Un esorcimo in Piazza San Pietro?

18 Maggio 2022

Il primo libro della Bibbia si chiama Genesi, una parola che viene dal greco ghènesis (γένεσις) e significa “origine”, “inizio”. Per gli ebrei, invece, il titolo delle singole parti del Pentateuco coincideva con la prima parola di ciascuna di esse.

I primi versetti della Genesi

Il titolo ebraico della Genesi è infatti bereshìt (בְּרֵאשִׁית), così come esso compare nel testo tradotto direttamente dall’originale:

«In principio (in ebr. bereshìt) Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era deserta e informe (in ebr. tòhu wavòhu), le tenebre erano sulla superficie dell’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque»

Genesi 1,1-2

Questi due versetti racchiudono due diverse interpretazioni della creazione. La prima (in principio Dio creò il cielo e la terra) è una specie di affermazione generale per dire che Dio creò tutto ciò che esiste, indicandone i due estremi: cielo e terra.

La seconda, invece, è incentrata sulla terra appena creata: deserta e informe, la sua misteriosa realtà viene descritta con termini che sembrano richiamarsi a vicenda. Infatti l’«abisso» era spesso associato alle acque del mare, soprattutto quando era in tempesta. A sua volta, l’abisso fa pensare a uno spazio profondo, tenebroso e minaccioso.

L’insieme di queste immagini è genialmente resa da una parola della lingua greca: chaos.

I primi versetti della Genesi: la terra

La seconda parte del brano parla non solo della terra appena creata, ma anche della concezione che di essa aveva chi scrisse il libro della Genesi. Era, nell’immaginario dell’autore, un ambiente sempre in balia del caos acquatico, che non era considerato un’entità statica, bensì dinamica,

quasi personificata e sempre pronta a inghiottire l’habitat umano se Dio – fin dall’inizio – non l’avesse racchiuso dentro confini precisi:

«Poi ho fissato un limite [al mare] e gli ho messo chiavistello e porte e ho detto: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”»,

Giobbe 38, 10-11

Il caos

Che il caos fosse qualcosa di reale e perfino abitato da esseri sinistri emerge con particolare evidenza nell’interpretazione che gli ebrei danno all’espressione «deserta e informe», in ebraico tòhu wavòhu.

Si tratta di un vero rompicapo per i biblisti, che l’hanno tradotta in vari modi. Una di queste rese linguistiche è appunto quella che troviamo nelle bibbie in italiano: [la terra era] deserta e informe. Tuttavia, un modo assai più evocativo per comprendere quest’espressione

è di concepirlo come il grido sinistro del mostro degli abissi (gli ebrei, infatti, lo consideravano di per sé un suono spaventoso): tohù wavohù, tohù wavohù, tohu wavohù. Un mostro che verrà poi raffigurato nel Leviathan, un drago marino che incuteva terrore.

La bontà naturale e la bellezza della luce

Una realtà dinamica, dunque, e nettamente separata da ciò che fu creato all’inizio:

«Dio disse: “Sia la luce”. E la luce fu. Dio vide che la luce era buona (in ebr. tov) e separò la luce dalle tenebre».

Genesi 1,3-4

In ebraico l’aggettivo tov (טוֹב) – “buono” – indica non solo una qualità morale, ma anche un dettaglio estetico. Questo significato è pienamente confermato dalla traduzione greca di tov: kalòs (καλός) che in greco significa appunto buono e bello.

In altre parole, l’autore biblico non si limita a parlare della creazione della luce, ma in qualche modo dice qualcosa della sua natura. Lo farà anche in seguito quando, creando il sole, la luna e le stelle, (Genesi 1,14-19) indicherà implicitamente che la luce creata nel primo giorno della creazione non coincide con la luce degli astri, creati il quarto giorno.

La luce – così come la tenebra – non è da identificare con il naturale brillio degli astri del firmamento, ma indica piuttosto un’area separata dall’oscurità. Insomma, a mio avviso, la creazione della luce – diretta emanazione di Dio – coincide con la costituzione di un mondo luminoso, che appare diverso dalla terra e dagli astri che la illuminano. Il

mondo dell’uomo sarebbe invece tutto ciò cui il Signore darà vita durante i sette giorni della creazione e che farebbe parte dell’insieme descritto all’inizio della Genesi: «Dio creò il cielo e la terra». Anche in questo caso, il greco classico ha una parola per descrivere questo insieme: il kosmos (κόσμος ).

