📖 La religione accusa: il secondo discorso di Elifaz – (Giobbe 15)

9 Giugno 2026


🌬️ “Vento d’oriente”: Elifaz accusa Giobbe di parlare a vuoto – (Gb 15,1-6)

הֶֽחָכָ֗ם יַעֲנֶ֥ה דַֽעַת־ר֑וּחַ
וִֽימַלֵּ֖א קָדִ֣ים בִּטְנֹֽו׃
הֹוכֵ֣חַ בְּ֭דָבָר לֹ֣א יִסְכֹּ֑ון
וּ֝מִלִּ֗ים לֹא־יֹועִ֥יל בָּֽם׃
אַף־אַ֭תָּה תָּפֵ֣ר יִרְאָ֑ה
וְתִגְרַ֥ע יחָ֗ה לִפְנֵי־אֵֽל׃
כִּ֤י יְאַלֵּ֣ף עֲוֹנְךָ֣ פִ֑יךָ
וְ֝תִבְחַ֗ר לְשֹׁ֣ון עֲרוּמִֽים׃
יַרְשִֽׁיעֲךָ֣ פִ֣יךָ וְלֹא־אָ֑נִי
וּ֝שְׂפָתֶ֗יךָ יַעֲנוּ־בָֽךְ׃

Hechakhàm ya‘anèh dà‘at-rùach,
vimalè qadìm bitnò.
Hokhèach bedavàr lo yiskòn,
umillìm lo yo‘ìl bam.
Af-attàh tafèr yir’àh,
vetigrà‘ yichàh lifnè-’El.
Ki ye’allèf ‘avonekha fìkha,
vetivchàr leshòn ‘arumìm.
Yarshi‘akhà fìkha velo-’anì,
usefatekhà ya‘anù-vakh.

“Potrebbe il saggio rispondere con ragioni campate in aria e riempirsi il ventre di vento d’oriente? Si difende egli con parole senza costrutto e con discorsi inutili? Tu anzi distruggi la religione e abolisci la preghiera innanzi a Dio. Sì, la tua malizia suggerisce alla tua bocca e scegli il linguaggio degli astuti. Non io, ma la tua bocca ti condanna e le tue labbra attestano contro di te.” (Gb 15,2-6)

Elifaz comincia attaccando la parola di Giobbe. Non risponde subito al suo dolore. Non si ferma sulla sua domanda più profonda: perché l’uomo è così fragile? Perché Dio osserva con tanta severità una creatura breve come un fiore? Perché la speranza dell’uomo sembra annientata dalla morte? (Gb 14,1-20).

Elifaz vede soprattutto un problema: Giobbe parla male.

Lo accusa di rispondere con “ragioni campate in aria” e di riempirsi il ventre di “vento d’oriente” (Gb 15,2). Il vento d’oriente, nel mondo biblico, è spesso un vento secco, rovente, devastante. Qui diventa immagine di un discorso vuoto ma pericoloso: parole che non nutrono, non costruiscono, non guariscono.

Poi l’accusa diventa religiosa: “Tu distruggi la religione e abolisci la preghiera innanzi a Dio” (Gb 15,4).

Questa frase è molto importante. Elifaz non sta dicendo soltanto: “Giobbe, ti sbagli”. Sta dicendo: “Il tuo modo di parlare mette in pericolo la fede”. Ai suoi occhi, Giobbe non è più semplicemente un sofferente confuso. È un uomo che, con le sue parole, rischia di demolire il timore di Dio.

Ma qui Elifaz commette un errore decisivo: scambia il lamento per empietà.

Giobbe ha parlato duramente, è vero. Ha chiesto a Dio perché lo consideri un nemico (Gb 13,24). Ha domandato perché Dio tenga gli occhi aperti su un essere così fragile (Gb 14,3). Ha desiderato parlare direttamente con l’Onnipotente (Gb 13,3). Ma non ha abbandonato Dio. Al contrario, continua a rivolgersi a lui.

