Quando la spiegazione sembra consolazione – (Giobbe 5)

15 Maggio 2026

⚠️ “Chiama pure”: nessuno ti risponderà – Gb 5,1-7

קְרָא־נָא הֲיֵשׁ עוֹנֶךָּ וְאֶל־מִי מִקְּדֹשִׁים תִּפְנֶה׃

Qerà-nà, hayèsh ‘onèkhà? We’el-mì miqqedoshìm tifnèh?

“Chiama, dunque: c’è forse chi ti risponde? E verso chi, tra i santi, ti volgerai?” (Gb 5,1)

Elifaz apre questa seconda parte del suo discorso con una frase dura: “Chiama pure! Ti risponderà forse qualcuno?”.

Non è un incoraggiamento. È quasi una sfida. Dopo il grande grido di Giobbe nel capitolo 3, Elifaz gli dice, in sostanza: “Puoi anche gridare, ma nessuno ti darà ragione. Neppure tra gli esseri celesti troverai qualcuno che sostenga la tua protesta”.

Questo è un passaggio molto forte, perché sposta la questione dal dolore di Giobbe alla legittimità della sua parola. Giobbe ha parlato perché soffre. Elifaz risponde mettendo in dubbio il valore stesso di quel grido.

Poi aggiunge:

כִּי־לֶאֱוִיל יַהֲרָג־כָּעַשׂ וּפֹתֶה תָּמִית קִנְאָה׃

Ki-le’ewìl yahăròg-kà‘as, ufòteh tamìt qin’àh.

“Poiché lo sdegno uccide lo stolto e la gelosia fa morire l’ingenuo.” (Gb 5,2)

Qui compaiono due figure negative: אֱוִיל, ’ewìl, lo “stolto”, e פֹתֶה, fòteh, l’ingenuo, lo sciocco, colui che si lascia portare fuori strada. Elifaz sembra avvertire Giobbe: attenzione, il tuo dolore può diventare rabbia, e la rabbia può distruggerti.

In sé, l’osservazione non è priva di verità. Il dolore non ascoltato può trasformarsi in sdegno, amarezza, isolamento. Ma il problema è il modo in cui Elifaz la applica. Giobbe non ha maledetto Dio. Ha maledetto il giorno della nascita. Ha detto il suo dolore. Elifaz, però, comincia già a interpretare quel grido come pericoloso, forse come stoltezza.

Il cuore di questa sezione arriva nei vv. 6-7:

כִּי לֹא־יֵצֵא מֵעָפָר אָוֶן וּמֵאֲדָמָה לֹא־יִצְמַח עָמָל׃
כִּי־אָדָם לְעָמָל יוּלָּד וּבְנֵי־רֶשֶׁף יַגְבִּיהוּ עוּף׃

Ki lo-yetsè me‘afàr ’àwen, ume’adamàh lo-yitsmàch ‘amàl.
Ki-’adàm le‘amàl yullàd, uvenè-rèshef yagbìhu ‘ùf.

“Poiché non esce dalla polvere la sventura, né dalla terra germoglia il dolore.
Poiché l’uomo nasce per la pena, e i figli della fiamma volano in alto.” (Gb 5,6-7)

Elifaz vuole dire che il dolore non nasce dal nulla. Non spunta dalla terra come una pianta casuale. Ha una radice nell’uomo. Qui ritorna la sua convinzione: se c’è sofferenza, c’è una causa morale.

Ma proprio qui si vede il limite del suo ragionamento. È vero che molte sofferenze sono generate da scelte umane sbagliate, violenze, ingiustizie, menzogne, egoismi. Ma non ogni sofferenza personale è il frutto diretto di una colpa personale. Il libro di Giobbe nasce per mettere in crisi proprio questa scorciatoia.

Elifaz dice una cosa parzialmente vera, ma la usa nel momento sbagliato e sulla persona sbagliata.


🌧️ “Io mi rivolgerei a Dio”: la teologia luminosa di Elifaz – (Gb 5,8-16)

אוּלָם אֲנִי אֶדְרֹשׁ אֶל־אֵל וְאֶל־אֱלֹהִים אָשִׂים דִּבְרָתִי׃
עֹשֶׂה גְדֹלוֹת וְאֵין חֵקֶר נִפְלָאוֹת עַד־אֵין מִסְפָּר׃

Ulàm ’anì ’edròsh ’el-’El, we’el-’Elohìm ’asìm divratì.
‘Osèh gedolòt we’èn chèqer, nifla’òt ‘ad-’èn mispàr.

“Ma io cercherei Dio, e a Dio affiderei la mia causa.
Egli fa cose grandi e insondabili, meraviglie senza numero.” (Gb 5,8-9)

Dopo aver ammonito Giobbe, Elifaz offre il suo consiglio: “Io mi rivolgerei a Dio”.

Questa è, in sé, una frase molto bella. Elifaz non invita Giobbe all’ateismo, alla disperazione, alla chiusura. Lo invita a cercare Dio. Gli ricorda che Dio compie cose grandi, insondabili, meraviglie senza numero.

