📜 Il martirio dei sette fratelli (2 Maccabei 7)

10 Marzo 2026


👥 Personaggi principali

👑 Antioco IV Epifane

Greco: Ἀντίοχος ὁ Ἐπιφανής (Antíochos ho Epiphanḗs)

Vita: circa 215 a.C. – 164 a.C.


👩 La madre dei sette fratelli

Nel testo biblico non viene nominata.

La tradizione giudaica e cristiana successiva la chiama Hannah (o Solomonia in alcune tradizioni orientali), ma si tratta di un nome posteriore e non biblico.

È presentata come modello di fede e di coraggio, capace di incoraggiare i figli al martirio.


👦 I sette fratelli

I loro nomi non sono conservati nel testo biblico.
Il racconto li presenta come giovani giudei fedeli alla Torah.

Secondo gli esegeti, il loro anonimato è intenzionale: essi diventano simbolo del popolo fedele alla Legge.


🔥 Il rifiuto di violare la Legge (vv. 1–8)

«Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi» (2 Mac 7,2).

Il rifiuto di mangiare carne di maiale si basa sulla Torah (cfr. Levitico 11,7; Deuteronomio 14,8).

Il maiale è dichiarato animale impuro. Secondo Daniel R. Schwartz, il cibo proibito diventa qui simbolo dell’identità religiosa ebraica. (2 Maccabees, p. 286)

La violenza delle torture serve a mostrare la ferocia della persecuzione seleucide.


✝️ Il primo annuncio esplicito della risurrezione (vv. 9–14)

«Il re del mondo ci risusciterà a vita nuova ed eterna» (2 Mac 7,9).

Questo è uno dei testi più chiari dell’Antico Testamento sulla risurrezione dei morti. L’idea non era ancora universalmente accettata nell’ebraismo antico.

Secondo Collins: «2 Maccabei 7 offre la più chiara affermazione della risurrezione del corpo nel giudaismo precristiano.» (Between Athens and Jerusalem, p. 112).

Qui appare una convinzione fondamentale:

  • i giusti risorgeranno
  • i persecutori subiranno il giudizio divino

Questo sviluppo teologico nasce dall’esperienza del martirio.


⚖️ Il giudizio di Dio contro il tiranno (vv. 15–19)

«Non credere di andare impunito dopo aver osato combattere contro Dio» (2 Mac 7,19).

Il quinto e il sesto fratello affermano che il potere del re è temporaneo, mentre quello di Dio è assoluto.

Il martirio diventa quindi testimonianza teologica: la storia non è dominata dai re ma da Dio giudice.


👩‍👦 Il discorso della madre: Dio creatore (vv. 20–29)

«Contempla il cielo e la terra… Dio li ha fatti non da cose preesistenti» (2Mac 7,28).

Questo versetto è fondamentale per la teologia della creazione. Il testo afferma implicitamente la creazione dal nulla.

Questa fede nella creazione sostiene la speranza nella risurrezione: chi ha creato la vita può ridarla dopo la morte.


🩸 Il martirio dell’ultimo figlio (vv. 30–38)

«I nostri fratelli hanno conseguito da Dio l’eredità della vita eterna» (2Mac 7,36).

Il più giovane dei fratelli pronuncia il discorso teologico più sviluppato del capitolo.

Egli afferma tre idee fondamentali:

1️⃣ il martirio espia i peccati del popolo
2️⃣ Dio punirà il tiranno
3️⃣ i giusti riceveranno la vita eterna

Questo tema anticipa sviluppi teologici presenti anche nella letteratura cristiana, che lo prenderà a modello per la descrizione dei martiri della Chiesa.


🕊️ La morte della madre (vv. 39–41)

«Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte» (2Mac 7,41).

La madre diventa il culmine del racconto. La sua fede supera persino quella dei figli.

Il testo presenta una forma eroica di maternità religiosa. La madre non difende la vita biologica dei figli ma la loro fedeltà a Dio.

Appendice. Lo sviluppo del tema della creazione dal nulla nella Bibbia: da Genesi a 2 Maccabei

Il primo capitolo della Genesi non dice esplicitamente, in termini filosofici, che Dio abbia creato il mondo “dal nulla”. Il testo ebraico afferma:

בְּרֵאשִׁית בָּרָא אֱלֹהִים
Berēʾšît bārāʾ ʾĔlōhîm
In principio Dio creò…” (Gen 1,1)

Il verbo בָּרָא (bārāʾ) è usato nella Bibbia ebraica con Dio come soggetto e indica un atto creatore proprio e sovrano. Tuttavia Genesi 1,2 menziona già la realtà della terra “informe e deserta” (tōhû wābōhû), con le tenebre sopra l’abisso (tehôm). Per questo motivo molti studiosi osservano che il testo, nel suo livello letterario originario, non intende ancora spiegare metafisicamente l’origine assoluta della materia, ma proclamare teologicamente che tutto dipende da Dio e dalla sua parola.

