Ritorno alla Genesi: un viaggio nella luce

11 Maggio 2021

Avete mai pensato di riavvolgere il nastro delle vostre vite fino all’inizio?

Il sottile filo luminoso

Dico fino all’inizio non della vostra vita, ma all’inizio della Vita. Insomma di risalire il fiume sino alla sorgente, proprio come fece Dante nella Commedia. Un vero e proprio ritorno alla Genesi, ad un tempo non tempo, alla materia prima da cui siamo stati tratti per poter vivere le nostre vite umane individuali.

Vite in cui siamo separati in corpi di carne eppure restiamo sempre uniti da un filo luminoso che ci lega alla fonte della nostra esistenza. Secondo me tutti ci abbiamo provato, ma è molto difficile rendere questa ricerca a parole. Mi servo allora di Dante, non me ne vogliate, per spiegarmi meglio.

Il poeta dei poeti, risalendo il fiume della sua vita, non incontrò suo padre, non suo nonno, non qualche suo fratello o zio, bensì un suo avo di nome Cacciaguida, soldato crociato vissuto un paio di secoli prima.

Solo dopo averlo incontrato, e quindi essersi riunito definitivamente con il fiume della sua ascendenza, tagliando i “rami morti” che lo separavano da esso, Dante continuò il suo vitale itinerario sino all’occhio di Dio, che poi scoprì essere il suo.

Le parole purtroppo, come il poeta stesso dice, non possono neanche remotamente rendere ciò che egli visse, ma nonostante ciò emerge chiaro dal suo racconto un elemento tipicamente ebraico: l’occhio come fonte di luce.

In pratica il poeta si accartoccia su se stesso al punto di arrivare a illuminare l’unica parte del corpo che vede ma non ci è stata data in visione, se non attraverso un mezzo intermedio qual è il riflesso di uno specchio.

Entrare in se stessi per trovare l’Origine

Misteriosa questa apparente impossibilità di entrare in se stessi, scoprendo così il mistero della luce, questo mettere luce davanti a luce, che nasconde una chiave fondamentale del libro della natura.

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro

(Matteo 18,15-20)

La natura ci insegna infatti una regola fondamentale: ogni cosa vive grazie ad un mezzo intermedio. E proprio questo guardare negli occhi di chi abita il nostro mondo interiore, o rispecchiarsi negli occhi del proprio fratello nel mondo esteriore, ossia osservare la propria vita riflessa come un raggio di sole sulla superficie della luna, è stato per Dante il ponte dal grembo alla vita.

Una sorta di regressum ad uterum fatto di luci e suoni più che di materia grezza; “indiarsi” lo chiamava lui, plasmando la lingua italiana a suo piacimento come farebbe un bambino, grazie alla flessibilità del Tedesco e del Latino, la chiarezza del Greco e la profondità dell’Ebraico.

E così consentendo anche alle “mulieres” del tempo, impegnate nei duri lavori di casa e impossibilitate allo studio, di intendere il suo messaggio semplice e puro. Il simile cerca il simile, e queste anime semplici e luminose sono infatti le perfette beneficiarie del messaggio evangelico, quello passato da Dante.

Uno sguardo che penetra nella luce

In una chiave più superficiale, lo “indiarsi” del poeta è quel penetrare definitivamente le Scritture utilizzando come scranno per raggiungerle la filosofia, proprio quella filosofia naturale e pagana tanto disprezzata da molti teologi, che fu invece per Dante (e per molti altri) il raccordo tra una vita di ignoranza e una vita virtuosa, ma ancor più quello tra una vita virtuosa e una vita vera.

Una vita in Cristo, in cui non si butta via nulla perché tutto è illuminato dalla stessa luce, dalla feccia al metallo più prezioso. Per questo in Matteo Gesù dice “riuniti nel mio nome”. Altrimenti possiamo guardarci negli occhi fino alle calende greche, e l’unica cosa che ne uscirà sarà falso giudizio, invidia e concupiscenza.