Il lamento biblico non è sempre mancanza di fede. Spesso è proprio la forma estrema della fede ferita.

Elifaz non riesce a capirlo. Per lui, le parole di Giobbe sono già una condanna: “La tua bocca ti condanna” (Gb 15,6). È una frase pesante, perché trasforma la preghiera ferita in prova d’accusa.


🧓 “Che cosa sai tu che noi non sappiamo?” – (Gb 15,7-13)

הֲרִאישֹׁ֣ון אָ֭דָם תִּוָּלֵ֑ד
וְלִפְנֵ֖י גְבָעֹ֣ות חֹולָֽלְתָּ׃
הַבְסֹ֣וד אֱלֹ֣והַ תִּשְׁמָ֑ע
וְתִגְרַ֖ע אֵלֶ֣יךָ חָכְמָֽה׃
מַה־יָּ֭דַעְתָּ וְלֹ֣א נֵדָ֑ע
תָּ֝בִ֗ין וְֽלֹא־עִמָּ֥נוּ הֽוּא׃
גַּם־שָׂ֣ב גַּם־יָשִׁ֣ישׁ בָּ֑נוּ
כַּבִּ֖יר מֵאָבִ֣יךָ יָמִֽים׃
הַמְעַ֣ט מִ֭מְּךָ תַּנְחֻמֹ֣ות אֵ֑ל
וְ֝דָבָ֗ר לָאַ֥ט עִמָּֽךְ׃
מַה־יִּקָּחֲךָ֥ לִבֶּ֑ךָ
וּֽמַה־יִּרְזְמ֥וּן עֵינֶֽיךָ׃
כִּֽי־תָשִׁ֣יב אֶל־אֵ֣ל רוּחֶ֑ךָ
וְהֹצֵ֖אתָ מִפִּ֣יךָ מִלִּֽין׃

Hari’shòn ’adàm tivvalèd,
velifnè geva‘òt cholàlta?
Havesòd ’Elòah tishmà‘,
vetigrà‘ elèkha chokhmàh?
Mah-yadà‘ta velo nedà‘,
tavìn velo-‘immànu hu?
Gam-sav gam-yashìsh banu,
kabbìr me’avìkha yamìm.
Ham‘àt mimekhà tanchumòt ’El,
vedavàr la’at ‘immàkh?
Mah-yiqqachakhà libbèkha,
umah-yirzemùn ‘enèkha?
Ki-tashìv ’el-’El ruchèkha,
vehotzèta mippìkha millìn.

“Sei forse tu il primo uomo che è nato, o, prima dei monti, sei venuto al mondo? Hai avuto accesso ai segreti consigli di Dio e ti sei appropriata tu solo la sapienza? Che cosa sai tu che noi non sappiamo? Che cosa capisci che da noi non si comprenda? Anche fra di noi c’è il vecchio e c’è il canuto più di tuo padre, carico d’anni. Poca cosa sono per te le consolazioni di Dio e una parola moderata a te rivolta? Perché il tuo cuore ti trasporta e perché fanno cenni i tuoi occhi, quando volgi contro Dio il tuo animo e fai uscire tali parole dalla tua bocca?” (Gb 15,7-13)

“Sei forse tu il primo uomo che è nato, o, prima dei monti, sei venuto al mondo?” (Gb 15,7)

“Hai avuto accesso ai segreti consigli di Dio e ti sei appropriata tu solo la sapienza?” (Gb 15,8)

“Anche fra di noi c’è il vecchio e c’è il canuto più di tuo padre, carico d’anni.” (Gb 15,10)

“Perché il tuo cuore ti trasporta e perché fanno cenni i tuoi occhi, quando volgi contro Dio il tuo animo?” (Gb 15,12-13)

Elifaz passa ora all’accusa di arroganza.

