«Poi di nuovo Dio avrà pietà di loro e li ricondurrà nel paese d’Israele. Essi ricostruiranno il Tempio, ma non uguale al primo, finché sarà completo il computo dei tempi. Dopo, torneranno tutti dall’esilio e ricostruiranno Gerusalemme nella sua magnificenza e il tempio di Dio sarà ricostruito, come hanno preannunziato i profeti di Israele» (Tb 14,5).
«Tutte le genti che si trovano su tutta la terra si convertiranno e temeranno Dio nella verità…» (Tb 14,6).
«Tutti gli Israeliti che saranno scampati in quei giorni… si raduneranno e verranno a Gerusalemme…» (Tb 14,7).
Questa è la parte più teologica di tutto il capitolo. Tobi vede tre momenti:
- Dio ha pietà e fa tornare il popolo.
- Il tempio viene ricostruito, ma non come il primo: cioè la prima restaurazione è parziale.
- Ci sarà una pienezza futura, quando “sarà completo il computo dei tempi”: allora ritorno, Gerusalemme splendida, conversione delle genti, culto vero.
Qui il libro di Tobia tocca la sensibilità del giudaismo del Secondo Tempio: si sapeva che il tempio ricostruito dopo l’esilio non era glorioso come quello di Salomone (cfr. profeta Aggeo 2). Il nostro autore lo dice apertamente: sarà così “finché” non maturerà il tempo di Dio.
📘 Spiegazione degli esegeti
John J. Collins vede qui un germe di escatologia: la storia va verso una fase in cui non solo Israele, ma “tutte le genti” si convertiranno e abbandoneranno gli idoli (Tb 14,6-7). È un universalismo tipico della tarda letteratura sapienziale ed apocalittica (Introduction to the Hebrew Bible, 2018, p. 531).
Moore nota che l’espressione “non uguale al primo” è storicamente lucidissima: l’autore sa che la ricostruzione post-esilica è stata modesta, ma la interpreta teologicamente: non è finita, Dio ha ancora un tempo da compiere (Tobit, 1996, pp. 192-193).
Hanhart collega questo versetto al capitolo 13 (l’inno a Gerusalemme): la Gerusalemme gloriosa di Tb 13 è proprio quella che apparirà “dopo il computo dei tempi” (Hanhart, 1983, pp. 109-110).
⚖️ 5. Elemosina e iniquità: l’esempio di Achikar e Nadab
«Vedi, figlio, quanto ha fatto Nadab al padre adottivo Achikar. Non è stato egli costretto a scendere vivente sotto terra? Ma Dio ha rigettato l’infamia in faccia al colpevole: Achikar ritornò alla luce mentre invece Nadab entrò nelle tenebre eterne… Per aver praticato l’elemosina, Achikar sfuggì al laccio mortale… Nadab invece cadde in quel laccio, che lo fece perire» (Tb 14,10-11).
Alla fine del discorso Tobi torna al suo tema preferito: l’elemosina salva dalla morte (cf. Tb 4,7-11; 12,8-9). Lo fa raccontando un esempio noto al pubblico (la storia sapienziale di Achikar): chi fa il bene viene alla luce, chi fa il male finisce nelle tenebre. La contrapposizione è fortissima: “ritornò alla luce” / “entrò nelle tenebre eterne”. È quasi un linguaggio di giudizio finale.
Otzen spiega che l’inserzione di Achikar serve a dire: quello che ho insegnato in tutto il libro (elemosina, giustizia, fedeltà) non è teoria, funziona nella storia (Otzen, 2001, pp. 149-150).
Harrington fa notare che qui appare una delle più chiare antitesi escatologiche del libro: luce vs. tenebre eterne, quasi anticipazione del giudizio dei giusti e degli empi (Harrington, 1999, p. 73).
Moore vede un chiaro richiamo alla “teologia del contraccambio” cara al libro: il bene ritorna, il male ritorna (Tobit, 1996, p. 194).
