📖 Se il dolore diventa il destino del malvagio – (Giobbe 18)

17 Giugno 2026


🗣️ Bildad non ascolta più: accusa Giobbe di parlare senza misura – Gb 18,1-4

וַיַּעַן בִּלְדַּד הַשֻּׁחִי וַיֹּאמַר׃
עַד־אָנָה תְּשִׂימוּן קִנְצֵי לְמִלִּין
תָּבִינוּ וְאַחַר נְדַבֵּר׃
מַדּוּעַ נֶחְשַׁבְנוּ כַבְּהֵמָה
נִטְמִינוּ בְּעֵינֵיכֶם׃
טֹרֵף נַפְשׁוֹ בְּאַפּוֹ
הַלְמַעַנְךָ תֵּעָזַב אָרֶץ
וְיֶעְתַּק־צוּר מִמְּקֹמוֹ׃

Wayya‘an Bildàd ha-Shuchì wayyòmar.
‘Ad-ànah tesimùn qintsè le-millìn?
Tavìnu we’achàr nedabbèr.
Maddùa‘ nechshàvnu khabbehèmàh?
Nitminù be‘enekhèm?
Torèf nafshò be’appò,
halema‘anekhà te‘azàv ’àrets,
weye‘ttaq-tsùr mimmeqomò?

“Bildad il Suchita prese a dire: Quando porrai fine alle tue chiacchiere? Rifletti bene e poi parleremo. Perché considerarci come bestie, ci fai passare per bruti ai tuoi occhi? Tu che ti rodi l’anima nel tuo furore, forse per causa tua sarà abbandonata la terra e le rupi si staccheranno dal loro posto?” (Gb 18,1-4)

Bildad comincia con un rimprovero.

Non entra nel dolore di Giobbe. Non considera il suo grido. Non si chiede perché un uomo così devastato continui a protestare. Si sente offeso. Interpreta le parole di Giobbe come un attacco agli amici: “Perché considerarci come bestie?” (Gb 18,3).

Il centro non è più la sofferenza di Giobbe, ma l’onore ferito dei consolatori.

Questo è un passaggio molto importante. Quando chi dovrebbe consolare si sente messo in discussione, può smettere di ascoltare il dolore dell’altro e cominciare a difendere se stesso. Bildad fa proprio questo: invece di chiedersi se le sue parole abbiano ferito, accusa Giobbe di essere furioso, irragionevole, distruttivo.

Poi usa un’immagine molto forte: Giobbe sarebbe uno che “si rode l’anima nel suo furore” (Gb 18,4). Ai suoi occhi, la protesta di Giobbe non nasce da una sofferenza innocente, ma da una rabbia che consuma l’uomo dall’interno.

La domanda successiva è sarcastica: forse per causa tua sarà abbandonata la terra? Forse le rupi si sposteranno dal loro posto? (Gb 18,4).

Bildad vuole ridimensionare Giobbe. È come se gli dicesse: il mondo non cambierà perché tu soffri; l’ordine naturale della realtà non verrà sospeso per il tuo caso.

Ma proprio qui sta il problema: Bildad difende l’ordine, ma non sa più ascoltare l’eccezione. Difende una struttura teologica, ma non vede l’uomo reale seduto davanti a lui.


🕯️ La luce del malvagio si spegne – Gb 18,5-7

גַּם אוֹר רְשָׁעִים יִדְעָךְ
וְלֹא־יִגַּהּ שְׁבִיב אִשּׁוֹ׃
אוֹר חָשַׁךְ בְּאָהֳלוֹ
וְנֵרוֹ עָלָיו יִדְעָךְ׃
יֵצְרוּ צַעֲדֵי אוֹנוֹ
וְתַשְׁלִיכֵהוּ עֲצָתוֹ׃

Gam ’or resha‘ìm yid‘àkh,
welo-yiggàh shevìv ’ishò.
’Or chashàkh be’oholò,
wenerò ‘alàw yid‘àkh.
Yetsrù tsa‘adè ’onò,
wetashlikhèhu ‘atsatò.