Chiede a Giobbe se sia forse il primo uomo nato, se sia venuto al mondo prima dei monti, se abbia avuto accesso ai segreti consigli di Dio (Gb 15,7-8). Il senso è chiaro: Giobbe parla come se sapesse più degli altri, come se possedesse una sapienza superiore, come se potesse contestare Dio dall’alto di una conoscenza speciale.

Queste domande hanno una forza retorica notevole. Richiamano il linguaggio della sapienza antica: la vera sapienza è più antica dell’uomo, precede la creazione, non può essere posseduta da chi è nato ieri. Più avanti, il libro di Giobbe dirà che la sapienza non si trova nella terra dei viventi e che solo Dio ne conosce la via (Gb 28,12-28).

Ma Elifaz usa questa idea in modo polemico. Invece di aprire Giobbe al mistero, la usa per zittirlo.

Poi richiama l’autorità degli anziani: tra gli amici ci sono uomini vecchi e canuti, più anziani del padre di Giobbe (Gb 15,10). L’esperienza, la tradizione e l’età diventano argomenti contro la parola del sofferente.

Anche qui c’è una parte di verità. La Bibbia riconosce valore alla sapienza degli anziani e alla lunga esperienza della vita (Gb 12,12). Ma Giobbe aveva già risposto a questo: la sapienza non muore con gli amici (Gb 12,2), e Dio può togliere il senno anche agli anziani (Gb 12,20).

Elifaz non accetta questa critica. Per lui, Giobbe sta disprezzando le “consolazioni di Dio” e una parola moderata rivolta a lui (Gb 15,11). Ma per Giobbe quelle parole non sono state consolazioni: sono state accuse mascherate da consolazione.

Il problema è ancora una volta pastorale e spirituale: chi parla pensa di consolare; chi soffre si sente giudicato.


🧍 “Che cos’è l’uomo perché si ritenga puro?” – (Gb 15,14-16)

מָֽה־אֱנֹ֥ושׁ כִּֽי־יִזְכֶּ֑ה
וְכִֽי־יִ֝צְדַּ֗ק יְל֣וּד אִשָּֽׁה׃
הֵ֣ן בִּ֭קְדֹשָׁיו לֹ֣א יַאֲמִ֑ין
וְ֝שָׁמַ֗יִם לֹא־זַכּ֥וּ בְעֵינָֽיו׃
אַ֭ף כִּֽי־נִתְעָ֥ב וְֽנֶאֱלָ֑ח
אִישׁ־שֹׁתֶ֖ה כַמַּ֣יִם עַוְלָֽה׃

Mah-’enòsh ki-yizkèh,
vekhì-yitsdàq yelùd ’ishshàh?
Hen biqdoshàv lo ya’amìn,
veshamàyim lo-zakkù ve‘enàv.
Af ki-nit‘àv vene’elàch,
’ish-shotèh khammàyim ‘avlàh.

“Che cos’è l’uomo perché si ritenga puro, perché si dica giusto un nato di donna? Ecco, neppure dei suoi santi egli ha fiducia e i cieli non sono puri ai suoi occhi; quanto meno un essere abominevole e corrotto, l’uomo, che beve l’iniquità come acqua.” (Gb 15,14-16)

Questa sezione riprende un tema già apparso nel primo discorso di Elifaz.

In Giobbe 4 egli aveva detto che nessun mortale può essere giusto davanti a Dio e che neppure nei suoi servi Dio trova piena affidabilità (Gb 4,17-18). Ora il tema ritorna con toni ancora più cupi.

Elifaz chiede: “Che cos’è l’uomo perché si ritenga puro?” (Gb 15,14). L’espressione “nato di donna” richiama sorprendentemente il capitolo precedente, dove Giobbe aveva detto: “L’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine” (Gb 14,1).