🏡 6. Il compimento nella vita di Tobia
«Quando morì la madre, Tobia la seppellì vicino al padre, poi partì per la Media con la moglie e i figli. Abitò in Ecbàtana, presso Raguele suo suocero. Curò con onore i suoceri nella loro vecchiaia e li seppellì a Ecbàtana in Media. Tobia ereditò il patrimonio di Raguele come ereditò quello del padre Tobi. Morì da tutti stimato all’età di centodiciassette anni. Prima di morire sentì parlare della rovina di Ninive… e benedisse il Signore Dio nei secoli dei secoli» (Tb 14,12-15).
La conclusione mostra che il figlio ha obbedito: ha seppellito la madre, è uscito da Ninive, si è stabilito in Media, ha onorato i suoceri, ha goduto di una lunga vita e — dettaglio bellissimo — ha visto compiersi la profezia del padre sulla rovina di Ninive (Tb 14,15). Cioè: la parola del padre era vera.
Hanhart nota la “doppia eredità” (padre e suocero): è il segno che Dio moltiplica ciò che l’uomo affida alla sua provvidenza (Hanhart, 1983, p. 111).
Moore rileva che il libro chiude con una benedizione, non con una tragedia: il tono è di lieto esilio obbediente (Tobit, 1996, p. 195).
Collins vede in questo finale una mini-storia d’esodo: uscire dalla città destinata al giudizio e vivere nella pace del tempo di Dio (Collins, 2018, p. 531).
🧩 Appendice – «…finché sarà completo il computo dei tempi» (Tb 14,5)
L’espressione ebraico-aramaica sottesa a questo greco (nella CEI “finché sarà completo il computo dei tempi”) indica un’idea che nel giudaismo del Secondo Tempio è molto chiara: Dio ha un calendario della storia.
Non tutto accade subito:
- prima c’è il castigo (esilio, tempio bruciato),
- poi la misericordia (ritorno, ricostruzione),
- ma la forma definitiva del tempio e di Gerusalemme arriverà solo quando sarà colma la misura del tempo voluta da Dio.
In altre parole: la ricostruzione dopo l’esilio è vera ma non è ancora la forma ultima. È una restaurazione “penultima”. L’autore di Tobia dice al lettore: non scandalizzarti se la Gerusalemme che vedi non è gloriosa come quella sognata dai profeti — Dio non ha ancora finito.
Gli esegeti collegano questa frase a tre idee:
- Escatologia “a tappe”: Dio agisce ora, ma agirà ancora (Moore, 1996, p. 193);
- Fede nelle profezie di Israele: l’autore richiama “come hanno preannunziato i profeti di Israele” (Tb 14,5), per dire che questo “computo” non è astrologia, ma fedeltà alla parola;
- Universalismo finale: subito dopo (vv. 6-7) si parla della conversione delle genti — segno che il “tempo completo” coincide col momento in cui le nazioni riconoscono il Dio d’Israele.
In sintesi: “finché sarà completo il computo dei tempi” = finché la storia non sarà arrivata alla fase in cui Dio raduna Israele e le genti in un’unica adorazione a Gerusalemme. È un modo narrativo di dire: “non siamo ancora alla fine”.
📘 Bibliografia essenziale
- Carey A. Moore, Tobit. A New Translation with Introduction and Commentary, Anchor Bible 40A, New York: Doubleday, 1996, pp. 190–195 (commento a Tb 14; struttura dell’epilogo; tema dell’adempimento profetico).
- Robert Hanhart, Das Buch Tobit, Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht, 1983, pp. 107–111 (morte di Tobi, testamento, esempio di Achikar, compimento della parola).
- Daniel J. Harrington, Invitation to the Apocrypha, Grand Rapids: Eerdmans, 1999, pp. 73–75 (Tobit come racconto di provvidenza e fedeltà alla profezia).
- Fritz Otzen, Das Buch Tobit (Zürcher Bibelkommentar / AT), Zürich: Theologischer Verlag, 2001, pp. 148–150 (Ninive destinata alla rovina; valore della carità; funzione di Achikar).
- John J. Collins, Introduction to the Hebrew Bible, Minneapolis: Fortress Press, 2018, p. 531 (nota sull’escatologia leggera di Tobit e sull’universalismo dei vv. 6-7).