Il problema non è la frase. Il problema è il tono complessivo. Elifaz non dice semplicemente: “Porta a Dio la tua ferita”. Dice: “Io, al posto tuo, saprei cosa fare”. È una forma sottile di distanza. Non entra nella cenere con Giobbe, ma gli offre una ricetta dall’esterno.

Segue poi un piccolo inno alla potenza benefica di Dio:

הַנֹּתֵן מָטָר עַל־פְּנֵי־אָרֶץ וְשֹׁלֵחַ מַיִם עַל־פְּנֵי חוּצוֹת׃

“Colui che dà pioggia sulla faccia della terra e manda acque sui campi.” (Gb 5,10)

Dio viene descritto come colui che dona la pioggia e rende possibile la vita. È il Dio che non solo governa il cielo, ma irriga la terra, rialza gli umili e salva gli oppressi. Elifaz dice anche:

לֹכֵד חֲכָמִים בְּעָרְמָם וַעֲצַת נִפְתָּלִים נִמְהָרָה׃

Lokhèd chakhàmim be‘ormàm, wa‘atsàt niftalìm nimhàrah. (Gb 5,13)

“Egli prende i sapienti nella loro astuzia, e il consiglio degli scaltri precipita.”

Il testo ebraico di Gb 5,13 parla di Dio che “prende” i sapienti nella loro astuzia; questo versetto sarà ripreso anche nel Nuovo Testamento, in 1Cor 3,19, come critica alla sapienza che pretende di bastare a se stessa.

Qui Elifaz esprime una grande verità biblica: Dio rovescia le pretese degli scaltri. L’uomo furbo, calcolatore, convinto di dominare tutto, può restare intrappolato proprio nella propria astuzia.

Poi il discorso si apre ai poveri:

וַתְּהִי לַדַּל תִּקְוָה וְעֹלָתָה קָפְצָה פִּיהָ׃

Wattehì laddàl tiqwàh, we‘olatàh qafetsàh pìha.

“E per il misero vi è speranza, mentre l’ingiustizia chiude la sua bocca.” (Gb 5,16)

Questa è una delle frasi più belle del capitolo. Dio dona speranza al povero e chiude la bocca all’ingiustizia. Il problema, ancora una volta, non è il contenuto preso in sé. È l’applicazione a Giobbe.

Elifaz parla come se il caso fosse chiaro: se Giobbe si rimette in ordine davanti a Dio, anche per lui tornerà la speranza. Ma Giobbe non ha bisogno di una teoria sulla speranza. Ha bisogno che qualcuno riconosca l’ingiustizia della sua sofferenza.


🩹 “Felice l’uomo corretto da Dio”: la disciplina dell’Onnipotente – (Gb 5,17-18)

הִנֵּה אַשְׁרֵי אֱנוֹשׁ יוֹכִחֶנּוּ אֱלוֹהַּ וּמוּסַר שַׁדַּי אַל־תִּמְאָס׃
כִּי הוּא יַכְאִיב וְיֶחְבָּשׁ יִמְחַץ וְיָדָו תִּרְפֶּינָה׃

Hinnèh ’ashrè ’enòsh yokhichènnu ’Elòah, umusàr Shaddày ’al-tim’às.
Ki hù yakh’ìv weyechbàsh, yimchàts weyadàw tirpènah.

“Ecco, felice l’uomo che Dio corregge: la correzione dell’Onnipotente non disprezzarla.
Poiché egli fa soffrire e fascia, ferisce e le sue mani guariscono.” (Gb 5,17-18)

Questa è la frase centrale del capitolo. Elifaz interpreta la sofferenza di Giobbe come correzione divina.

Il termine מוּסַר, musàr, è molto importante nella sapienza biblica. Può indicare educazione, disciplina, correzione, formazione. Non è solo punizione. È il processo attraverso cui l’uomo viene riportato su una via più giusta.

Anche qui, in sé, il tema è profondamente biblico. Molti testi sapienziali insegnano che Dio corregge, educa, forma. La vita umana può essere purificata anche attraverso passaggi dolorosi. Non tutto ciò che ferisce è privo di significato.

Ma nel libro di Giobbe il punto è proprio un altro: possiamo applicare automaticamente questa idea a ogni sofferenza? Possiamo dire a un uomo che ha perso i figli, la salute e la dignità: “Felice te, perché Dio ti sta correggendo”?

Qui la parola religiosa diventa rischiosa.

Elifaz dice: Dio ferisce e fascia, colpisce e guarisce. È una formula potente, equilibrata, poetica. Mostra un Dio che non distrugge per distruggere, ma ferisce solo per guarire. Tuttavia, davanti a Giobbe, questa frase rischia di trasformare il suo dolore in una lezione morale.

Il lettore sa che Giobbe non è stato colpito perché Dio doveva correggerlo. Il prologo lo ha presentato come integro e retto. Perciò la frase di Elifaz, pur bella, non basta. Anzi, nel contesto suona ingiusta.

