📖 Il sofferente vuole parlare direttamente con Dio – (Giobbe 13)

3 Giugno 2026


👁️ “Quel che sapete voi, lo so anch’io” – Gb 13,1-2

הֶן־כֹּ֭ל רָאֲתָ֣ה עֵינִ֑י שָׁמְעָ֥ה אָ֝זְנִ֗י וַתָּ֥בֶן לָֽהּ׃
כְּֽדַעְתְּכֶ֥ם יָדַ֑עְתִּי גַם־אָ֝נִ֗י לֹא־נֹפֵ֥ל אָנֹכִ֥י מִכֶּֽם׃

Hen-kol ra’atàh ‘enì; shame‘àh ’oznì wattàven lah.
Keda‘tekhem yadà‘ti gam-’anì; lo-nofèl ’anokhì mikkèm.

“Ecco, tutto questo ha visto il mio occhio; il mio orecchio ha udito e ha compreso.
Come sapete voi, so anch’io; non sono inferiore a voi.” (Gb 13,1-2)

Giobbe riprende ciò che aveva già detto in Giobbe 12: “Anch’io ho senno come voi” (Gb 12,3).

Gli amici hanno parlato come maestri davanti a un ignorante. Ma Giobbe non accetta questa posizione. Egli dice: il mio occhio ha visto, il mio orecchio ha udito, la mia mente ha compreso (Gb 13,1).

Il dolore non lo ha reso stupido. La sofferenza non lo ha privato del discernimento. Anzi, il dolore gli ha dato una lucidità tragica.

Questo è importante anche per l’intero libro: Giobbe non rifiuta la sapienza perché non la conosce. La rifiuta quando diventa schema rigido, quando non ascolta la realtà concreta, quando trasforma una verità generale in una sentenza contro l’innocente.

La frase “non sono da meno di voi” (Gb 13,2) non è orgoglio superficiale. È una difesa della propria dignità. Giobbe non vuole essere trattato come un malato incapace di intendere. Vuole essere ascoltato come uomo, come credente, come giusto ferito.


⚖️ “Io all’Onnipotente vorrei parlare” – Gb 13,3

אוּ֭לָם אֲנִ֣י אֶל־שַׁדַּ֣י אֲדַבֵּ֑ר וְהוֹכֵ֖חַ אֶל־אֵ֣ל אֶחְפָּֽץ׃

’Ulàm ’anì ’el-Shaddày ’adabbèr; wehokhèach ’el-’El ’echpàts.

“Ma io parlerò all’Onnipotente; desidero discutere con Dio.” (Gb 13,3)

Questo è il cuore del capitolo. Giobbe non vuole più rimanere nel circuito delle spiegazioni umane. Gli amici parlano di Dio, ma Giobbe vuole parlare a Dio. La differenza è enorme.

Parlare di Dio può diventare un modo per controllare il mistero, per trasformare Dio in un argomento, in una formula, in uno schema. Parlare a Dio, invece, significa esporsi. Significa entrare nella relazione. Significa rischiare la propria parola davanti a colui che può rispondere.

Giobbe non dice: “Non credo più”. Dice: “Voglio parlare con l’Onnipotente” (Gb 13,3). Questa è una fede ferita, ma ancora vivissima. Egli non abbandona Dio; al contrario, vuole incontrarlo direttamente.

Il verbo legato alla “rimostranza” o alla “disputa” richiama il linguaggio del confronto giudiziario. Giobbe vuole presentare la propria causa. Vuole che Dio non resti soltanto oggetto dei discorsi altrui, ma diventi interlocutore.

Questa richiesta riprende il desiderio del capitolo 9: Giobbe cercava un arbitro tra lui e Dio, qualcuno che rendesse possibile il confronto (Gb 9,33). Ora la richiesta si fa ancora più audace: se nessun altro può mediare, parlerò io.


🩺 “Voi siete medici da nulla” – Gb 13,4-5

וְֽאוּלָ֗ם אַתֶּ֥ם טֹֽפְלֵי־שָׁ֑קֶר רֹפְאֵ֖י אֱלִ֣ל כֻּלְּכֶֽם׃
מִֽי־יִתֵּ֣ן הַחֲרֵ֣שׁ תַּחֲרִישׁ֑וּן וּתְהִ֖י לָכֶ֣ם לְחָכְמָֽה׃

We’ulàm ’attèm tofelè-shàqer; rofe’è ’elìl kullèkem.
Mi-yittèn hacharèsh tacharishùn; utehì lakhèm lechokhmàh.

