👥 Personaggi principali
אֱלִיפַז הַתֵּימָנִי – ’Elifàz ha-Temanì – Elifaz il Temanita
Il nome ebraico è אֱלִיפַז, ’Elifàz. L’etimologia non è del tutto sicura. Può essere collegata a un significato come “il mio Dio è oro/finezza” oppure “Dio è forza”, ma occorre prudenza.
È chiamato הַתֵּימָנִי, ha-Temanì, “il Temanita”. Teman è tradizionalmente associata all’area edomita e alla sapienza orientale. Elifaz, dunque, entra in scena come un uomo sapiente, autorevole, capace di parlare a partire da esperienza, tradizione e osservazione.
Nel libro, egli è il primo amico a parlare. Questo gli dà un ruolo importante: è lui ad aprire la grande discussione sulla sofferenza di Giobbe.
אֱלוֹהַּ – ’Elòah – Dio
In Giobbe 4 compare il nome אֱלוֹהַּ, ’Elòah, una forma poetica per indicare Dio. È il singolare del plurale ‘elohim.
🗣️ Elifaz rompe il silenzio (Gb 4,1-6)
הֲלֹא יִרְאָתְךָ כִּסְלָתֶךָ תִּקְוָתְךָ וְתֹם דְּרָכֶיךָ׃
Halo’ yir’atkhà kislàtekha, tiqvatkhà wetòm derakhèkha?
“Non è forse il tuo timore la tua fiducia, la tua speranza l’integrità delle tue vie?” (Gb 4,6)
Elifaz comincia con cautela. Non si lancia subito in un’accusa diretta. La sua prima frase è quasi una richiesta di permesso: “Se uno prova a dirti una parola, ti stancherai? Ma chi può trattenersi dal parlare?”. Il testo ebraico di Gb 4,2 contiene questa tensione: Elifaz sa che parlare a un uomo devastato può essere pesante, ma sente di non riuscire a tacere.
Qui nasce il problema. Gli amici di Giobbe erano stati grandissimi quando avevano taciuto. Il loro silenzio, alla fine del capitolo 2, era una vera forma di compassione. Ma ora Elifaz non riesce più a restare accanto senza spiegare.
All’inizio, però, le sue parole sembrano positive. Ricorda a Giobbe il bene che ha fatto: ha istruito molti, ha rafforzato mani deboli, ha sostenuto chi vacillava, ha reso salde ginocchia piegate. Elifaz riconosce che Giobbe non è un uomo qualunque. È stato guida, consolatore, maestro.
Ma subito dopo introduce una svolta: “Ora questo viene su di te e ti stanchi; ti tocca e ti turbi”. In altre parole: Giobbe sapeva consolare gli altri, ma ora che la prova ha raggiunto lui, vacilla.
È una frase umanamente comprensibile, ma anche molto delicata. Elifaz non sembra capire che consolare gli altri e trovarsi dentro il proprio dolore non sono la stessa cosa. Chi ha parole per gli altri può non averne più per sé. Chi ha sostenuto molti può crollare quando la ferita entra nella propria carne.
Il versetto 6 è centrale. Elifaz sembra voler dire: “La tua pietà, il tuo timore di Dio, la tua integrità dovrebbero essere la tua fiducia”. In sé, la frase può sembrare vera. Ma nel contesto diventa problematica, perché prepara una logica: se Giobbe è davvero integro, deve reggere; se non regge, forse la sua integrità non era così solida.
Elifaz parte da un dato vero — Giobbe è stato un uomo giusto — ma lo trasforma lentamente in un criterio per giudicare la sua reazione al dolore.
⚖️ La dottrina della retribuzione: chi è innocente non perisce? (Gb 4,7-11)
זְכָר־נָא מִי הוּא נָקִי אָבָד וְאֵיפֹה יְשָׁרִים נִכְחָדוּ׃
Zekhar-nà: mi hù naqì ’avàd? We’efòh yesharìm nikhchadù?