“Certamente la luce del malvagio si spegnerà e più non brillerà la fiamma del suo focolare. La luce si offuscherà nella sua tenda e la lucerna si estinguerà sopra di lui. Il suo energico passo s’accorcerà e i suoi progetti lo faranno precipitare.” (Gb 18,5-7)

L’immagine dominante è la luce. La luce del malvagio si spegne, la fiamma non brilla, la lucerna si estingue nella sua tenda (Gb 18,5-6). Bildad passa subito al destino del malvagio.

Nel mondo antico la luce nella tenda è molto più di un dettaglio domestico. È segno di vita, famiglia, sicurezza, continuità. Una tenda illuminata è una casa abitata. Una lucerna accesa indica che la vita continua. Quando la lampada si spegne, non si spegne solo una stanza: si spegne una storia.

Il problema è che Giobbe ha già sperimentato qualcosa di simile. La sua casa è stata devastata. I suoi figli sono morti (Gb 1,18-19). Il suo corpo è stato colpito (Gb 2,7). La sua dignità è oscurata. Quando Bildad parla della luce che si spegne nella tenda del malvagio, Giobbe non può non sentire l’allusione.

Poi Bildad dice che i passi del malvagio si accorciano e i suoi progetti lo fanno precipitare (Gb 18,7). L’uomo che sembrava camminare con forza perde slancio. Il suo stesso piano diventa causa della sua rovina.

In astratto, il principio sapienziale è comprensibile: il male porta in sé una forza autodistruttiva. Ma davanti a Giobbe questa verità diventa spietata, perché trasforma la sua rovina in prova di colpa.

Bildad non dice: “La tua luce si è spenta, ma forse il mistero è più grande”. Dice, in sostanza: “La luce del malvagio si spegne”. Ed è difficile non capire il sottinteso.


🪤 Reti, lacci e trappole: il malvagio catturato dai suoi passi – Gb 18,8-10

כִּי־שֻׁלַּח בְּרֶשֶׁת בְּרַגְלָיו
וְעַל־שְׂבָכָה יִתְהַלָּךְ׃
יֹאחֵז בְּעָקֵב פָּח
יַחֲזֵק עָלָיו צַמִּים׃
טָמוּן בָּאָרֶץ חַבְלוֹ
וּמַלְכֻּדְתּוֹ עֲלֵי נָתִיב׃

Ki-shullàch berèshet beraglav,
we‘al-sevakhàh yithallàkh.
Yo’chèz be‘aqèv pach,
yachazèq ‘alàw tsammìm.
Tamùn ba’àrets chavlò,
umalkudtò ‘alè natìv.

“Poiché incapperà in una rete con i suoi piedi e sopra un tranello camminerà. Un laccio l’afferrerà per il calcagno, un nodo scorsoio lo stringerà. Gli è nascosta per terra una fune e gli è tesa una trappola sul sentiero.” (Gb 18,8-10)

L’immagine cambia: dalla luce che si spegne alla trappola che cattura.

Bildad accumula parole di cattura: rete, tranello, laccio, nodo scorsoio, fune, trappola. Il malvagio appare come un animale braccato, preso proprio mentre cammina.

È interessante che poco prima Bildad si fosse lamentato di essere considerato come una bestia (Gb 18,3). Ora, però, descrive il malvagio proprio con immagini di caccia. Questo rivela una tensione: Bildad non vuole essere trattato come un animale, ma non esita a rappresentare il malvagio come una preda intrappolata.

Il punto teologico è chiaro: secondo Bildad, il malvagio viene catturato dai propri passi. Non serve nemmeno che qualcuno lo insegua dall’esterno: il suo stesso cammino lo conduce alla rete. La sua vita è disseminata di trappole perché il male prepara da sé la propria caduta.

