⚡ la teologia che non riesce ad ascoltare – (Gb 20,1-3)
וַיַּעַן צֹפַר הַנַּעֲמָתִי וַיֹּאמַר׃
לָכֵן שְׂעִפַּי יְשִׁיבוּנִי
וּבַעֲבוּר חוּשִׁי בִי׃
מוּסַר כְּלִמָּתִי אֶשְׁמָע
וְרוּחַ מִבִּינָתִי יַעֲנֵנִי׃
Wayya‘an Tsofàr ha-Na‘amatì wayyòmar.
Lakhèn se‘ippày yeshivùni,
uva‘avùr chushì vi.
Musàr kelimmatì ’eshmà‘,
werùach mibbinatì ya‘anèni.
“Zofar il Naamatita prese a dire: Per questo i miei pensieri mi spingono a rispondere, e perciò vi è questa fretta dentro di me. Ho ascoltato un rimprovero per me offensivo, ma uno spirito, dal mio interno, mi spinge a replicare.” (Gb 20,1-3)
Zofar comincia dichiarando di essere spinto a rispondere. C’è fretta dentro di lui. I suoi pensieri lo incalzano. Ha ascoltato un rimprovero che lo ha offeso e sente dentro di sé uno spirito che lo costringe a replicare (Gb 20,2-3).
Questa apertura è molto rivelatrice. Zofar non parte dal dolore di Giobbe. Parte dalla propria reazione. Si sente provocato. Si sente colpito. Vuole ristabilire la propria posizione.
In Giobbe 19, Giobbe aveva detto agli amici: “Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici” (Gb 19,21). Aveva aperto il proprio dolore in modo quasi insostenibile. Ma Zofar non risponde alla richiesta di pietà. Risponde al rimprovero che ha percepito come offensivo.
È un meccanismo molto umano. Quando una persona ferita ci dice che l’abbiamo ferita ancora di più, possiamo scegliere due strade: ascoltare oppure difenderci. Zofar sceglie di difendersi.
La sua teologia nasce dalla fretta. E la fretta è pericolosa quando si parla del dolore altrui.
Chi ha fretta di rispondere spesso non ha ancora ascoltato abbastanza. Chi si sente subito offeso spesso non riesce più a vedere la ferita dell’altro. Chi vuole replicare immediatamente rischia di trasformare la verità in una reazione.
🌫️ Il trionfo del malvagio è breve – Gb 20,4-11
הֲזֹאת יָדַעְתָּ מִנִּי־עַד
מִנִּי שִׂים אָדָם עֲלֵי־אָרֶץ׃
כִּי רִנְנַת רְשָׁעִים מִקָּרוֹב
וְשִׂמְחַת חָנֵף עֲדֵי־רָגַע׃
אִם־יַעֲלֶה לַשָּׁמַיִם שִׂיאוֹ
וְרֹאשׁוֹ לָעָב יַגִּיעַ׃
כְּגֶלְלוֹ לָנֶצַח יֹאבֵד
רֹאָיו יֹאמְרוּ אַיּוֹ׃
כַּחֲלוֹם יָעוּף וְלֹא יִמְצָאֻהוּ
וְיֻדַּד כְּחֶזְיוֹן לָיְלָה׃
Hazòt yadà‘ta minnì-‘ad,
minnì sim ’adàm ‘alè-’àrets?
Ki rinnàt resha‘ìm miqqaròv,
wesimchàt chanèf ‘adè-ràga‘.
’Im-ya‘alèh lashshamàyim si’ò,
weroshò la‘àv yaggìa‘,
kegelalò lanètsach yovèd,
ro’àw yomrù ’ayyò.
Kachalom ya‘ùf welo yimtsa’ùhu,
weyuddàd kechezòn làylah.