“Ricorda, ti prego: chi mai, innocente, è perito? E dove mai i retti sono stati distrutti?” (Gb 4,7)
כַּאֲשֶׁר רָאִיתִי חֹרְשֵׁי אָוֶן וְזֹרְעֵי עָמָל יִקְצְרֻהוּ׃
Ka’ashèr ra’ìti, choršè ’àwen wezòr‘è ‘amàl yiqtserùhu.
“Secondo quanto ho visto, quelli che arano iniquità e seminano affanno lo mietono.” (Gb 3,8)
Qui il discorso di Elifaz diventa più chiaro. Egli espone una convinzione tipica della sapienza tradizionale: il mondo è moralmente ordinato. Il giusto, alla fine, non viene distrutto; il malvagio, invece, raccoglie ciò che ha seminato.
Questa idea non è falsa in assoluto. Molti testi biblici affermano che le azioni hanno conseguenze. Chi semina violenza raccoglie rovina. Chi costruisce sull’ingiustizia prima o poi ne porta il peso. La Bibbia prende molto sul serio la responsabilità morale dell’uomo.
Il problema è che Elifaz applica questa verità in modo meccanico al caso di Giobbe.
Egli ragiona così: se l’innocente non perisce e Giobbe è stato travolto, allora Giobbe non può essere davvero innocente. La sua sofferenza, in qualche modo, deve essere collegata a una colpa.
Ma il lettore sa che questa conclusione è sbagliata. I capitoli 1–2 hanno insistito proprio sull’innocenza di Giobbe. Il Signore stesso lo ha definito integro e retto. Dunque Elifaz non sta dicendo una cosa completamente assurda; sta usando una verità parziale come se fosse una legge assoluta.
Questa è una delle grandi lezioni del libro di Giobbe: una frase religiosa può essere vera in generale e crudele nel momento concreto.
Elifaz continua con immagini forti: il soffio di Dio distrugge i malvagi; i leoni, pur forti, finiscono senza preda; i figli della leonessa sono dispersi. Il leone, simbolo di forza, diventa figura di una potenza che sembra invincibile ma viene spezzata.
Il messaggio implicito è chiaro: nessuna forza umana può resistere al giudizio divino.
Ma applicato a Giobbe, tutto questo suona come un’accusa non detta. Elifaz non dice ancora: “Tu sei colpevole”. Ma sta già costruendo la cornice dentro cui Giobbe dovrebbe riconoscersi colpevole.
🌙 3La parola rubata nella notte – (Gb 4,12-16)
וְאֵלַי דָּבָר יְגֻנָּב וַתִּקַּח אָזְנִי שֵׁמֶץ מֶנְהוּ׃
We’elày davàr yegunnàv, wattiqqàch ’oznì shèmets menhù.
“E a me una parola fu portata di nascosto, e il mio orecchio ne colse un sussurro.”
Elifaz non si limita a parlare per esperienza. A un certo punto introduce una visione notturna. Questo rende il suo discorso più solenne: non sta dicendo solo “io penso”, ma “ho ricevuto una parola”.
La scena è inquietante. Non è una visione limpida, luminosa, ordinata. È notturna, ambigua, tremenda.
Elifaz dice che una parola gli è stata quasi “rubata”, portata di nascosto. Il suo orecchio ne ha ricevuto appena un frammento, un sussurro. La rivelazione non arriva come un discorso pieno, ma come qualcosa di sfuggente, parziale, quasi clandestino.
Poi descrive il contesto:
בִּשְׂעִפִּים מֵחֶזְיֹנֹות לָיְלָה בִּנְפֹל תַּרְדֵּמָה עַל־אֲנָשִׁים׃
Bis‘ippìm mechez yonòt làylah, binpòl tardemàh ‘al-’anashìm.