Il grande problema non è credere che Dio possa educare attraverso la vita. Il problema è presumere di sapere sempre quando e perché Dio lo stia facendo.


🛡️ Da sei tribolazioni, anzi da sette: la promessa di protezione totale – (Gb 5,19-23)

בְּשֵׁשׁ צָרוֹת יַצִּילֶךָּ וּבְשֶׁבַע לֹא־יִגַּע בְּךָ רָע׃

Beshèsh tsaròt yatstsilèkha, uvèshèva‘ lo-yiggà‘ bekhà rà‘.

“Da sei tribolazioni ti libererà, e nella settima non ti toccherà il male.” (Gb 5,19)

Elifaz continua con una promessa ampia: Dio libererà Giobbe da sei tribolazioni e nella settima non lo toccherà il male.

La formula “sei… sette” è una forma poetica per indicare pienezza. Non significa che Elifaz stia contando matematicamente sette prove precise. Vuole dire: Dio ti libererà completamente, in ogni situazione estrema.

Seguono esempi concreti: carestia, morte, guerra, spada, flagello della lingua, devastazione, fame, bestie selvatiche.

Uno dei versetti più suggestivi è Gb 5,23:

כִּי עִם־אַבְנֵי הַשָּׂדֶה בְרִיתֶךָ וְחַיַּת הַשָּׂדֶה הָשְׁלְמָה־לָךְ׃

Ki ‘im-avnè hassadèh beritèkha, wechayyàt hassadèh hashlemàh-lakh.

“Poiché con le pietre del campo sarà il tuo patto, e la bestia del campo sarà in pace con te.”

L’immagine è bellissima: un mondo riconciliato. Le pietre non feriscono, gli animali selvatici non minacciano, la natura non è ostile. È quasi una visione di armonia cosmica.

Ma anche qui il lettore sente una tensione fortissima. Elifaz promette a Giobbe una protezione totale proprio mentre Giobbe è l’uomo che ha sperimentato la totale esposizione al male. La sua tenda è stata devastata. I suoi figli sono morti. Il suo corpo è ferito. La “siepe” di protezione, ricordata dall’accusatore nel capitolo 1, non gli appare più come garanzia.

Elifaz parla come se il mondo fosse ancora perfettamente leggibile: se ti affidi a Dio, tutto tornerà al suo posto. Ma Giobbe è dentro una crisi che mette in discussione proprio questa lettura.


🌾 Tenda, figli, vecchiaia: il ritorno alla prosperità – (Gb 5,24-27)

וְיָדַעְתָּ כִּי־שָׁלוֹם אָהֳלֶךָ וּפָקַדְתָּ נָוְךָ וְלֹא תֶחֱטָא׃

Weyadà‘ta ki-shalòm ’oholèkha, ufàqadta navekhà welò techetà.

“E saprai che la tua tenda è in pace; visiterai la tua dimora e non mancherai.” (Gb 5,24)

La parte finale del discorso è costruita come una grande promessa di restaurazione.

Elifaz immagina per Giobbe una tenda di nuovo in pace, una proprietà visitata senza delusione, una discendenza numerosa, una vecchiaia piena, una morte giunta al momento opportuno, come un covone raccolto nella sua stagione.

Il versetto 25 dice:

וְיָדַעְתָּ כִּי־רַב זַרְעֶךָ וְצֶאֱצָאֶיךָ כְּעֵשֶׂב הָאָרֶץ׃

Weyadà‘ta ki-ràv zar‘èkha, wetse’etsa’èkha ke‘èsev ha’àrets.

“E saprai che numerosa sarà la tua discendenza, e i tuoi rampolli come l’erba della terra.”

Questa frase, detta a Giobbe, è quasi insostenibile. Perché Giobbe ha appena perso i figli. Promettergli una nuova discendenza può sembrare consolante, ma può anche suonare terribilmente inadeguato. I figli perduti non sono numeri da sostituire. La ferita di un padre non si risolve con un calcolo di compensazione.

Elifaz conclude:

הִנֵּה־זֹאת חֲקַרְנוּהָ כֶּן־הִיא שְׁמָעֶנָּה וְאַתָּה דַע־לָךְ׃

Hinnèh-zòt chaqarnùha, ken-hì; shema‘ènna we’attàh da‘-làkh.

“Ecco, questo l’abbiamo investigato: è così. Ascoltalo e sappilo per te.” (Gb 5,27)

Il finale di Gb 5,27 è molto netto: Elifaz presenta il suo discorso come il risultato di un’indagine sicura, usando il verbo חקר, “investigare, ricercare”.

Qui emerge il punto più problematico. Elifaz non dice: “Forse”. Non dice: “Io provo a comprendere”. Dice: “L’abbiamo indagato: è così”.

È il linguaggio della certezza. Ma il libro di Giobbe sta proprio smontando le certezze troppo rapide sul dolore innocente.


📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 1–20, Word Biblical Commentary 17, Dallas: Word Books, 1989.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press / Westminster John Knox Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.

Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.

Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.

Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1907.

Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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