“Ma voi siete intonacatori di menzogna, medici da nulla, tutti voi.
Magari taceste del tutto: sarebbe per voi sapienza.” (Gb 13,4-5)

Giobbe usa due immagini durissime.

La prima è quella degli “intonacatori di menzogna”. L’idea è quella di chi copre una parete rovinata con un intonaco apparente. Invece di riparare davvero, maschera. Invece di affrontare la frattura, la copre. Così fanno gli amici: coprono la complessità del dolore con spiegazioni troppo semplici.

La seconda immagine è medica: “medici da nulla” (Gb 13,4). Gli amici erano venuti per consolare Giobbe (Gb 2,11), ma la loro parola non guarisce. Sono come medici incapaci, che non riconoscono la malattia e prescrivono cure sbagliate.

Giobbe arriva a dire che il loro silenzio sarebbe sapienza (Gb 13,5). È una frase fortissima, ma comprensibile nel percorso del libro. All’inizio gli amici erano stati davvero efficaci quando erano rimasti seduti in silenzio con lui per sette giorni e sette notti (Gb 2,13). Il loro errore è cominciato quando hanno voluto spiegare troppo presto.

Il silenzio, in certi momenti, può essere più sapiente della parola.


🛡️ Difendere Dio dicendo il falso – Gb 13,6-12

הַֽלְאֵ֣ל תְּדַבְּר֣וּ עַוְלָ֑ה וְ֝ל֗וֹ תְּדַבְּר֥וּ רְמִיָּֽה׃
הֲפָנָ֥יו תִּשָּׂא֑וּן אִם־לָאֵ֥ל תְּרִיבֽוּן׃
הֲט֣וֹב כִּֽי־יַחְקֹ֣ר אֶתְכֶ֑ם אִם־כְּהָתֵ֥ל בֶּ֝אֱנ֗וֹשׁ תְּהָתֵ֥לּוּ בֽוֹ׃
ה֭וֹכֵחַ יוֹכִ֣יחַ אֶתְכֶ֑ם אִם־בַּסֵּ֥תֶר פָּנִ֥ים תִּשָּׂאֽוּן׃

Hal’El tedabberù ‘awlàh, welò tedabberù remiyyàh?
Hafanàw tissà’un? ’Im-la’El terivùn?
Hatòv ki-yachqòr ’etkhèm? ’Im-kehatèl be’enòsh tehattèlu vò?
Hokhèach yokhìach ’etkhèm, ’im-bassèter panìm tissà’un.

“Volete forse parlare ingiustizia per Dio e dire inganno per lui?
Volete forse mostrare parzialità verso di lui? Volete contendere per Dio?
Sarebbe bene per voi se egli vi esaminasse? Come si inganna un uomo, volete ingannare lui?
Egli vi rimprovererà severamente, se in segreto farete favoritismo.” (Gb 13,7-10)

Questa è una delle sezioni più straordinarie del capitolo. Giobbe accusa gli amici di un peccato religioso molto sottile: parlare falsamente in difesa di Dio.

Essi pensano di essere dalla parte di Dio. Pensano di proteggerne la giustizia. Pensano che accusare Giobbe serva a salvare l’onore divino. Ma Giobbe risponde: Dio non ha bisogno delle vostre menzogne.

È una frase di enorme profondità teologica. Non si difende Dio deformando la verità. Non si rende onore a Dio inventando colpe nell’uomo sofferente. Non si protegge la giustizia divina diventando ingiusti con il prossimo.

Giobbe denuncia anche il favoritismo: “Vorreste trattarlo con parzialità?” (Gb 13,8). Gli amici stanno facendo esattamente ciò che un giudice non dovrebbe fare. Parteggiano per Dio non nel senso della fede, ma nel senso scorretto di una parzialità processuale. Presumono che Dio abbia ragione in un modo che obbliga a rendere Giobbe colpevole.

Ma Dio, secondo Giobbe, non si lascia servire così. Se Dio li scrutasse, smaschererebbe anche loro (Gb 13,9-10).

Poi aggiunge che i loro moniti sono “sentenze di cenere” e le loro difese “difese di argilla” (Gb 13,12). Cenere e argilla indicano fragilità, inconsistenza, precarietà. Le parole degli amici sembrano solenni, ma non reggono. Sono costruzioni deboli.

Qui il libro di Giobbe consegna una lezione potentissima: una teologia può sembrare devota e tuttavia essere falsa, se sacrifica la verità concreta dell’uomo in nome di un’idea astratta di Dio.