Ma i due usi sono molto diversi. Giobbe usa la fragilità umana per chiedere misericordia: se l’uomo è così breve, perché Dio lo chiama in giudizio con tanta severità? (Gb 14,3-6). Elifaz usa la stessa fragilità per negare a Giobbe ogni pretesa di innocenza: se l’uomo è nato di donna, come può dirsi puro? (Gb 15,14).

È un passaggio decisivo. La stessa verità antropologica può generare due atteggiamenti opposti:

per Giobbe, la fragilità dovrebbe muovere Dio alla compassione;
per Elifaz, la fragilità prova che Giobbe non può difendersi.

Poi Elifaz radicalizza: neppure i santi sono pienamente affidabili davanti a Dio, neppure i cieli sono puri ai suoi occhi (Gb 15,15). Quanto meno l’uomo, che viene definito “abominevole e corrotto” e che “beve l’iniquità come acqua” (Gb 15,16).

Questa antropologia è severissima. Elifaz vuole ridimensionare Giobbe: nessun uomo può presentarsi come puro davanti a Dio. Ma applicata al caso di Giobbe, questa verità generale diventa ingiusta.

Perché il problema non è se Giobbe sia perfetto in senso assoluto. Il problema è se la sua sofferenza sia la punizione di una colpa proporzionata e nascosta. E il prologo del libro ha già escluso questa spiegazione (Gb 1,1; Gb 1,8; Gb 2,3).

Elifaz parla in modo teologicamente solenne, ma pastoralmente devastante.


📜 Elifaz invoca la tradizione dei saggi – (Gb 15,17-19)

אֲחַוְךָ֥ שְֽׁמַֽע־לִ֑י
וְזֶֽה־חָ֝זִ֗יתִי וַאֲסַפֵּֽרָה׃
אֲשֶׁר־חֲכָמִ֥ים יַגִּ֑ידוּ
וְלֹ֥א כִֽ֝חֲד֗וּ מֵאֲבֹותָֽם׃
לָהֶ֣ם לְ֭בַדָּם נִתְּנָ֣ה הָאָ֑רֶץ
וְלֹא־עָ֖בַר זָ֣ר בְּתֹוכָֽם׃

’Achavkhà shemà‘-lì,
vezeh-chazìti va’asapperàh.
’Asher-chakhamìm yaggìdu,
velo khichadù me’avotàm.
Lahèm levaddàm nittenàh ha’àrets,
velo-‘avàr zar betokhàm.

“Voglio spiegartelo, ascoltami, ti racconterò quel che ho visto, quello che i saggi riferiscono, non celato ad essi dai loro padri; a essi soli fu concessa questa terra, né straniero alcuno era passato in mezzo a loro.” (Gb 15,17-19)

Elifaz presenta ora la propria parola come tradizione ricevuta.

Dice di voler raccontare ciò che ha visto e ciò che i saggi hanno trasmesso dai padri (Gb 15,17-18). La sua autorità non deriva solo dall’esperienza personale, ma da una catena sapienziale: i padri hanno ricevuto, i saggi hanno custodito, Elifaz ora consegna a Giobbe.

Il riferimento alla terra concessa ai padri senza passaggio di stranieri (Gb 15,19) serve a rafforzare l’idea di una sapienza pura, antica, non contaminata. Elifaz sembra dire: ciò che ti sto trasmettendo viene da una tradizione autentica, stabile, originaria.

Anche qui, in astratto, il valore della tradizione non è negato. La Bibbia stessa vive di memoria, trasmissione, ascolto dei padri, consegna alle generazioni future (Dt 6,4-9; Sal 78,3-7).

Ma il problema è l’uso della tradizione. Elifaz usa la tradizione per chiudere il caso di Giobbe, non per aprirlo. Non si lascia interrogare dall’esperienza concreta dell’innocente che soffre. Non permette al dolore di Giobbe di mettere in crisi uno schema troppo rigido.

La tradizione, quando è vera, non è una pietra da lanciare contro chi soffre. È una memoria viva che deve essere interpretata con sapienza, umiltà e timore di Dio.

