenere insieme due verità: l’empietà è reale e grave; tuttavia la storia non mostra sempre immediatamente il giudizio di Dio.


🕯️ Davvero la lucerna degli empi si spegne sempre? – Gb 21,17-21

כַּמָּה נֵר־רְשָׁעִים יִדְעָךְ
וְיָבֹא עָלֵימוֹ אֵידָם
חֲבָלִים יְחַלֵּק בְּאַפּוֹ׃
יִהְיוּ כְתֶבֶן לִפְנֵי־רוּחַ
וּכְמֹץ גְּנָבַתּוּ סוּפָה׃
אֱלוֹהַּ יִצְפֹּן לְבָנָיו אוֹנוֹ
יְשַׁלֵּם אֵלָיו וְיֵדָע׃
יִרְאוּ עֵינָיו כִּידוֹ
וּמֵחֲמַת שַׁדַּי יִשְׁתֶּה׃
כִּי מַה־חֶפְצוֹ בְּבֵיתוֹ אַחֲרָיו
וּמִסְפַּר חֳדָשָׁיו חֻצָּצוּ׃

Kammàh ner-resha‘ìm yid‘àkh,
weyavò ‘alèmo ’edàm,
chavalìm yechalleq be’appò?
Yihyù kheteven lifnè-rùach,
ukhemòts genavatò sufàh?
’Elòah yitspòn levanàw ’onò?
Yeshallèm elàw weyedà‘.
Yir’ù ‘enàw kidò,
umechamàt Shaddày yishtèh.
Ki mah-cheftsò bevètò ’acharàw,
umispàr chodashàw chutstsàtsu?

“Quante volte si spegne la lucerna degli empi, o la sventura piomba su di loro, e Dio infligge loro castighi con ira? Diventano essi come paglia di fronte al vento o come pula in preda all’uragano? Dio serba per i loro figli il suo castigo? Ma lo faccia pagare piuttosto a lui stesso e lo senta! Veda con i suoi occhi la sua rovina e beva dell’ira dell’Onnipotente! Che cosa gli importa infatti della sua casa dopo di sé, quando il numero dei suoi mesi è finito?” (Gb 21,17-21)

Qui Giobbe attacca direttamente la dottrina degli amici.

Essi hanno detto più volte che la luce del malvagio si spegne. Bildad lo aveva affermato con forza: “La luce del malvagio si spegnerà” (Gb 18,5). Zofar aveva detto che il trionfo degli empi è breve (Gb 20,5). Giobbe ora chiede: ma quante volte accade davvero così? (Gb 21,17).

La domanda è ironica e dolorosa. Non nega che a volte il malvagio cada. Chiede però se questa caduta sia così frequente, così evidente, così immediata come gli amici sostengono.

Davvero gli empi diventano sempre paglia davanti al vento o pula travolta dall’uragano? (Gb 21,18). Davvero la loro lucerna si spegne subito? Davvero la sciagura li raggiunge sempre in modo chiaro?

Poi Giobbe affronta una possibile risposta degli amici: forse Dio conserva il castigo per i figli del malvagio (Gb 21,19). Questa era una spiegazione possibile nel mondo antico: se il colpevole non paga subito, pagherà la sua discendenza.

Giobbe non accetta questa soluzione. Dice: se il malvagio deve pagare, lo faccia lui stesso e lo sappia (Gb 21,19). Veda con i propri occhi la rovina e beva lui dell’ira dell’Onnipotente (Gb 21,20).

L’argomento è molto forte. Se il malvagio muore tranquillo, che cosa gli importa della sorte della sua casa dopo di lui? (Gb 21,21). Se i suoi mesi sono finiti, un castigo che cade solo dopo di lui non risponde alla domanda di giustizia che Giobbe sta ponendo.

Qui Giobbe non sta chiedendo vendetta cieca. Sta mostrando l’insufficienza delle spiegazioni facili. Dire “pagheranno i figli” non consola l’innocente e non rende davvero giustizia. Anzi, sposta il problema.

Il capitolo costringe a una teologia più profonda: la giustizia di Dio non può essere ridotta a un calcolo immediato né a una compensazione meccanica sulle generazioni successive.


