La fine dei tempi e la fine del mondo

    Dopo l’esilio in Babilonia, sembrava che mai nessun altro evento avesse più potuto turbare altrettanto gli ebrei. Invece, trecentocinquanta anni dopo, l’avvento del re Antioco IV Epifane smentì tragicamente quella ingenua aspettativa. Alla morte di Alessandro Magno, infatti, l’immenso impero conquistato dal grande e insuperato condottiero fu spartito fra i suoi generali. Uno di questi, Seleuco, ricevette il dominio sulla Siria e sulla Persia, diventando così il fondatore della dinastia che deve a lui il suo nome: i Seleucidi. Il programma politico dei successori di Alessandro Magno prevedeva l’introduzione della cultura e delle tradizioni elleniche nei Paesi conquistati, compresa la Palestina. Prevedibilmente, questo processo di ellenizzazione doveva prima o poi incontrare la resistenza di coloro che invece volevano restare fedeli alle tradizioni trasmesse dai padri.

    Ciò accadde quando salì al trono seleucide il crudele Antioco IV Epifane, il quale impose a forza l’introduzione delle usanze religiose greche tra i giudei. Il punto culminante di questa politica fu raggiunta nel 167 a.C., quando il re fece erigere un altare a Zeus all’interno del Tempio di Gerusalemme. Di questa fase storica parla il libro di Daniele. Il profeta dal nome ebraico che significa “Dio è il mio giudice”, visse quando era veramente in gioco la sopravvivenza del popolo ebraico. In una tale situazione, i più devoti vedevano intorno a sé null’altro che desolazione e di certo non si aspettavano che le cose potessero cambiare così in fretta. Le speranze furono riposte unicamente in Dio che sarebbe intervenuto nella storia ed avrebbe comunque realizzato il suo progetto, nonostante le apparenze contrarie. Ma come? La Bibbia offre varie testimonianze dell’intervento divino in periodi critici, per assicurare la sua presenza in mezzo a coloro che credono in lui. Episodi come l’apparizione al roveto ardente (Esodo 3), i misteriosi carri di fuoco che circondavano Eliseo e il suo servo (2 Re 6), oppure ancora la visione di Ezechiele, sono tutti fenomeni che rimandano ad un piano diverso e superiore che non manca di attestare la sua effettiva presenza nella storia.

    Proprio nel libro di Daniele, troviamo una manifestazione spettacolare di questa misteriosa presenza (capitolo 5). Il re Baltassar aveva dato un grande banchetto per i dignitari di corte, festeggiando e usando le suppellettili che erano state rubate dal Tempio di Gerusalemme, distrutto nel 586 a.C. da suo padre Nabucodonosor. A un certo punto, durante la festa, appare una misteriosa mano che con un dito traccia sul muro tre parole: mene, tekel, peres. Il re muore di paura e chiama tutti i suoi maghi e indovini perché gli spieghino il senso di questo sinistro presagio. Non trovando alcuna risposta, la regina lo informa che un giovane di nome Daniele sarebbe in grado di decifrare quelle parole. Il profeta giunge così a corte e rimprovera solennemente il re di essersi abbandonato all’idolatria e di aver profanato gli oggetti sacri del Tempio di Gerusalemme. Poi gli spiega le tre parole:

    Da lui fu allora mandata quella mano che ha tracciato quello scritto, di cui questa è la lettura: mene, tekel, peres, e questa ne è l’interpretazione: Mene: Dio ha contato i giorni del tuo regno e ne ha indicato il limite. Tekel: tu sei stato pesato sulle bilance e ti manca peso. Peres: il tuo regno è diviso e dato ai Medi e ai Persiani (Daniele 5,24-28)

    Si tratterebbe di tre monete indicanti delle unità di misura: la mina (dall’ebr. mny, “contare”, “computare”), lo teqel/sheqel (shaqàl/taqàl, “pesare”), il peres (dalla radice prs, “dividere”). La prima equivale a circa 600 grammi, il secondo a circa 10, il terzo alla metà di 10 grammi. Si tratterebbe perciò di una sequenza che designa una serie costituita da elementi sempre meno pesanti o preziosi. Potrebbe allora alludere ai tre re di cui parla il capitolo 5: Nabucodonosor (600 grammi), Nabonido (10 grammi) e Baltassar (5 grammi). Un regno che con Baltassar è diventato così inconsistente e fragile che ben presto sarà sopraffatto da quello persiano. Si noti, infatti, l’assonanza tra peres e Persia.