Elifaz invece la trasforma in autorità contro Giobbe.


🌑 Il malvagio vive nel terrore – Gb 15,20-24

כָּל־יְמֵ֣י רָ֭שָׁע ה֣וּא מִתְחֹולֵ֑ל
וּמִסְפַּ֥ר נִ֗ים נִצְפְּנ֥וּ לֶעָרִֽיץ׃
קֹול־פְּחָדִ֥ים בְּאָזְנָ֑יו
בַּ֝שָּׁלֹ֗ום שֹׁודֵ֥ד יְבֹואֶֽנּוּ׃
לֹא־יַאֲמִ֣ין וּב מִנִּי־חֹ֑שֶׁךְ
וְצָפ֖וּי ה֣וּא אֱלֵי־חָֽרֶב׃
נֹ֘דֵ֤ד ה֣וּא לַלֶּ֣חֶם אַיֵּ֑ה
יָדַ֓ע ׀ כִּֽי־נָכֹ֖ון בְּיָדֹ֣ו יֹֽום־חֹֽשֶׁךְ׃
יְֽ֭בַעֲתֻהוּ צַ֣ר וּמְצוּקָ֑ה
תִּ֝תְקְפֵ֗הוּ כְּמֶ֤לֶךְ ׀ עָתִ֬יד לַכִּידֹֽור׃

Kol-yemè rashà‘ hu mitcholèl,
umispàr nim nitspenù le‘arìts.
Qol-pechadìm be’oznàv,
bashshalòm shodèd yevo’ènnu.
Lo-ya’amìn shuv minnì-chòshekh,
vetsafùi hu elè-chàrev.
Nodèd hu lallèchem ayyèh,
yadà‘ ki-nakhòn beyadò yom-chòshekh.
Yeva‘atùhu tsar umetsuqàh,
titqefèhu kemèlekh ‘atìd lakkidòr.

“Per tutti i giorni della vita il malvagio si tormenta; sono contati gli anni riservati al violento. Voci di spavento gli risuonano agli orecchi e in piena pace si vede assalito dal predone. Non crede di potersi sottrarre alle tenebre, egli si sente destinato alla spada. Destinato in pasto agli avvoltoi, sa che gli è preparata la rovina. Un giorno tenebroso lo spaventa, la miseria e l’angoscia l’assalgono come un re pronto all’attacco.” (Gb 15,20-24)

Da questo punto in poi, Elifaz descrive il destino del malvagio.

Il ritratto è cupo: il malvagio vive tormentato, sente voci di spavento, teme assalti improvvisi, non crede di sfuggire alle tenebre, si sente destinato alla spada, è aggredito dalla miseria e dall’angoscia (Gb 15,20-24). Il linguaggio è potente. Ma bisogna cogliere il sottotesto.

Elifaz non sta facendo una meditazione generale sul male. Sta parlando davanti a Giobbe. E molte immagini sembrano alludere proprio alla sua situazione: paura, tenebre, rovina, angoscia, assalto improvviso, perdita della pace.

Così il ritratto del malvagio diventa una forma indiretta di accusa. Elifaz non dice apertamente: “Giobbe, tu sei quel malvagio”. Ma il discorso va in quella direzione.

Questo è uno dei meccanismi più dolorosi dei dialoghi di Giobbe: gli amici parlano in terza persona, ma Giobbe capisce benissimo che stanno parlando di lui.

Il problema è che l’esperienza descritta da Elifaz non è esclusiva del malvagio. Anche il giusto può vivere terrore, angoscia, tenebra e assalto improvviso. Giobbe lo sa sulla propria pelle. Ha perso tutto senza preavviso (Gb 1,13-19). È stato colpito nel corpo (Gb 2,7). Si sente immerso nel buio (Gb 10,21-22). Ma questo non lo rende automaticamente un empio.

Elifaz confonde i sintomi della sofferenza con i segni della colpa.