⚖️ Due uomini, due destini, una sola polvere – (Gb 21,22-26)

הַלְאֵל יְלַמֶּד־דָּעַת
וְהוּא רָמִים יִשְׁפּוֹט׃
זֶה יָמוּת בְּעֶצֶם תֻּמּוֹ
כֻּלּוֹ שַׁלְאֲנַן וְשָׁלֵיו׃
עֲטִינָיו מָלְאוּ חָלָב
וּמֹחַ עַצְמוֹתָיו יְשֻׁקֶּה׃
וְזֶה יָמוּת בְּנֶפֶשׁ מָרָה
וְלֹא־אָכַל בַּטּוֹבָה׃
יַחַד עַל־עָפָר יִשְׁכָּבוּ
וְרִמָּה תְכַסֶּה עֲלֵיהֶם׃

Hal’El yelammed-da‘at,
wehù ramìm yishpòt?
Zeh yamùt be‘ètsem tummò,
kullò shal’anàn weshalev.
‘Atinàw male’ù chalàv,
umòach ‘atsmotàw yeshukkèh.
Wezeh yamùt benèfesh maràh,
welo-’akhal battovàh.
Yàchad ‘al-‘afàr yishkàvu,
werimmàh tekhassèh ‘alehèm.

“S’insegna forse la scienza a Dio, a lui che giudica gli esseri di lassù? Uno muore in piena salute, tutto tranquillo e prospero; i suoi fianchi sono coperti di grasso e il midollo delle sue ossa è ben nutrito. Un altro muore con l’amarezza in cuore, senza aver mai gustato il bene. Nella polvere giacciono insieme e i vermi li ricoprono.” (Gb 21,22-26)

È come se dicesse agli amici: voi parlate come se sapeste esattamente come Dio governa il mondo. Ma si può forse insegnare a Dio come giudicare? Dio giudica perfino gli esseri di lassù. La sua sapienza supera gli schemi umani.

Giobbe pone una domanda di grande sobrietà: “S’insegna forse la scienza a Dio?” (Gb 21,22).

Subito dopo, Giobbe presenta due destini contrapposti.

Uno muore in piena salute, tranquillo, prospero, ben nutrito, con il corpo ancora pieno di vigore (Gb 21,23-24). Un altro muore con l’amarezza nell’anima, senza aver mai gustato il bene (Gb 21,25).

Questa è una delle osservazioni più realistiche del capitolo. Non tutti muoiono secondo un criterio evidente di premio o punizione. Alcuni muoiono dopo una vita piena. Altri muoiono amareggiati, senza aver assaporato la bontà della vita.

Eppure entrambi finiscono nella stessa polvere (Gb 21,26).

La polvere non distingue subito tra prospero e amareggiato. I vermi ricoprono entrambi. La morte, nella sua evidenza fisica, sembra livellare tutto.

Giobbe non sta negando il giudizio di Dio. Sta negando che gli amici possano leggerlo in modo così semplice a partire dagli eventi visibili. Davanti alla morte, la realtà è più misteriosa dei loro schemi.

Questi versetti sono anche una risposta indiretta alla logica retributiva più rigida: se uno muore prospero e un altro muore amareggiato, non possiamo dedurre automaticamente la loro giustizia o colpa dalla condizione esteriore della loro fine.

Giobbe costringe i lettori a non confondere la superficie della vita con il giudizio ultimo di Dio.


🧳 “Interrogate quelli che viaggiano” – (Gb 21,27-33)

הֵן יָדַעְתִּי מַחְשְׁבוֹתֵיכֶם
וּמְזִמּוֹת עָלַי תַּחְמֹסוּ׃
כִּי תֹאמְרוּ אַיֵּה בֵית־נָדִיב
וְאַיֵּה אֹהֶל מִשְׁכְּנוֹת רְשָׁעִים׃
הֲלֹא שְׁאֶלְתֶּם עֹבְרֵי דָרֶךְ
וְאֹתֹתָם לֹא תְנַכֵּרוּ׃
כִּי לְיוֹם אֵיד יֵחָשֶׂךְ רָע
לְיוֹם עֲבָרוֹת יוּבָלוּ׃
מִי־יַגִּיד עַל־פָּנָיו דַּרְכּוֹ
וְהוּא עָשָׂה מִי יְשַׁלֶּם־לוֹ׃
וְהוּא לִקְבָרוֹת יוּבָל
וְעַל־גָּדִישׁ יִשְׁקוֹד׃
מָתְקוּ־לוֹ רִגְבֵי־נָחַל
וְאַחֲרָיו כָּל־אָדָם יִמְשׁוֹךְ
וּלְפָנָיו אֵין מִסְפָּר׃

Hen yadà‘ti machshevotekhèm,
umezimmòt ‘alày tachmosù.
Ki tomrù: ayyèh vet-nadìv,
we’ayyèh ’òhel mishkenòt resha‘ìm?
Halo she’eltem ‘overè dàrekh,
we’ototàm lo tenakkèru?
Ki leyòm ’ed yechàsèkh ra‘,
leyòm ‘avaròt yuvalù.
Mi-yaggìd ‘al-panàw darkò,
wehù ‘asàh mi yeshallèm-lo?
Wehù liqvaròt yuval,
we‘al-gadìsh yishqòd.
Matqù-lo rigvè-nàchal,
we’acharàw kol-’adàm yimshòkh,
ulefanàw ’en mispàr.