La presenza di Dio

In questi primi versetti, si iniziano a tessere i fili che ordiscono la trama sotterranea di tutta la Bibbia. Così come non si approfondirà mai abbastanza il senso pieno della parola iniziale bereshìt, che invece è di fondamentale importanza per la concezione del tempo nell’Antico Testamento.

Non si tratta, ovviamente, del tempo della storia, misurabile in giorni, mesi e anni e determinato dal movimento del sole e della luna (cfr. Genesi 1,14-19). Coinciderebbe, invece, col primo evento del tempo divino in rapporto al cosmo e alla terra. Un tempo che avrà un suo decorso, segnato da altri accadimenti, e che avrà anche una fine.

Tornando, però, al mondo di Dio, esso si manifesterà sempre più concretamente nella storia d’Israele, fino a essere quasi racchiuso nella tenda che Mosè farà erigere nel deserto (Esodo 35-40), contenente il segno della presenza di Dio in mezzo agli ebrei, i Dieci comandamenti, e immagine e prefigurazione del Tempio di Gerusalemme che sarebbe stato costruito dal re Salomone (cfr. 1 Re 6-8).

Il Tempio e il suo cortile erano considerati lo spazio sacro per eccellenza e rappresentavano, come in tutte le altre religioni, un cosmo in miniatura, un luogo ben delimitato che protegge chi si trova all’interno dall’avanzata delle forze del caos.

Oltre i secoli: l’esorcismo di Piazza San Pietro

Questa ricca simbologia permette al mistero della Bibbia di superare millenni di storia e di tornare a vivere anche negli spazi sacri della Chiesa Cattolica, per esempio in piazza San Pietro.

Nell’obelisco egizio che secondo Tacito proveniva dall’antica Heliopolis e che nel 1586 Sisto V fece trasferire dal luogo a fianco della basilica – ove sorgeva l’antico circo di Nerone – al centro della piazza, troviamo incisele parole latine che equivalgono al concetto biblico di forze del caos.

Infatti, ai piedi della stele, il papa fece inserire la formula dell’esorcismo allora più in voga, quello di Sant’Antonio:

ECCE CRUX DOMINIF

FUGITE

PARTES ADVERSAE

VICIT LEO

DE TRIBU JUDA

Il significato dell’espressione latina “partes adversae” è veramenteun’enigma. Molti la traducono con “avversità”, a cui però corrisponderebbe piuttosto il latino res adversae.

La formula iscritta nell’obelisco proviene invece dall’ambito forense e indica una delle due parti che si fronteggiano in tribunale. Si tratta perciò di uno schieramento o regione avversa, ossia una parte che combatte un’altra.

Partes adversae: forze del caos

A mio avviso, partes adversae è la migliore resa latina delle forze del caos che minacciano costantemente l’esistenza del cosmo.L’obelisco segnerebbe quindi lo spazio sacro – piazza San Pietro – i cui confini sono il limite simbolico tra il cosmo e il caos, tra il mondo di Dio e il mondo del male.

Non a caso,Gian Lorenzo Bernini volle che il colonnato rappresentasse due braccia aperte che accolgono coloro che si trovano al suo interno, a garanzia della protezione divina che – per i cattolici – è rappresentata dalla croce innalzata sulla sommità dell’obelisco.

Per molti esperti, la trama simbolica nascosta nel racconto della creazione, misteriosamente presente anche nei progetti dei più geniali architetti della storia, non avrebbe alcun valore storico, poiché si tratterebbe di immagini semplici e senza ulteriori rimandi.

Al contrario, penso che la simbologia comune a Bibbia e Chiesa sia ciò che permette al mondo di Dio di manifestarsi in quello contingente, sottraendo la vita degli uomini e delle donne di oggi da quella sensazione profonda e frustrante di essere sperduti e soli in mezzo al caos.

Ciò significa che, all’interno di uno spazio sacro come quello di Piazza San Pietro, l’uomo possa avvertire un senso di sicurezza profonda che gli deriva dalla consapevolezza di essere parte integrante del cosmo. Piazza San Pietro e la Basilica che si trova al suo interno, non sono infatti solo il Vaticano. Rappresenterebbero, anche e soprattutto, la Chiesa universale.

Simone Venturini

Simone Venturini

Simone Venturini, nato a Fano, Biblista e Professore di Ebraico e Studi biblici è da sempre in prima linea nel settore della divulgazione e della formazione. Vive a Roma insieme alla sua famiglia ed ha ricoperto ruoli importanti nelle più prestigiose università e istituzioni pontificie di Roma. La sua mission è quella di dare alla gente gli strumenti indispensabili per approfondire la Bibbia e capire il senso della vita e della storia.

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