“Tra pensieri inquieti, dalle visioni della notte, quando un sonno profondo cade sugli uomini.” (Gb 4,13)
Il versetto 13 colloca la visione di Elifaz nel tempo della תַּרְדֵּמָה, “sonno profondo”, che cade sugli uomini. (Vedi appendice)
La visione non produce pace. Produce paura. Elifaz parla di פַּחַד, pàchad, “terrore”, e רְעָדָה, re‘adàh, “tremore”. Dice che le sue ossa tremano. Un רוּחַ, rùach, passa davanti al suo volto e i peli del suo corpo si drizzano. I testi ebraici di Gb 4,14-15 insistono proprio sul terrore fisico della scena: paura, tremore, ossa scosse, spirito/soffio che passa davanti al volto.
Poi compare una forma indistinta:
יַעֲמֹד וְלֹא־אַכִּיר מַרְאֵהוּ תְּמוּנָה לְנֶגֶד עֵינָי דְּמָמָה וָקוֹל אֶשְׁמָע׃
Ya‘amòd welo’-akkìr mar’èhu; temunàh lenèged ‘enày; demamàh waqòl ’eshmà‘.
“Stava immobile, ma non riconoscevo il suo aspetto; una forma era davanti ai miei occhi; silenzio, e una voce udii.” (Gb 4,16)
Il testo di Gb 4,16 descrive una presenza percepita ma non identificata: una “forma” davanti agli occhi, silenzio e poi una voce.
Questa visione è strana perché non è chiaro chi parli davvero. Elifaz la presenta come una parola autorevole, ma il racconto non conferma esplicitamente che essa venga da Dio. Il lettore deve restare attento: nel libro di Giobbe, non ogni parola religiosa, non ogni visione, non ogni discorso solenne corrisponde automaticamente alla verità piena di Dio.
Elifaz sente una voce. Ma la domanda è: interpreta bene quella voce? E soprattutto: la applica bene al caso concreto di Giobbe?
🧍 Può l’uomo essere giusto davanti a Dio? – (Gb 4,17-21)
הַאֱנוֹשׁ מֵאֱלוֹהַּ יִצְדָּק אִם מֵעֹשֵׂהוּ יִטְהַר־גָּבֶר׃
Ha’enòsh me’Elòah yitsdàq? ’Im me‘osèhu yithàr-gàver?
“Può un mortale essere giusto davanti a Dio? Può un uomo essere puro davanti al suo Creatore?” (Gb 4,17)
Il contenuto della visione è una domanda teologica fondamentale: l’uomo può essere giusto davanti a Dio? Può essere puro davanti al suo Creatore?
Qui Elifaz tocca una verità profonda: nessun essere umano può mettersi davanti a Dio come se fosse assoluto, autosufficiente, impeccabile. L’uomo è fragile, limitato, esposto alla morte. Non è Dio. Il problema non è questa verità. Il problema è il modo in cui viene usata.
Elifaz la usa per ridimensionare Giobbe. È come se dicesse: “Non pretendere di essere innocente. Davanti a Dio nessuno può rivendicare purezza”. Ma il libro ha già detto qualcosa di più complesso: Giobbe non è Dio, certo; non è un essere perfetto in senso assoluto; ma la sua sofferenza non deriva da una colpa nascosta.
Qui sta la tensione: Elifaz confonde la fragilità universale dell’uomo con la colpevolezza concreta di Giobbe.
Il discorso prosegue con un paragone ancora più radicale: se Dio non si fida neppure dei suoi servi e attribuisce errore ai suoi angeli, quanto più fragili sono gli uomini che abitano “case di argilla”, fondate sulla polvere. In Gb 4,18-19 il testo ebraico mette in parallelo gli esseri celesti e gli uomini “che abitano case di argilla”, con fondamento nella polvere.
L’immagine delle “case di argilla” è fortissima. L’uomo stesso è come una dimora fragile, fatta di materia deperibile. La sua base è nella polvere. Basta poco per essere schiacciati.