Il punto fondamentale di Genesi 1 non è dunque ancora la formula “dal nulla”, bensì la verità che nulla esiste autonomamente accanto a Dio e che il mondo non è divino, non nasce da una lotta tra divinità, non deriva da un principio antagonista: tutto è posto in essere dal comando divino, “Dio disse… e così avvenne”. Già qui si pongono le basi per lo sviluppo successivo.

Un secondo passaggio decisivo è l’idea che Dio crei mediante la sua parola. In Genesi 1, la ripetizione di “Dio disse” mostra che il cosmo non nasce da un lavoro materiale, da una manipolazione artigianale o da uno scontro cosmico, ma da un atto sovrano del volere divino.

Questa linea viene ripresa e approfondita in altri testi biblici. Il Salmo 33,6.9 afferma:

“Dalla parola del Signore furono fatti i cieli…
Egli parlò e tutto fu creato.”

Qui la creazione appare come effetto immediato della parola divina. L’accento non cade su una materia preesistente, ma sul potere assoluto di Dio: ciò che egli dice viene all’esistenza. Questo non equivale ancora a una formulazione tecnica della creatio ex nihilo, ma avvicina molto l’idea che l’essere delle cose dipenda unicamente da Dio.

Nei capitoli 40–55 di Isaia, scritti nel contesto dell’esilio, il tema si sviluppa ulteriormente. Il profeta insiste sul fatto che il Signore è l’unico Dio, creatore dei cieli e della terra, signore della storia, capace di chiamare all’esistenza ciò che vuole.

Testi come Isaia 40,26, 42,5, 44,24 e 45,12.18 sottolineano che Dio ha fatto tutto da solo:

“Io sono il Signore, che ho fatto tutto,
che ho dispiegato i cieli da solo,
ho disteso la terra senza aiuto alcuno” (Is 44,24).

Questa polemica contro gli idoli e contro ogni altra potenza cosmica ha una grande importanza. Se Dio crea “da solo”, allora non esiste alcun principio parallelo, né materiale né divino, che possa limitare la sua azione. La riflessione biblica si avvicina così a un concetto sempre più radicale della dipendenza totale del mondo da Dio.

Nella letteratura sapienziale, la creazione è contemplata soprattutto come opera sapiente e ordinata. Proverbi 8, Giobbe 38–39 e Sapienza 11,17 insistono sulla potenza divina che dispone ogni cosa.

È particolarmente importante Sapienza 11,17, dove si dice che la mano onnipotente di Dio ha creato il mondo da una “materia informe” (ex hylēs amorphou, nella formulazione greca). Questo testo è molto significativo perché mostra che, in ambiente giudaico ellenistico, la questione dell’origine del mondo viene pensata in dialogo con categorie greche. Tuttavia qui non siamo ancora di fronte a una chiara affermazione della creazione “dal nulla”, perché si parla ancora di una materia informe.

Dunque la tradizione sapienziale testimonia un momento intermedio: Dio è assolutamente sovrano, ma la formulazione non è ancora quella pienamente esplicita che troveremo in 2 Maccabei.

Nel settimo capitolo di 2 Maccabei, la fede d’Israele giunge a una maturazione decisiva: il Dio che ha creato tutto può anche ridare la vita ai corpi torturati dei giusti.

La madre, esortando il figlio più giovane, dichiara in 2 Maccabei 7,28:

“Ti prego, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e riconosci che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano.”

Questo versetto rappresenta uno dei punti più alti della teologia biblica tardo-giudaica. L’espressione greca viene normalmente intesa nel senso che Dio ha creato il mondo non a partire da realtà già esistenti. Qui siamo ormai molto vicini, sostanzialmente, alla dottrina della creazione dal nulla.

Il valore di questo testo è enorme per almeno tre ragioni.

Anzitutto, esso collega la creazione con la risurrezione. Il ragionamento della madre è chiaro: se Dio ha potuto dare origine a tutto senza dipendere da materiali preesistenti, allora può anche restituire vita a corpi distrutti. La fede nella risurrezione si fonda sulla radicalità del potere creatore di Dio.

In secondo luogo, il versetto rappresenta il punto in cui la Bibbia esprime in modo più vicino alla terminologia dottrinale l’idea che Dio non lavori su una materia eterna o indipendente. Tutto dipende da lui in modo assoluto.

Infine, il testo mostra come, nel giudaismo tardo, la riflessione sulla creazione si sia approfondita proprio sotto la pressione della persecuzione. Non si tratta di una speculazione astratta: la creatio ex nihilo emerge come fondamento della speranza dei martiri.


📚 Bibliografia essenziale

Jonathan A. Goldstein, II Maccabees. A New Translation with Introduction and Commentary. Anchor Bible 41A. New York, Doubleday, 1983.

Robert Doran, 2 Maccabees. Hermeneia. Minneapolis, Fortress Press, 2012.

Daniel R. Schwartz, 2 Maccabees. Commentaries on Early Jewish Literature. Berlin-New York, Walter de Gruyter, 2008.

John J. Collins, Between Athens and Jerusalem: Jewish Identity in the Hellenistic Diaspora. 2nd edition. Grand Rapids: Eerdmans, 2000.

Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche.

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