“Non sai tu che da sempre, da quando l’uomo fu posto sulla terra, il trionfo degli empi è breve e la gioia del perverso è d’un istante? Anche se innalzasse fino al cielo la sua statura e il suo capo toccasse le nubi, come lo sterco sarebbe spazzato per sempre e chi lo aveva visto direbbe: Dov’è? Svanirà come un sogno e non si troverà più, si dileguerà come visione notturna.” (Gb 20,4-8)
Zofar presenta la sua tesi come sapienza antichissima: “da sempre”, da quando l’uomo è stato posto sulla terra (Gb 20,4). Vuole dire che ciò che sta per affermare non è una sua opinione personale, ma una verità radicata nell’ordine del mondo.
La tesi è semplice: il trionfo dei malvagi è breve e la gioia dell’empio dura un istante (Gb 20,5).
Questa idea è molto presente nella sapienza biblica: il male può sembrare vincente, ma non possiede stabilità. Può innalzarsi, ma cadrà. Può brillare, ma si spegnerà. Può dominare, ma non durerà.
Zofar usa immagini fortissime. Il malvagio può innalzarsi fino al cielo, può toccare le nubi con il capo (Gb 20,6), ma finirà spazzato via. Svanirà come un sogno, come una visione notturna (Gb 20,8). Chi lo vedeva dirà: “Dov’è?” (Gb 20,7).
Il problema non è questa affermazione in sé. La Bibbia, infatti, denuncia spesso l’apparente prosperità degli empi e afferma che essa non ha l’ultima parola (Sal 37,1-2; Sal 73,18-20).
Il problema è che Zofar la usa nel dialogo con Giobbe. Giobbe non è un malvagio trionfante. Non è un potente corrotto che si è innalzato fino al cielo. Non è un oppressore che si gode la propria ricchezza. È un uomo ferito, seduto nella polvere, abbandonato da tutti, malato, umiliato.
Zofar dice una verità contro il male, ma la colloca davanti alla persona sbagliata.
🐍 Il male dolce in bocca diventa veleno nelle viscere – Gb 20,12-16
אִם־תַּמְתִּיק בְּפִיו רָעָה
יַכְחִידֶנָּה תַּחַת לְשֹׁנוֹ׃
יַחְמֹל עָלֶיהָ וְלֹא יַעַזְבֶנָּה
וְיִמְנָעֶנָּה בְּתוֹךְ חִכּוֹ׃
לַחְמוֹ בְּמֵעָיו נֶהְפָּךְ
מְרוֹרַת פְּתָנִים בְּקִרְבּוֹ׃
חַיִל בָּלַע וַיְקִאֶנּוּ
מִבִּטְנוֹ יֹרִשֶׁנּוּ אֵל׃
רֹאשׁ־פְּתָנִים יִינָק
תַּהַרְגֵהוּ לְשׁוֹן אֶפְעֶה׃
’Im-tamtìq befìv ra‘àh,
yakhchiddènnah tàchat leshonò.
Yachmòl ‘alèha welo ya‘azvennàh,
weyimna‘ènnah betòkh chikkò.
Lachmò beme‘àw nehèpakh,
meroràt petanìm beqirbò.
Chàyil balà‘ wayqi’ènnu,
mibbitnò yorishènnu ’El.
Rosh-petanìm yinàq,
tahargèhu leshòn ’ef‘èh.
“Se alla sua bocca fu dolce il male, se lo teneva nascosto sotto la sua lingua, assaporandolo senza inghiottirlo, se lo tratteneva in mezzo al suo palato, il suo cibo gli si guasterà nelle viscere, veleno d’aspidi gli sarà nell’intestino. I beni divorati ora rivomita, Dio glieli caccia fuori dal ventre. Veleno d’aspide ha succhiato, una lingua di vipera lo uccide.” (Gb 20,12-16)
Questa è la sezione più impressionante del capitolo.
Zofar descrive il male come qualcosa di dolce in bocca. Il malvagio non lo compie soltanto: lo gusta. Lo trattiene sotto la lingua. Lo assapora nel palato. Non vuole lasciarlo andare (Gb 20,12-13).