L’occhio di Dio è in questo caso il fine metaforico di un viaggio che passa per la sostanza intermedia della vita: la luce o “calore”, unica materia esistente in ogni luogo e quindi mezzo intermedio per eccellenza. Ma caratteristica della la luce è soprattutto l’unicità, attributo questo anche di Dio.

Materia unica, uniforme ed essenza totalmente informe, tanto da penetrare completamente se stessa e quindi infrangere le categorie di spazio e tempo. In essa si moltiplicano all’infinito i tempi e gli spazi, poiché tutto è perché in primis “luce fu”. Tempo e spazio, questi due giganti insormontabili, sono figli della luce. Stiamo parlando in pratica della base dell’esistenza materiale, della natura.

Dio ricerca ciò che è passato

Ora, quello che mi preme, visto che queste cose oggi sembrano così astruse e ideali, è di agganciare questo disquisire all’anelito profondo del nostro cuore, abitacolo di Dio. Come dice giustamente il Qohelet in un verso purtroppo tradotto male dall’Ebraico:

Dio ricerca ciò che è passato.

(Qoelet 3,15)

Il “calore”, la “radiazione di fondo” del nostro universo interiore ed esteriore, è sempre traccia di qualcosa che è già avvenuto, che avviene e che avverrà, e che noi tutti ricerchiamo segretamente nel nostro intimo.

La nostra mente va sempre avanti, ma il nostro cuore la riporta sempre indietro, non è vero? E allora, se vogliamo ritornare alla Genesi, lasciamolo andare indietro o meglio, visto che nella luce il tempo e lo spazio non ci sono, in dentro.

Che cosa succede se ci lasciamo trasportare nel film della nostra vita, senza porci limiti spazio-temporali? Arriviamo forse alla nostra fanciullezza o, per i più bravi, alla nostra nascita. Eppure se non ci poniamo limiti va da sé che bisognerebbe andare oltre, fino all’inizio o … fino alla fine?

Qui saltano le categorie base della nostra esistenza, salta il tempo e salta lo spazio, parliamo di Genesi o Apocalisse? Ecco dove sta il grande dilemma.

Se andiamo indietro con il tempo, se andiamo indietro con lo spazio, ci perdiamo nei miasmi della mente e non andiamo in dentro col cuore.

Sarebbe utile per un musicista rileggere lo spartito al contrario per capire da che grande sentimento sia nata l’idea della melodia? O per un architetto scomporre un palazzo fino a trovare la pietra di fondamento per carpire il lampo di genio del progettista?

Studio utile, dilettevole certo, che sezionerebbe tutta l’opera in maniera estremamente fredda e razionale. Eppure, rimanendo nella superficie spazio-temporale, non darebbe risposta.

Risalire la storia per andare oltre la storia

Per molti di noi è così, trovata l’origine storica, l’originale, siamo soddisfatti e non andiamo oltre. Ci accontentiamo dell’originale, disprezzando l’unico. Invece di saziare il nostro stomaco con il cibo che richiede, ci accontentiamo di un grande lecca-lecca, che però alla lunga ci lascia più affamati di prima.

Ma un bambino, statene sicuri, non sarebbe per nulla soddisfatto di quel metaforico lecca-lecca. Per lui tempo e spazio sono scontati, i genitori sono i suoi tempi e i suoi spazi, sono la natura che lo sorregge, lo nutre e lo fa sopravvivere.

Per questo può ancora permettersi di esperire il mondo oltre queste categorie, queste due colonne portanti del suo universo, che a breve dovrà imparare a reggere da solo. Questa purtroppo o per fortuna sarà la difficoltà più grande che incontrerà nel suo cammino.

Le tenebre interiori comprese e valorizzate

Occorre imparare a portare questo universo sulle spalle, in tutto il suo peso, in tutto il suo bene e in tutto il suo male. Non tralasciando nulla, non dimenticando nessun pianeta, nessuna costellazione, nessun buco nero, nessuna tenebra… dall’alfa all’omega.