🔥 “Parlerò io, mi capiti quel che capiti” – Gb 13,13-16

הַחֲרִ֣ישׁוּ מִמֶּ֣נִּי וַאֲדַבְּרָה־אָ֑נִי וְיַעֲבֹ֖ר עָלַ֣י מָֽה׃
הֵ֤ן יִקְטְלֵ֨נִי ׀ ל֥וֹ אֲיַחֵ֗ל אַךְ־דְּרָכַ֥י אֶל־פָּנָ֥יו אוֹכִֽיחַ׃
גַּם־הוּא־לִ֥י לִישׁוּעָ֑ה כִּי־לֹ֥א לְ֝פָנָ֗יו חָנֵ֥ף יָבֽוֹא׃

Hacharìshu mimmènni, wa’adabberàh-’anì; weya‘avòr ‘alày mah.
Hen yiqtelèni, lo ’ayachèl; ’akh-derakhày ’el-panàw ’okhìach.
Gam-hù-li lishu‘àh, ki-lo lefanàw chanèf yavò.

“Tacete davanti a me, e parlerò io; poi passi su di me ciò che deve passare.
Ecco, mi uccida pure: io spererò in lui / non avrò speranza; tuttavia difenderò le mie vie davanti al suo volto.
Anche questo sarà per me salvezza, perché davanti a lui non entra l’empio.” (Gb 13,13-16)

Giobbe chiede agli amici di tacere. Ora vuole parlare lui.

La frase “mi capiti quel che capiti” (Gb 13,13) mostra la sua decisione estrema. Giobbe sa che parlare davanti a Dio è rischioso. Nel capitolo 9 aveva confessato di non poter rispondere a Dio una volta su mille (Gb 9,3). Aveva detto che Dio non è un uomo come lui, perché possano presentarsi insieme in giudizio (Gb 9,32). Ma ora sceglie comunque di parlare.

Il versetto 15 è uno dei più famosi e difficili del libro. La tradizione lo ha spesso letto come una straordinaria professione di fiducia: “Anche se mi uccide, io spererò in lui”. Tuttavia il testo ebraico presenta una difficoltà, perché può essere inteso anche in senso più cupo: “Ecco, mi ucciderà; non avrò speranza”. In entrambi i casi, il nucleo del versetto resta forte: Giobbe vuole difendere la propria condotta davanti a Dio.

Se lo si legge nel primo senso, Giobbe afferma una speranza estrema, paradossale, contro ogni evidenza.
Se lo si legge nel secondo senso, Giobbe dice: anche se non ho più speranza di sopravvivere, voglio comunque presentare la verità della mia vita davanti a Dio.

In entrambi i casi, Giobbe non fugge da Dio. Non cerca un altro tribunale. Vuole comparire davanti al volto di Dio.

Il v. 16 aggiunge un elemento decisivo: questo stesso confronto sarà per lui salvezza, perché un empio non oserebbe presentarsi davanti a Dio (Gb 13,16). La sua disponibilità a comparire davanti a Dio diventa segno della sua integrità. Giobbe non si nasconde. Vuole essere esaminato.

Questa è una fede impressionante: non una fede tranquilla, ma una fede che osa chiedere giustizia a Dio davanti a Dio.


🧾 “Ho preparato la mia causa” – Gb 13,17-19

שִׁמְע֣וּ שָׁמ֣וֹעַ מִלָּתִ֑י וְ֝אַחֲוָתִ֗י בְּאָזְנֵיכֶֽם׃
הִנֵּה־נָ֭א עָרַ֣כְתִּי מִשְׁפָּ֑ט יָ֝דַ֗עְתִּי כִּי־אֲנִ֥י אֶצְדָּֽק׃
מִי־ה֭וּא יָרִ֣יב עִמָּדִ֑י כִּֽי־עַתָּ֥ה אַחֲרִ֥ישׁ וְאֶגְוָֽע׃

Shim‘ù shamò‘a millatì, we’achawatì be’oznekèm.
Hinnèh-nà ‘arakh’tì mishpàt; yadà‘ti ki-’anì ’etsdàq.
Mi-hù yarìv ‘immadì? Ki-‘attàh ’acharìsh we’egwà‘.

“Ascoltate bene la mia parola, e la mia dichiarazione sia nei vostri orecchi.
Ecco, ho preparato la causa; so che io sarò dichiarato giusto.
Chi è colui che contenderà con me? Perché ora tacerei e morirei.” (Gb 13,17-19)

Giobbe assume il linguaggio del processo.

Dice di aver preparato la sua causa (Gb 13,18). Non si presenta come uno che parla a caso. Non è soltanto un uomo che urla. È un uomo che vuole argomentare, chiarire, difendere la propria integrità.