Ancora una volta, il principio può essere vero in generale. Chi costruisce la vita sulla menzogna, sulla violenza e sull’ingiustizia finisce spesso imprigionato proprio da ciò che ha costruito.

Ma Giobbe non è un violento intrappolato dai suoi crimini. È l’uomo che ha chiesto verità, che ha dichiarato di non avere violenza nelle mani e di avere una preghiera pura (Gb 16,17). Applicare a lui l’immagine della trappola significa trasformare la sua sofferenza in un verdetto.

Bildad pensa di descrivere la giustizia. In realtà sta stringendo ancora di più il laccio intorno al collo di un uomo già soffocato.


😨 I terrori e il “primogenito della morte” – Gb 18,11-14

סָבִיב בִּעֲתֻהוּ בַלָּהוֹת
וֶהֱפִיצֻהוּ לְרַגְלָיו׃
יְהִי־רָעֵב אֹנוֹ
וְאֵיד נָכוֹן לְצַלְעוֹ׃
יֹאכַל בַּדֵּי עוֹרוֹ
יֹאכַל בַּדָּיו בְּכוֹר מָוֶת׃
יִנָּתֵק מֵאָהֳלוֹ מִבְטַחוֹ
וְתַצְעִדֵהוּ לְמֶלֶךְ בַּלָּהוֹת׃

Savìv bi‘atùhu ballahòt,
wehefìtsuhu leraglav.
Yehì-ra‘èv ’onò,
we’èd nakhòn letsal‘ò.
Yo’khal baddè ‘orò,
yo’khal baddàv bekhòr màwet.
Yinnatèq me’oholò mivtachò,
wetats‘idèhu le-mèlekh ballahòt.

“Lo spaventano da tutte le parti terrori e lo inseguono alle calcagna. Diventerà carestia la sua opulenza e la rovina è lì in piedi al suo fianco. Un malanno divorerà la sua pelle, roderà le sue membra il primogenito della morte. Sarà tolto dalla tenda in cui fidava, per essere trascinato al re dei terrori.” (Gb 18,11-14)

Questa è la sezione più cupa del capitolo.

I terrori assalgono il malvagio da ogni lato (Gb 18,11). Non sono semplici paure interiori: sembrano forze personificate, quasi creature che inseguono. L’uomo non è più padrone del proprio spazio. Ovunque si volti, trova minaccia.

Poi Bildad parla della rovina che sta al suo fianco (Gb 18,12). È come se il disastro fosse già presente, in piedi accanto a lui, pronto a colpire.

Il versetto 13 è particolarmente importante: “Un malanno divorerà la sua pelle, roderà le sue membra il primogenito della morte” (Gb 18,13).

Qui il discorso tocca direttamente Giobbe. Egli è stato colpito da una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla sommità del capo (Gb 2,7). Ha parlato della propria pelle e della propria carne come realtà corrose, disfatte, consumate (Gb 7,5; Gb 16,15-16). Perciò, quando Bildad descrive il malvagio come uno la cui pelle viene divorata, il riferimento implicito è terribile.

Bildad sta suggerendo che la malattia di Giobbe sia il segno visibile del destino dell’empio.

L’espressione “primogenito della morte” è volutamente minacciosa. Il primogenito è il primo, il principale, il più rappresentativo. Il “primogenito della morte” può indicare una forma particolarmente potente e devastante di morte, forse una malattia che anticipa il sepolcro mentre l’uomo è ancora vivo.

Poi il malvagio viene strappato dalla tenda in cui confidava e trascinato al “re dei terrori” (Gb 18,14). L’immagine è quasi regale: la morte appare come un sovrano oscuro, davanti al quale il malvagio viene condotto.

È una poesia impressionante, ma nel dialogo diventa una lama. Perché Giobbe non sta ascoltando una riflessione neutra sulla morte: sta ascoltando una descrizione che sembra leggere il suo corpo malato come prova della sua colpa.