🛡️ Il malvagio come ribelle contro Dio – Gb 15,25-28

Versetti chiave

כִּֽי־נָטָ֣ה אֶל־אֵ֣ל יָדֹ֑ו
וְאֶלשַׁ֝־דַּ֗י יִתְגַּבָּֽר׃
יָר֣וּץ אֵלָ֣יו בְּצַוָּ֑אר
בַּ֝עֲבִ֗י גַּבֵּ֥י מָֽגִנָּֽיו׃
כִּֽי־כִסָּ֣ה פָנָ֣יו בְּחֶלְבֹּ֑ו
וַיַּ֖עַשׂ פִּימָ֣ה עֲלֵי־כָֽסֶל׃
וַיִּשְׁכֹּ֤ון ׀ עָ֘רִ֤ים נִכְחָדֹ֗ות
בָּ֭תִּים לֹא־יֵ֣שְׁבוּ לָ֑מֹו
אֲשֶׁ֖ר הִתְעַתְּד֣וּ לְגַלִּֽים׃

Traslitterazione semplice

Ki-natàh ’el-’El yadò,
ve’el-Shaddày yitgabbar.
Yarùts elàv betsavvàr,
ba‘avì gabbè maginnàv.
Ki-khissàh fanàv bechelbò,
vayya‘as pimàh ‘alè-khàsel.
Vayyishkòn ‘arìm nikhchadòt,
battìm lo-yeshevù lamò,
’asher hit‘attedù legallìm.

Traduzione

“Perché ha steso contro Dio la sua mano, ha osato farsi forte contro l’Onnipotente; correva contro di lui a testa alta, al riparo del curvo spessore del suo scudo; poiché aveva la faccia coperta di grasso e pinguedine intorno ai suoi fianchi. Avrà dimora in città diroccate, in case dove non si abita più, destinate a diventare macerie.” (Gb 15,25-28)


🍇 7. La sterilità del male: ricchezza, germogli e frutti perduti – (Gb 15,29-35)

לֹֽא־יֶ֖עְשַׁר וְלֹא־יָק֣וּם חֵילֹ֑ו
וְלֹֽא־יִטֶּ֖ה לָאָ֣רֶץ מִנְלָֽם׃
לֹֽא־יָס֨וּר ׀ מִנִּי־חֹ֗שֶׁךְ
יֹֽ֭נַקְתֹּו תְּיַבֵּ֣שׁ שַׁלְהָ֑בֶת
וְ֝יָס֗וּר בְּר֣וּחַ פִּֽיו׃
אַל־יַאֲמֵ֣ן בַּשָּׁ֣יו נִתְעָ֑ה
כִּישָׁ֝֗־וְא תִּהְיֶ֥ה תְמוּרָתֹֽו׃
בְּֽלֹא־יֹ֭ומֹו תִּמָּלֵ֑א
וְ֝כִפָּתֹ֗ו לֹ֣א רַעֲנָֽנָה׃
יַחְמֹ֣ס כַּגֶּ֣פֶן בִּסְרֹ֑ו
וְיַשְׁלֵ֥ךְ כַּ֝זַּ֗יִת נִצָּתֹֽו׃
כִּֽי־עֲדַ֣ת חָנֵ֣ף גַּלְמ֑וּד
וְ֝אֵ֗שׁ אָכְלָ֥ה אָֽהֳלֵי־שֹֽׁחַד׃
הָרֹ֣ה עָ֭מָל וְיָ֣לֹד אָ֑וֶן
וּ֝בִטְנָ֗ם תָּכִ֥ין מִרְמָֽה׃

Lo-ye‘shàr velo-yaqùm chelò,
velo-yittèh la’àrets minlàm.
Lo-yasùr minnì-chòshekh,
yonaqtò teyabbèsh shalhèvet,
veyasùr berùach pìv.
Al-ya’amèn bashshàv nit‘àh,
ki-shàv tihyèh temuratò.
Belo-yomò timmarè,
vekhiffatò lo ra‘anànah.
Yachmòs kaggèfen bisrò,
veyashlèkh kazzàyit nitsatò.
Ki-‘adàt chanèf galmùd,
ve’esh akhelàh ’oholè-shòchad.
Haròh ‘amàl veyalàd ’àwen,
uvitnàm takhìn mirmàh.