“Ecco, io conosco i vostri pensieri e gli iniqui giudizi che fate contro di me! Infatti voi dite: Dov’è la casa del prepotente, dove sono le tende degli empi? Non avete interrogato quelli che viaggiano? Non potete negare le loro prove: nel giorno della sciagura è risparmiato il malvagio e nel giorno dell’ira egli la scampa. Chi gli rimprovera in faccia la sua condotta e di quel che ha fatto chi lo ripaga? Egli sarà portato al sepolcro, sul suo tumulo si veglia e gli sono lievi le zolle della tomba. Trae dietro di sé tutti gli uomini e innanzi a sé una folla senza numero.” (Gb 21,27-33)

Giobbe ora smaschera i pensieri degli amici.

Essi continuano a dire: “Dov’è la casa del prepotente? Dove sono le tende degli empi?” (Gb 21,28). La loro idea è che la dimora del malvagio venga distrutta. Questo richiama direttamente Bildad, che aveva parlato della tenda dell’empio come luogo devastato e cancellato (Gb 18,14-21).

Giobbe risponde con un appello all’esperienza: interrogate quelli che viaggiano (Gb 21,29). Chi percorre le strade, chi vede popoli, città, case, tombe e destini diversi, sa che la realtà è più complessa.

Secondo Giobbe, spesso il malvagio è risparmiato nel giorno della sciagura e scampa nel giorno dell’ira (Gb 21,30). Nessuno gli rimprovera in faccia la sua condotta. Nessuno lo ripaga per ciò che ha fatto (Gb 21,31).

E perfino la sua morte può essere onorevole. Viene portato al sepolcro, il suo tumulo è custodito, le zolle della tomba gli sono lievi (Gb 21,32-33). Non muore necessariamente nell’infamia. Può avere funerali, memoria, seguito, onori.

Questo è il punto più scandaloso per la sapienza retributiva degli amici. Essi credono che il malvagio venga pubblicamente smascherato. Giobbe osserva che, spesso, accade il contrario: il malvagio può essere onorato perfino dopo la morte.

Il capitolo non nega che esista un giudizio di Dio. Ma rifiuta che gli uomini possano sempre leggerlo nei fatti immediati della storia.

Qui Giobbe è profondamente moderno e profondamente biblico: la realtà non va piegata alle nostre formule. Se la realtà contraddice le nostre formule, non dobbiamo negare la realtà. Dobbiamo purificare le formule.


🧱 “Mi consolate invano” – Gb 21,34

וְאֵיךְ תְּנַחֲמוּנִי הָבֶל
וּתְשׁוּבֹתֵיכֶם נִשְׁאַר־מָעַל׃

We’ekh tenachamùni hàvel,
uteshuvotekhèm nish’àr-mà‘al.

“Perché dunque mi consolate invano, mentre delle vostre risposte non resta che inganno?” (Gb 21,34)

Il capitolo si chiude con una sentenza netta.

Le consolazioni degli amici sono הָבֶל, hàvel: vuoto, vanità, inconsistenza (Gb 21,34). È una parola molto forte, che richiama ciò che è fragile, evanescente, incapace di sostenere.

Gli amici pensano di offrire consolazione, ma Giobbe sente solo vuoto.

Poi aggiunge che delle loro risposte resta מָעַל, mà‘al, un termine che può indicare infedeltà, tradimento, inganno. Non è solo errore intellettuale. È una risposta che tradisce la realtà di Giobbe.

Perché le loro risposte sono ingannevoli?

Perché non guardano davvero la vita.
Perché ignorano il prosperare degli empi.
Perché deducono la colpa dalla sofferenza.
Perché trasformano Giobbe in un caso morale invece di incontrarlo come uomo ferito.
Perché difendono Dio con uno schema che non rende giustizia né a Dio né all’uomo.

La parola finale è durissima: quando una consolazione non nasce dall’ascolto della realtà, diventa vuota. Quando una teologia non tiene conto del mistero, diventa tradimento.

Giobbe non rifiuta la fede. Rifiuta le risposte false. Non rifiuta Dio. Rifiuta una spiegazione troppo piccola di Dio.


📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 21–37, Word Biblical Commentary 18A, Nashville: Thomas Nelson, 2006.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.

Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.

Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.

Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906; edizione elettronica enhanced Logos, 2000.

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Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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