La frase “so che sarò dichiarato innocente” (Gb 13,18) è fortissima. Il verbo appartiene all’area della giustizia, della dichiarazione di innocenza, del riconoscimento della rettitudine. Giobbe è convinto che, se la sua causa fosse veramente ascoltata, la sua integrità emergerebbe.

Questo non significa che Giobbe si ritenga senza alcun limite umano. Nei capitoli precedenti aveva chiesto a Dio di fargli conoscere colpe e peccati (Gb 10,2; Gb 13,23). Ma rifiuta l’accusa degli amici: la sua catastrofe non può essere spiegata come punizione proporzionata a una colpa nascosta.

Giobbe arriva a dire: se qualcuno potesse davvero muovergli causa, allora tacerebbe e morirebbe (Gb 13,19). È una frase estrema: la sua parola è legata alla sua vita. Se non può difendersi, muore. Se deve tacere sotto una falsa accusa, è come se fosse già morto.


🙏 Due condizioni per comparire davanti a Dio – Gb 13,20-22

אַךְ־שְׁ֭תַּיִם אַל־תַּ֣עַשׂ עִמָּדִ֑י אָ֥ז מִ֝פָּנֶ֗יךָ לֹ֣א אֶסָּתֵֽר׃
כַּפְּךָ֣ מֵעָלַ֣י הַרְחַ֑ק וְ֝אֵמָֽתְךָ֗ אַֽל־תְּבַעֲתַֽנִּי׃
וּ֭קְרָא וְאָנֹכִ֣י אֶעֱנֶ֑ה אֽוֹ־אֲ֝דַבֵּ֗ר וַהֲשִׁיבֵֽנִי׃

’Akh-shetàyim ’al-ta‘as ‘immadì; ’az mippanèkha lo ’essàter.
Kappekhà me‘alày harchàq, we’ematkhà ’al-teva‘atànni.
Uqerà, we’anokhì ’e‘enèh; ’o-’adabbèr wahashivèni.

“Solo due cose non fare con me; allora non mi nasconderò dal tuo volto.
Allontana da me la tua mano, e il tuo terrore non mi spaventi.
Poi chiama, e io risponderò; oppure parlerò io, e tu rispondimi.” (Gb 13,20-22)

Questi versetti riprendono in modo diretto il desiderio già espresso in Giobbe 9.

Là Giobbe aveva chiesto che Dio allontanasse da lui la sua verga e il suo terrore, perché solo allora avrebbe potuto parlare senza paura (Gb 9,34-35). Qui formula due condizioni: che Dio allontani la sua mano e che il suo terrore non lo spaventi (Gb 13,21).

Giobbe non chiede privilegi. Chiede le condizioni minime per un dialogo vero.

Finché la mano di Dio lo schiaccia e il terrore lo paralizza, non può parlare liberamente. Per questo chiede uno spazio in cui la parola sia possibile. Poi accetta entrambe le forme del confronto: Dio interroghi e lui risponderà; oppure lui parlerà e Dio risponderà (Gb 13,22).

È una delle scene più alte della spiritualità biblica. Giobbe non vuole fuggire dal volto di Dio. Dice: se togli il terrore, io non mi nasconderò (Gb 13,20). La fede qui non è fuga dal giudizio. È desiderio di un giudizio vero, non deformato dalla paura.


❓ “Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato” – Gb 13,23-27

כַּמָּ֣ה לִ֭י עֲוֹנ֣וֹת וְחַטָּא֑וֹת פִּשְׁעִ֥י וְ֝חַטָּאתִ֗י הֹדִיעֵֽנִי׃
לָ֤מָּה פָנֶ֣יךָ תַסְתִּ֑יר וְתַחְשְׁבֵ֖נִי לְאוֹיֵ֣ב לָֽךְ׃
הֶעָלֶ֣ה נִדָּ֣ף תַּעֲר֑וֹץ וְאֶת־קַ֖שׁ יָבֵ֣שׁ תִּרְדֹּֽף׃
כִּֽי־תִכְתֹּ֣ב עָלַ֣י מְרֹר֑וֹת וְ֝תוֹרִישֵׁ֗נִי עֲוֹנ֥וֹת נְעוּרָֽי׃

Kammàh li ‘awonòt wechattà’òt? Pish‘ì wechattatì hodi‘èni.
Lammàh fanèkha tastìr, wetachshevèni le’oyèv làkh?
He‘alèh niddàf ta‘aròts? We’et-qash yavèsh tirdòf?
Ki-tikhtòv ‘alày meroròt, wetorishèni ‘awonòt ne‘urày.