Non c’è più colpa altrui, non c’è più un rivoltarsi contro l’esterno bensì un rivolgersi verso di esso. Emerge la presenza di un calore interiore che sale, ci conforta, scioglie i nodi e illumina la via in maniera direttamente proporzionale al peso che dobbiamo prenderci sulle spalle. E alla creatura non è mai dato più peso di quello che può reggere, non bisogna cadere infatti nel tranello di prendere un peso, che nostro non è.

Questo discernimento è il grande plus dell’adulto rispetto al bambino. Il dolore sale drammaticamente con la comprensione del mondo, ma più la tenebra è accolta, digerita, riconvertita in luce dal nostro stomaco interiore, più questa si espande in noi attirandoci verso la fonte da cui essa promana.

Il segreto del ritorno alla Genesi in realtà starebbe tutto qui, nell’illuminare tutto ciò che abbiamo vissuto, nell’amore, nella comprensione che un uomo o una donna prova per ciò che è passato. Una sorta di perdono totale e quindi di costante ripartenza a nuovo, una nuova nascita mentre si è già qui sulla terra.

Scendere in se stessi e superare i limiti

Ma alle nostre menti insaziabili questo non basta, vogliamo sapere come fare. La fede non basta più, serve anche la sapienza per sorreggere la speranza nel tempo in cui transitiamo faticosamente dalla tenebra alla luce, all’amore, alla vita.

E’ un’operazione delicata, immateriale eppure così reale perché ci coinvolge anima e corpo nella ricerca della nostra radice. Un lungo scavo nelle vene della terra, fino alla nostra natura animale, vegetale, minerale, primigenia. Uno scavo che ha dei limiti ben stabiliti, che vanno accettati per poter essere superati.

In questa dimensione notturna non si tratta più di tempi, ma di limiti. Non si tratta di accelerare, ma di superare. E per superare un limite basta conoscerlo, illuminarlo.

Si viaggia al lumicino, in un buio che altro non è che un enorme grembo al fine del quale c’è la luce che cerchiamo. Inutile cercare di bucare questo grembo, inutile cercare di forzarlo, inutile cercare di correre perché i suoi movimenti ci faranno cadere se non siamo stabili in questa costanza interiore.

Nascere troppo presto, significa morire. Ma anche farlo troppo tardi, soffocando nel bozzolo. Bisogna trovare i giusti tempi, questo ci dice la natura, che è essa stessa il tempo, essa stessa lo spazio. E’ la madre che con incessanti prove, ci prepara alla luce del padre.

I limiti, che vengono prima del tempo e dello spazio, sono la natura stessa. Questo enorme grembo fatto dal creatore, la cui geografia e i cui movimenti se conosciuti ci possono far comprendere, illuminare.

Ai più semplici spesso basta accettarne le regole, ai più curiosi, ai più tormentati dalla natura stessa, invece questo non basta. Non tutti abbiamo le stesse caratteristiche, ma siamo tutti uguali davanti ad essa, come riporta Luca:

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più

(Luca 12,48)

Luce chiama e cerca luce

Facciamo allora viaggiare il nostro occhio in questo grande antro, illuminandolo e facendoci trainare, facendoci attrarre sempre più verso una miniera infinita di luce, che sta giusto oltre la “porta” del grembo. C’è una parte di noi, che aspetta di ricongiungersi con l’altra parte. Il motivo? Sono entrambe luce:

Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate

(Salmi 41,8)

Il mondo viene ingoiato piano dalla luce, distrutto, digerito, e poi reso luminoso fino all’ultimo granello di terra, quella terra di cui siamo fatti dentro e fuori.

Omnia vincit amor et nos cedamus amori

(Virgilio, Bucoliche X, 69)

Articolo di Nicola Venturini

Photo: Unsplash

Simone Venturini

Simone Venturini

Biblista

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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