    Non sorprende che un testo così evocativo abbia stimolato l’immaginazione dei massimi personaggi della Chiesa. San Girolamo, per esempio, sosteneva che il brano di Daniele preannunciasse la futura caduta del regno dell’Anticristo e l’avvento del regno dei santi. La punizione di Baltassar – narrata subito dopo (cfr. Daniele, 5,30) – annuncerebbe la distruzione del regno di Babilonia la Grande (Apocalisse, 18,2-3). Secondo San Ruperto di Deutz, uno dei più grandi commentatori biblici medievali, la mano che scrisse le tre misteriose parole era quella di Cristo stesso o dell’angelo Gabriele.

    Non è affatto fuori luogo questo accostamento tra il libro di Daniele e l’Apocalisse. Per capirne il motivo dobbiamo penetrare il misterioso linguaggio del profeta: i nomi dei re che egli menziona nascondono il personaggio storico preso di mira, ovvero il terribile Antioco IV Epifane.

    Impose con la forza l’introduzione dei costumi ed esanze greche tra gli ebrei, intimando loro di abbandonare la propria religione per darsi ad ogni forma di ingiustizia ed immoralità. In ciò, fu aiutato da alcuni giudei che favorirono i progetti del re persuadendo i loro correligionari a confondersi con le altre nazioni, rinunciando così alla propria identità (cfr. 1 Maccabei 1,1-15; 1,4-5,3).

    Daniele non solo non accettò questa imposizione, ma comprese quanto accadeva intorno a lui alla luce del mistero, un termine che compare per la prima volta nella Bibbia proprio nel suo libro (cfr. 2,18-19). Comprese le vicende del re Antioco come una nuova fase storica caratterizzata da un potere culturale e politico che si erge su tutto e su tutti, sostituendosi a qualsiasi realtà trascendente (cfr. 11,36-39). Una nuova fase, perché nel libro della Genesi vi furono ben tre tentativi di questo genere, entrambi sfociati nella distruzione del mondo umano dei senza Dio (cfr. Genesi, capitoli 1-6 e 11). In Daniele, però, s’intravede per la prima volta un progetto misterioso e superiore che comprende il periodo di Antioco, lo travalica e annuncia qualcosa che avverrà nel «tempo della fine» (cfr. Daniele 12). In ebraico è ‘ets qets è può tradursi anche con la «fine dei tempi» (cfr. Siracide 48,25; 1 Corinzi 10,11; Giuda 18). In questo caso, tuttavia, si tratta di un preciso periodo storico – che l’espressione “tempo della fine” rende molto bene – in cui continuerà a manifestarsi il progetto del mondo del male, prefigurato nella Genesi e nuovamente manifestatosi con Antioco iv. Ma il vero e proprio «tempo della fine» inizierà – secondo la Bibbia – con la nascita di Gesù, nel 6 a.C. (cfr. 1 Corinzi 10,11). Forse è meglio dire che da quel momento ha inizio l’ultimo periodo del Tempo della fine che abbraccia anche la storia della Chiesa e del mondo attuale. Da quel momento, il sistema culturale e politico che Antioco simbolicamente rappresenta continuerà a manifestarsi e a trovare alleati, anche all’interno di quello spazio sacro che è l’immagine più eloquente del cosmo, la Chiesa Cattolica: «Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno secondo le loro empie passioni» (Giuda, 18).

    Tornando alla narrazione, Daniele riceverà l’ordine di sigillare le sue parole profetiche (cfr. Daniele 12,4). Questo libro sigillato sarà aperto solo centinaia di anni dopo, costituendo la rivelazione definitiva di ciò che dovrà ancora accadere, prima della fine del mondo. (Tratto dal mio libro I grandi misteri irrisolti della Chiesa, Newton Compton 2012)

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