Elifaz conclude con l’idea della morte rapida, quasi inosservata: dall’alba alla sera gli uomini possono essere spezzati; senza che nessuno se ne accorga, periscono per sempre. Alla fine, “muoiono senza sapienza”. I versetti finali del capitolo insistono sulla precarietà dell’uomo, sulla sua fine improvvisa e sulla perdita della sua “corda” o “eccellenza” interiore.
È una meditazione potente sulla fragilità umana. Ma pronunciata davanti a Giobbe, rischia di diventare una ferita in più.
Chi soffre non ha bisogno, prima di tutto, di sentirsi ricordare che è polvere. Lo sa già. Giobbe è seduto nella cenere. Il suo corpo piagato gli grida ogni istante che è fragile. La parola di Elifaz, pur teologicamente solenne, non raggiunge il punto più urgente: ascoltare l’uomo che soffre senza ridurlo a esempio di una teoria.
🌌 Appendice – La strana visione di Elifaz
La parte più misteriosa di Giobbe 4 è senza dubbio la visione notturna dei versetti 12-16.
Elifaz racconta di aver ricevuto una parola segreta, quasi rubata, nel cuore della notte. Non parla di una rivelazione chiara, solare, pubblica. Parla di un sussurro, di pensieri inquieti, di un sonno profondo, di paura, di tremore, di una presenza senza volto.
Il termine chiave è:
תַּרְדֵּמָה
tardemàh
“sonno profondo”
In Gb 4,13 la תַּרְדֵּמָה cade sugli uomini durante le visioni notturne.
1. תַּרְדֵּמָה in Genesi 2,21
Il parallelo più famoso è Genesi 2,21:
וַיַּפֵּל יְהוָה אֱלֹהִים תַּרְדֵּמָה עַל־הָאָדָם וַיִּישָׁן
Wayyappèl YHWH ’Elohìm tardemàh ‘al-ha’adàm, wayyishàn.
“E il Signore Dio fece cadere un sonno profondo sull’uomo, ed egli dormì.”
In Genesi 2,21 il testo ebraico dice che il Signore Dio fa cadere una תַּרְדֵּמָה sull’uomo prima di prendere una delle sue costole/lati e formare la donna.
Qui la tardemàh è legata a un’azione creatrice di Dio. L’uomo non controlla ciò che accade. Dorme. È passivo. Dio agisce in profondità, là dove l’uomo non può intervenire.
2. תַּרְדֵּמָה in Giobbe 4,13
In Giobbe 4, invece, la tardemàh non prepara una creazione armoniosa, ma una rivelazione inquietante. Elifaz si trova in uno stato notturno, fragile, sospeso. La coscienza ordinaria è abbassata. Il controllo razionale è ridotto. In questo spazio ambiguo, egli riceve una parola.
Il punto è delicato: la tardemàh è un contesto di passività. L’uomo non domina l’esperienza. Qualcosa gli accade.
Ma proprio per questo bisogna essere prudenti. Il fatto che una parola venga in una visione notturna non significa automaticamente che sia interpretata bene. Elifaz può aver ricevuto un’intuizione vera sulla fragilità dell’uomo; ma l’applicazione di quella parola al caso di Giobbe resta discutibile.
La differenza tra Genesi 2 e Giobbe 4
In Genesi 2, la tardemàh è il sonno in cui Dio costruisce una comunione: dall’uomo addormentato nasce la relazione con la donna.
In Giobbe 4, la tardemàh è il contesto in cui Elifaz riceve una parola che, invece di generare comunione, finirà per aumentare la distanza tra lui e Giobbe.
Questo contrasto è bellissimo:
in Genesi 2, il sonno profondo apre alla relazione;
in Giobbe 4, il sonno profondo produce un discorso che rischia di chiudere la relazione.
Non perché il termine sia negativo, ma perché la parola ricevuta va sempre compresa. Anche l’esperienza spirituale più impressionante può diventare ambigua se viene usata senza compassione.
📚 Bibliografia essenziale
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