“Non arricchirà, non durerà la sua fortuna, non metterà radici sulla terra. Alle tenebre non sfuggirà, la vampa seccherà i suoi germogli e dal vento sarà involato il suo frutto. Non confidi in una vanità fallace, perché sarà una rovina. La sua fronda sarà tagliata prima del tempo e i suoi rami non rinverdiranno più.

Sarà spogliato come vigna della sua uva ancor acerba e getterà via come ulivo i suoi fiori, poiché la stirpe dell’empio è sterile e il fuoco divora le tende dell’uomo venale. Concepisce malizia e genera sventura e nel suo seno alleva delusione.” (Gb 15,29-35)

Elifaz spiega perché il malvagio soffre: ha steso la mano contro Dio, ha sfidato l’Onnipotente, è corso contro di lui con arroganza, come un guerriero protetto dal suo scudo (Gb 15,25-26).

L’immagine è militare. Il malvagio è descritto come un ribelle armato contro Dio.

Anche qui bisogna leggere con attenzione. Agli occhi di Elifaz, Giobbe sta diventando proprio questo: un uomo che osa parlare contro Dio, che non accetta la correzione, che pretende di difendersi davanti all’Onnipotente.

Ma Giobbe non ha mai detto di voler combattere Dio per distruggerlo. Ha detto di voler parlare con lui (Gb 13,3). Ha chiesto che Dio gli faccia conoscere colpe e peccati (Gb 13,23). Ha chiesto perché Dio nasconda il volto e lo consideri nemico (Gb 13,24). Queste sono parole forti, ma sono parole rivolte a Dio, non fuga da Dio.

Elifaz interpreta la domanda come ribellione.

Poi descrive il malvagio come uomo appesantito, grasso, sicuro di sé (Gb 15,27), destinato però ad abitare città diroccate e case in rovina (Gb 15,28). È una scena di rovesciamento: chi sembrava potente finisce tra le macerie.

Anche questa è una verità biblica importante: l’arroganza umana non dura per sempre. Ma nel contesto, l’immagine diventa problematica, perché Giobbe è già tra le macerie. Applicare automaticamente questa logica a lui significa dire: se sei nella rovina, devi essere stato arrogante contro Dio.

E questo il libro lo contesta profondamente.


🍇 La sterilità del male: ricchezza, germogli e frutti perduti – (Gb 15,29-35)

לֹֽא־יֶ֖עְשַׁר וְלֹא־יָק֣וּם חֵילֹ֑ו
וְלֹֽא־יִטֶּ֖ה לָאָ֣רֶץ מִנְלָֽם׃
לֹֽא־יָס֨וּר ׀ מִנִּי־חֹ֗שֶׁךְ
יֹֽ֭נַקְתֹּו תְּיַבֵּ֣שׁ שַׁלְהָ֑בֶת
וְ֝יָס֗וּר בְּר֣וּחַ פִּֽיו׃
אַל־יַאֲמֵ֣ן בַּשָּׁ֣יו נִתְעָ֑ה
כִּישָׁ֝֗־וְא תִּהְיֶ֥ה תְמוּרָתֹֽו׃
בְּֽלֹא־יֹ֭ומֹו תִּמָּלֵ֑א
וְ֝כִפָּתֹ֗ו לֹ֣א רַעֲנָֽנָה׃
יַחְמֹ֣ס כַּגֶּ֣פֶן בִּסְרֹ֑ו
וְיַשְׁלֵ֥ךְ כַּ֝זַּ֗יִת נִצָּתֹֽו׃
כִּֽי־עֲדַ֣ת חָנֵ֣ף גַּלְמ֑וּד
וְ֝אֵ֗שׁ אָכְלָ֥ה אָֽהֳלֵי־שֹֽׁחַד׃
הָרֹ֣ה עָ֭מָל וְיָ֣לֹד אָ֑וֶן
וּ֝בִטְנָ֗ם תָּכִ֥ין מִרְמָֽה׃