È un’immagine psicologicamente profonda. Il male non viene rappresentato solo come atto esterno, ma come piacere segreto. C’è una dolcezza del male: il gusto del dominio, dell’avidità, dell’inganno, della ricchezza presa, della vittoria sugli altri.
Ma ciò che è dolce in bocca diventa veleno nelle viscere (Gb 20,14). Il cibo si trasforma in bile d’aspidi. Il piacere si trasforma in morte. Ciò che sembrava nutrire comincia a distruggere dall’interno.
Poi Zofar aggiunge l’immagine del vomito: il malvagio ha inghiottito ricchezze, ma dovrà rigettarle; Dio gliele caccerà fuori dal ventre (Gb 20,15). L’avidità appare come una falsa assimilazione. Il malvagio crede di possedere ciò che ha preso, ma in realtà non riesce a trattenerlo. Ciò che ha divorato lo farà star male.
Questa sezione contiene una verità fortissima: il male promette dolcezza, ma genera veleno. L’ingiustizia può sembrare vantaggiosa, ma corrompe l’uomo dall’interno.
Tuttavia, ancora una volta, il problema è l’applicazione implicita a Giobbe. Zofar parla come se la rovina di Giobbe fosse il vomito di beni inghiottiti ingiustamente. Ma Giobbe non è stato presentato come un uomo avido o oppressore. Al contrario, nei capitoli successivi egli rivendicherà di aver soccorso poveri, vedove e orfani (Gb 29,12-17; Gb 31,16-22).
Zofar denuncia giustamente il male che divora, ma non vede il giusto che viene divorato dal dolore.
🍯 L’avidità impedisce di gustare i doni della vita – Gb 20,17-22
אַל־יֵרֶא בִפְלַגּוֹת
נַהֲרֵי נַחֲלֵי דְּבַשׁ וְחֶמְאָה׃
מֵשִׁיב יָגָע וְלֹא יִבְלָע
כְּחֵיל תְּמוּרָתוֹ וְלֹא יַעֲלֹס׃
כִּי־רִצַּץ עָזַב דַּלִּים
בַּיִת גָּזַל וְלֹא יִבְנֵהוּ׃
כִּי לֹא־יָדַע שָׁלֵו בְּבִטְנוֹ
בַּחֲמוּדוֹ לֹא יְמַלֵּט׃
’Al-yère biflaggòt,
naharè nachalè devàsh wechem’àh.
Meshìv yagà‘ welo yivlà‘,
kechèl temuratò welo ya‘alòs.
Ki-ritsàts ‘azàv dallìm,
bàyit gazàl welo yivnèhu.
Ki lo-yadà‘ shalèv bevitnò,
bachamudò lo yemallèt.
“Non vedrà più ruscelli d’olio, fiumi di miele e fior di latte; renderà i sudati acquisti senza assaggiarli, come non godrà del frutto del suo commercio, perché ha oppresso e abbandonato i miseri, ha rubato case invece di costruirle; perché non ha saputo essere pago dei suoi beni, con i suoi tesori non si salverà.” (Gb 20,17-20)
Zofar passa dalla bocca alle ricchezze.
Il malvagio non vedrà più i ruscelli, i fiumi di miele e latte, cioè l’abbondanza desiderabile della vita (Gb 20,17). Le immagini richiamano prosperità, fecondità, dolcezza, benedizione. Ma l’empio non potrà goderne. Perché?
Perché ha oppresso e abbandonato i poveri, ha rubato case invece di costruirle, non ha conosciuto quiete nella sua avidità (Gb 20,19-20).
Qui Zofar tocca un tema biblico essenziale: l’oppressione dei poveri. La ricchezza ingiusta non è neutra. Non è solo successo economico. Se nasce dallo schiacciamento dei deboli, porta dentro di sé una condanna.