“Quante sono le mie colpe e i miei peccati? Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato.
Perché nascondi il tuo volto e mi consideri tuo nemico?
Vuoi spaventare una foglia dispersa e inseguire una paglia secca?
Poiché scrivi contro di me cose amare e mi fai ereditare le colpe della mia giovinezza.” (Gb 13,23-26)

Giobbe ora si rivolge direttamente a Dio.

La sua domanda è precisa: se ci sono colpe, Dio gliele mostri (Gb 13,23). Non chiede di essere assolto senza verità. Chiede chiarezza. Se Dio lo considera colpevole, gli faccia conoscere il capo d’accusa.

Poi pone una domanda tremenda: “Perché nascondi il tuo volto e mi consideri tuo nemico?” (Gb 13,24).

Il volto nascosto di Dio è una delle esperienze più dolorose della fede. Non è ateismo. È percezione dell’assenza. Giobbe non dice che Dio non esiste. Dice che Dio nasconde il volto e lo tratta come nemico.

L’immagine della foglia dispersa e della paglia secca è commovente (Gb 13,25). Giobbe si percepisce fragile, leggero, già quasi distrutto. Che bisogno ha Dio di spaventare una foglia nel vento? Che senso ha inseguire una paglia secca?

Qui emerge una sproporzione drammatica: Dio è l’Onnipotente, Giobbe è una foglia. Dio è il giudice, Giobbe è già quasi polvere. Perché tanta pressione su una creatura così fragile?

Il riferimento ai peccati giovanili (Gb 13,26) aggiunge un altro elemento: Giobbe teme che Dio stia recuperando colpe remote, antiche, quasi sepolte, per costruire contro di lui un’accusa. È l’esperienza di una memoria dolorosa, in cui il passato viene riletto non come storia salvata, ma come archivio di colpe.

Giobbe chiede a Dio non solo di essere liberato, ma di essere guardato diversamente.


🪵 “Mi disfò come legno tarlato” – Gb 13,27-28

וְתָשֵׂ֣ם בַּסַּ֣ד רַגְלַ֑י וְתִשְׁמ֥וֹר כָּל־אָרְחֹתַ֗י עַל־שָׁרְשֵׁ֥י רַגְלַ֥י תִּתְחַקֶּֽה׃
וְה֣וּא כְּרָקָ֣ב יִבְלֶ֑ה כְּ֝בֶ֗גֶד אֲכָ֣לוֹ עָֽשׁ׃

Wetashèm bassàd raglày, wetishmòr kol-’orchotày; ‘al-shorshè raglày titchaqqèh.
Wehù keràqav yivlèh, kevèged ’akhalò ‘ash.

“Tu metti i miei piedi nei ceppi, osservi tutti i miei sentieri, tracci un limite alle piante dei miei piedi.
Ed egli si consuma come legno marcio, come vestito divorato dalla tignola.” (Gb 13,27-28)

Il capitolo termina con immagini di prigionia e decomposizione.

Giobbe si sente come un uomo con i piedi nei ceppi (Gb 13,27). Dio sorveglia ogni suo passo. Nulla gli è lasciato libero. Anche le orme dei suoi piedi vengono segnate.

Questa immagine riprende la percezione già espressa in Giobbe 7 e 10: Dio appare a Giobbe come colui che lo scruta, lo sorveglia, lo mette alla prova ogni istante (Gb 7,17-20; Gb 10,14). Non è la custodia consolante del pastore, ma la sorveglianza del carceriere.

Poi il tono cambia: Giobbe si descrive come qualcosa che si disfa. Legno tarlato. Vestito corroso dalla tignola (Gb 13,28).

Il corpo e la vita stanno cedendo lentamente. Non c’è solo il colpo improvviso della catastrofe; c’è anche il consumo, l’erosione, il disfacimento quotidiano. Giobbe non si sente abbattuto una volta per tutte, ma consumato dall’interno.

Questa chiusura è tragica: l’uomo che vuole parlare con Dio è anche un uomo che si sente marcire. La sua richiesta di giudizio non nasce da sicurezza esteriore, ma da una vita che si sta disfacendo.

Proprio per questo la sua parola è così potente. È la parola di chi non ha più quasi nulla, ma conserva ancora il diritto di chiedere verità.


📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 1–20, Word Biblical Commentary 17, Dallas: Word Books, 1989.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press / Westminster John Knox Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.

Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.

Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.

Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906; edizione elettronica enhanced Logos, 2000.

Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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