Lo-ye‘shàr velo-yaqùm chelò,
velo-yittèh la’àrets minlàm.
Lo-yasùr minnì-chòshekh,
yonaqtò teyabbèsh shalhèvet,
veyasùr berùach pìv.
Al-ya’amèn bashshàv nit‘àh,
ki-shàv tihyèh temuratò.
Belo-yomò timmarè,
vekhiffatò lo ra‘anànah.
Yachmòs kaggèfen bisrò,
veyashlèkh kazzàyit nitsatò.
Ki-‘adàt chanèf galmùd,
ve’esh akhelàh ’oholè-shòchad.
Haròh ‘amàl veyalàd ’àwen,
uvitnàm takhìn mirmàh.

“Non arricchirà, non durerà la sua fortuna, non metterà radici sulla terra. Alle tenebre non sfuggirà, la vampa seccherà i suoi germogli e dal vento sarà involato il suo frutto. Non confidi in una vanità fallace, perché sarà una rovina. La sua fronda sarà tagliata prima del tempo e i suoi rami non rinverdiranno più. Sarà spogliato come vigna della sua uva ancor acerba e getterà via come ulivo i suoi fiori, poiché la stirpe dell’empio è sterile e il fuoco divora le tende dell’uomo venale. Concepisce malizia e genera sventura e nel suo seno alleva delusione.” (Gb 15,29-35)

La conclusione del discorso usa molte immagini vegetali e generative.

Il malvagio non arricchirà davvero, la sua fortuna non durerà, non metterà radici sulla terra (Gb 15,29). I suoi germogli saranno seccati dalla vampa, il suo frutto sarà portato via dal vento, la sua fronda sarà tagliata prima del tempo, i suoi rami non rinverdiranno più (Gb 15,30-32). Sarà come una vigna spogliata dell’uva acerba e come un ulivo che perde i fiori (Gb 15,33).

Sono immagini molto vicine, per contrasto, a quelle di Giobbe 14. Là Giobbe aveva detto che per l’albero c’è speranza: anche se viene tagliato, può germogliare di nuovo al sentore dell’acqua (Gb 14,7-9). Qui Elifaz dice che i rami del malvagio non rinverdiranno più (Gb 15,32).

È come se Elifaz rispondesse indirettamente alla fragile speranza di Giobbe: tu sogni un albero che rinasce, ma il malvagio è un albero che si secca.

Ancora una volta, il discorso può avere una verità generale: il male non genera vita stabile. La malizia concepisce sventura e partorisce delusione (Gb 15,35). Questa frase è potentissima. Il male è sterile anche quando sembra fecondo. Può produrre risultati immediati, ma alla fine genera vuoto.

Tuttavia, applicata a Giobbe, questa verità diventa falsa. Giobbe non è l’empio che ha concepito malizia e generato sventura. È l’uomo giusto che si trova dentro una sventura non meritata.

Il fallimento di Elifaz sta proprio qui: dice cose vere sul male, ma le usa contro la persona sbagliata.


📚 Bibliografia essenziale

David J. A. Clines, Job 1–20, Word Biblical Commentary 17, Dallas: Word Books, 1989.

John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.

Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press / Westminster John Knox Press, 1985.

Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.

Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.

Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.

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Kathryn M. Schifferdecker, Out of the Whirlwind: Creation Theology in the Book of Job, Harvard Theological Studies 61, Cambridge, MA: Harvard Divinity School, 2008.

Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906; edizione elettronica enhanced Logos, 2000.

Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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