La frase “non ha saputo essere pago” è fondamentale. L’avidità è incapacità di limite. Il malvagio non sa dire basta. Non sa abitare i beni come doni. Li trasforma in preda. Per questo i suoi tesori non lo salveranno (Gb 20,20).
Questo è un messaggio potentissimo anche oggi: la ricchezza senza giustizia diventa fame infinita. Più possiede, più l’uomo avido è posseduto. Più prende, meno è sazio. Più accumula, più perde la pace.
Ma nel contesto del libro, la domanda resta: perché Zofar dice tutto questo a Giobbe?
Giobbe non appare come un oppressore di poveri. Non ha rubato case. Non è accusato da vittime reali che rivendicano giustizia contro di lui. Gli amici non portano prove. Deducono la colpa dalla rovina. Per questo il discorso di Zofar resta ambiguo: è vero contro l’ingiustizia, ma ingiusto contro Giobbe.
🔥 Quando Dio fa piovere il suo sdegno – Gb 20,23-26
יְהִי לְמַלֵּא בִטְנוֹ
יְשַׁלַּח־בּוֹ חֲרוֹן אַפּוֹ
וְיַמְטֵר עָלֵימוֹ בִּלְחוּמוֹ׃
יִבְרַח מִנֵּשֶׁק בַּרְזֶל
תַּחְלְפֵהוּ קֶשֶׁת נְחוּשָׁה׃
שָׁלַף וַיֵּצֵא מִגֵּוָה
וּבָרָק מִמְּרֹרָתוֹ יַהֲלֹךְ
עָלָיו אֵמִים׃
כָּל־חֹשֶׁךְ טָמוּן לִצְפּוּנָיו
תְּאָכְלֵהוּ אֵשׁ לֹא־נֻפָּח
יֵרַע שָׂרִיד בְּאָהֳלוֹ׃
Yehì lemallè vitnò,
yeshallach-bo charòn ’appò,
weyamtèr ‘alèmo bilchumò.
Yivràch minnèsheq barzèl,
tachlefèhu qèshet nechushàh.
Shalàf wayyetsè miggevàh,
uvàraq mimmeroratò yahalòkh;
‘alàw ’emìm.
Kol-chòshekh tamùn litsfunàw,
te’okhlèhu ’esh lo-nuppàch,
yèra‘ sarìd be’oholò.
“Quando starà per riempire il suo ventre, Dio scaglierà su di lui la fiamma del suo sdegno e gli farà piovere addosso brace. Se sfuggirà l’arma di ferro, lo trafiggerà l’arco di bronzo: gli uscirà il dardo dalla schiena, una spada lucente dal fegato. Lo assaliranno i terrori; tutte le tenebre gli sono riservate. Lo divorerà un fuoco non acceso da un uomo, esso consumerà quanto è rimasto nella sua tenda.” (Gb 20,23-26)
Qui il discorso diventa giudiziario e cosmico. Il malvagio vuole riempire il proprio ventre, ma proprio nel momento della sazietà arriva lo sdegno di Dio (Gb 20,23). L’immagine riprende il tema del ventre: il male gustato, inghiottito, accumulato, posseduto, alla fine esplode come giudizio.
Dio fa piovere su di lui la fiamma del suo sdegno. Se il malvagio fugge da un’arma, un’altra lo raggiunge. Se sfugge al ferro, lo colpisce il bronzo. Il dardo lo trapassa. I terrori lo assalgono. Le tenebre sono riservate ai suoi tesori. Un fuoco non acceso da uomo lo divora (Gb 20,24-26).
È un linguaggio di ineluttabilità. Zofar vuole dire: il malvagio non può sfuggire. Può evitare una forma di giudizio, ma ne incontrerà un’altra. Può credere di essere salvo, ma il giudizio lo raggiungerà.
Il “fuoco non acceso da uomo” (Gb 20,26) indica una distruzione che viene da oltre l’uomo. Non è una semplice vendetta umana. È una forza di giudizio che supera il controllo terreno.