🏚️ La tenda maledetta: zolfo, radici secche e rami tagliati – Gb 18,15-16

תִּשְׁכּוֹן בְּאָהֳלוֹ מִבְּלִי־לוֹ
יְזֹרֶה עַל־נָוֵהוּ גָפְרִית׃
מִתַּחַת שָׁרָשָׁיו יִבָשׁוּ
וּמִמַּעַל יִמַּל קְצִירוֹ׃

Tishkòn be’oholò mibbelì-lo,
yezorèh ‘al-navèhu gofrìt.
Mittàchat sharashàv yivàshu,
umimmà‘al yimmàl qetsirò.

“Potresti abitare nella tenda che non è più sua; sulla sua dimora si spargerà zolfo. Al di sotto, le sue radici si seccheranno, sopra, saranno tagliati i suoi rami.” (Gb 18,15-16)

Bildad passa dalla persona alla casa. La tenda del malvagio non è più sua (Gb 18,15). Il luogo della sicurezza diventa luogo estraneo. La dimora viene cosparsa di zolfo, immagine di giudizio, rovina, sterilità e distruzione.

Lo zolfo richiama scenari biblici di devastazione radicale, come la distruzione di Sodoma e Gomorra (Gen 19,24). Non è una semplice rovina materiale: è una rovina che porta il segno del giudizio.

Poi Bildad usa un’immagine vegetale: sotto, le radici si seccano; sopra, i rami vengono tagliati (Gb 18,16). È una distruzione totale. Le radici indicano origine, stabilità, continuità nascosta. I rami indicano futuro, crescita, discendenza visibile. Se si seccano le radici e si tagliano i rami, non resta nulla.

Anche qui il collegamento con Giobbe è doloroso. Giobbe ha perso la casa, i figli, la continuità familiare. In Giobbe 14 aveva guardato l’albero e aveva detto che per l’albero c’è speranza: anche se tagliato, può germogliare di nuovo al sentore dell’acqua (Gb 14,7-9). Bildad, invece, descrive l’albero del malvagio come definitivamente secco.

È come se rispondesse alla fragile speranza di Giobbe con una sentenza: per l’empio non c’è germoglio. Ma il dramma è proprio questo: Giobbe non è l’empio che Bildad descrive. Il suo albero è stato colpito, ma Bildad pretende di spiegarne la rovina senza conoscere davvero il mistero che la abita.


🕳️ Senza memoria, senza nome, senza discendenza – Gb 18,17-19

זִכְרוֹ אָבַד מִנִּי־אָרֶץ
וְלֹא־שֵׁם לוֹ עַל־פְּנֵי־חוּץ׃
יֶהְדְּפֻהוּ מֵאוֹר אֶל־חֹשֶׁךְ
וּמִתֵּבֵל יְנִדֻּהוּ׃
לֹא נִין לוֹ וְלֹא־נֶכֶד בְּעַמּוֹ
וְאֵין שָׂרִיד בִּמְגוּרָיו׃

Zikhrò ’avàd minnì-’àrets,
welo-shem lo ‘al-penè-chùts.
Yehdefùhu me’or ’el-chòshekh,
umittèvel yenidùhu.
Lo nìn lo welo-nèkhed be‘ammò,
we’en sarìd bimeguràv.

“Il suo ricordo sparirà dalla terra e il suo nome più non si udrà per la contrada. Lo getteranno dalla luce nel buio e dal mondo lo stermineranno. Non famiglia, non discendenza avrà nel suo popolo, non superstiti nei luoghi della sua dimora.” (Gb 18,17-19)

Qui Bildad tocca uno dei punti più sensibili del mondo antico: la memoria.

Il malvagio non solo muore. Il suo ricordo sparisce dalla terra. Il suo nome non viene più pronunciato (Gb 18,17). Nella mentalità biblica, il nome non è un’etichetta: è presenza, identità, continuità. Perdere il nome significa essere cancellati dalla memoria dei vivi.