Anche qui, in astratto, il discorso ha forza: nessuna ingiustizia è davvero al sicuro. Nessuna ricchezza oppressiva può proteggere per sempre chi l’ha accumulata. Nessun potere umano può sottrarsi indefinitamente alla verità.
Ma davanti a Giobbe, queste immagini diventano tremende. Anche Giobbe è stato colpito da un fuoco venuto dal cielo che ha bruciato greggi e servi (Gb 1,16). Anche la sua tenda è stata devastata. Anche lui vive nelle tenebre. Zofar, descrivendo il giudizio del malvagio, evoca proprio elementi della tragedia di Giobbe.
La domanda implicita è terribile: se queste cose accadono al malvagio, che cosa dobbiamo pensare di Giobbe?
Il lettore conosce la risposta: non dobbiamo pensare che Giobbe sia colpevole. Dobbiamo pensare che gli amici stanno applicando lo schema sbagliato alla storia sbagliata.
🌌 Cielo e terra si alzano come testimoni – Gb 20,27-29
יְגַלּוּ שָׁמַיִם עֲוֹנוֹ
וְאֶרֶץ מִתְקוֹמָמָה לוֹ׃
יִגֶל יְבוּל בֵּיתוֹ
נִגָּרוֹת בְּיוֹם אַפּוֹ׃
זֶה חֵלֶק־אָדָם רָשָׁע מֵאֱלֹהִים
וְנַחֲלַת אִמְרוֹ מֵאֵל׃
Yegallù shamàyim ‘awonò,
we’èrets mitqomamàh lo.
Yigèl yevùl betò,
niggaròt beyòm ’appò.
Zeh chèleq-’adàm rashà‘ me’Elohìm,
wenachalàt ’imrò me’El.
“Riveleranno i cieli la sua iniquità e la terra si alzerà contro di lui. Un’alluvione travolgerà la sua casa, scorrerà nel giorno dell’ira. Questa è la sorte che Dio riserva all’uomo perverso, la parte a lui decretata da Dio.” (Gb 20,27-29)
Il discorso si chiude con una scena grandiosa: cielo e terra diventano testimoni. I cieli rivelano l’iniquità del malvagio, la terra si alza contro di lui (Gb 20,27). Non è solo un tribunale umano. È l’intero cosmo che smaschera la colpa nascosta.
Questa immagine è molto potente. Zofar immagina che il male non possa rimanere coperto per sempre. Anche se l’uomo lo nasconde, anche se lo trattiene sotto la lingua, anche se lo maschera dietro successo e ricchezza, alla fine cielo e terra lo riveleranno.
Ma anche questa immagine va letta in relazione al percorso di Giobbe.
Giobbe aveva chiesto: “O terra, non coprire il mio sangue” (Gb 16,18). Aveva invocato una testimonianza cosmica a favore della sua innocenza. Aveva detto: “Il mio testimone è nei cieli” (Gb 16,19). Per Giobbe, cielo e terra dovrebbero custodire il suo grido innocente.
Zofar rovescia tutto: cielo e terra non difendono Giobbe; rivelano l’iniquità del malvagio.
È uno scontro teologico profondissimo. Per Giobbe, il cielo deve testimoniare la sua verità. Per Zofar, il cielo rivelerà la colpa del perverso. Entrambi invocano una testimonianza più alta degli uomini. Ma Zofar è convinto di sapere già da che parte si collochi quella testimonianza.
La conclusione è definitiva: questa è la sorte dell’uomo perverso, la parte decretata da Dio (Gb 20,29).
Zofar chiude il caso. Non lascia spazio al mistero. Non lascia spazio all’eccezione. Non lascia spazio al fatto che Giobbe possa essere innocente. Il suo discorso è compatto proprio perché è chiuso.
📚 Bibliografia essenziale
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