Poi il malvagio viene gettato dalla luce al buio (Gb 18,18). Torna il contrasto iniziale: luce e tenebra. Ma ora non si tratta soltanto della lampada nella tenda. È un’espulsione cosmica: dalla luce del mondo verso l’oscurità della morte.

Il colpo più duro arriva al v. 19: “Non famiglia, non discendenza avrà nel suo popolo, non superstiti nei luoghi della sua dimora” (Gb 18,19).

Questa frase, detta davanti a Giobbe, è quasi insopportabile. Giobbe ha perso i figli (Gb 1,18-19). Ha già sperimentato la frattura della discendenza. Per Bildad, l’assenza di discendenza è parte del destino del malvagio. Ma per il lettore, che conosce il prologo, questa applicazione è ingiusta.

Qui appare il volto più crudele della teologia degli amici: prendono proprio le ferite di Giobbe e le trasformano in prove contro di lui.

La perdita dei figli diventa indizio di empietà.
La rovina della casa diventa segno di giudizio.
La malattia della pelle diventa marchio del malvagio.
L’oscurità interiore diventa prova che la sua luce si è spenta per colpa sua.

Giobbe 18 mostra così quanto possa essere pericolosa una lettura religiosa superficiale degli eventi.


🌍 La sorte di chi non conosce Dio – Gb 18,20-21

עַל־יוֹמוֹ נָשַׁמּוּ אַחֲרֹנִים
וְקַדְמֹנִים אָחֲזוּ שָׂעַר׃
אַךְ־אֵלֶּה מִשְׁכְּנוֹת עַוָּל
וְזֶה מְקוֹם לֹא־יָדַע־אֵל׃

‘Al-yomò nashammù ’acharonìm,
weqadmonìm ’achazù sà‘ar.
’Akh-’èlleh mishkenòt ‘awwàl,
wezeh meqòm lo-yadà‘-’El.

“Della sua fine stupirà l’occidente e l’oriente ne prenderà orrore. Ecco qual è la sorte dell’iniquo: questa è la dimora di chi misconosce Dio.” (Gb 18,20-21)

Il discorso termina con una formula conclusiva. La fine del malvagio provoca stupore e orrore da occidente a oriente (Gb 18,20). L’intero mondo resta colpito dalla sua rovina. Bildad vuole mostrare che il destino dell’empio è così evidente da diventare lezione pubblica.

Poi conclude: “Ecco qual è la sorte dell’iniquo: questa è la dimora di chi misconosce Dio” (Gb 18,21).

La frase è solenne e terribile. Tutto ciò che è stato descritto — luce spenta, trappole, terrori, malattia, tenda devastata, radici secche, nome cancellato, discendenza distrutta — viene riassunto come destino di chi non conosce Dio.

Ancora una volta, il problema non è l’affermazione generale. La Bibbia conosce davvero la possibilità di una vita che rifiuta Dio e si consuma nella propria ingiustizia. Il problema è l’uso che Bildad ne fa nel contesto.

Giobbe non è un uomo che “non conosce Dio”. Anzi, tutta la sua lotta nasce proprio dal fatto che egli conosce Dio, lo cerca, lo invoca, lo chiama in giudizio, gli chiede di rispondere. La sua protesta non è indifferenza religiosa. È fede ferita.

Bildad scambia il grido della fede ferita per ignoranza di Dio. Ed è qui che il libro diventa di una profondità straordinaria: a volte chi sembra parlare contro Dio può essere più vicino a lui di chi pretende di difenderlo senza ascoltare l’uomo.


📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 1–20, Word Biblical Commentary 17, Dallas: Word Books, 1989.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press / Westminster John Knox Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.

Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.

Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.

Kathryn M. Schifferdecker, Out of the Whirlwind: Creation Theology in the Book of Job, Harvard Theological Studies 61, Cambridge, MA: Harvard Divinity School / Harvard University Press, 2008.

Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906; edizione elettronica enhanced Logos, 2000.

Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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