🕯️ “Il mio spirito vien meno” – Gb 17,1-2
רוּחִי חֻבָּלָה
יָמַי נִזְעָכוּ
קְבָרִים לִי׃
אִם־לֹא הֲתֻלִים עִמָּדִי
וּבְהַמְּרוֹתָם תָּלַן עֵינִי׃
Ruchì chubbàlah,
yamày niz‘àkhu,
qevarìm lì.
’Im-lo hatulìm ‘immadì,
uvehammerotàm talàn ‘enì.
“Il mio spirito è consumato, i miei giorni si sono spenti; le tombe sono per me.
Non sono forse i beffardi con me? E fra le loro provocazioni veglia il mio occhio.” (Gb 17,1-2)
Il capitolo si apre con un’immagine di esaurimento totale. Giobbe dice che il suo spirito è consumato. Non è soltanto stanco nel corpo: è come se il respiro interiore, la forza vitale, la capacità stessa di reggere l’esistenza fosse ormai spezzata.
Poi aggiunge: “i miei giorni si sono spenti” (Gb 17,1). La vita è descritta come una lampada che non riesce più a restare accesa. I giorni non scorrono verso un futuro, ma verso la fine.
La frase “le tombe sono per me” è ancora più dura. Giobbe non vede davanti a sé una casa, una discendenza, una guarigione, una riabilitazione pubblica. Vede la tomba. Anzi, il plurale “tombe” può accentuare il senso di un destino funebre ormai totalizzante: il mondo dei vivi non gli offre più spazio.
Subito dopo, Giobbe parla dei beffardi (Gb 17,2). La sua sofferenza non è vissuta nel silenzio rispettoso, ma sotto lo sguardo di chi lo provoca. Il suo occhio “veglia” fra i loro insulti: significa che non riesce a riposare nemmeno di notte, perché la derisione degli altri resta davanti a lui.
Qui ritroviamo il tema di Giobbe 16: gli amici dovevano consolare, ma la loro presenza è diventata peso. Il sofferente non è soltanto ferito dalla malattia e dalla perdita. È ferito anche dallo sguardo degli altri.
Una delle sofferenze più grandi è questa: non solo stare male, ma sentirsi giudicati proprio mentre si sta male.
🤝 “Sii tu la mia garanzia presso di te” – (Gb 17,3-5)
שִׂימָה־נָּא עָרְבֵנִי עִמָּךְ
מִי הוּא לְיָדִי יִתָּקֵעַ׃
כִּי־לִבָּם צָפַנְתָּ מִּשָּׂכֶל
עַל־כֵּן לֹא תְרֹמֵם׃
Simàh-na ‘orvèni ‘immàkh,
mi hu leyadì yittaqèa‘?
Ki-libbàm tsafànta missàkhel,
‘al-ken lo teromèm.
“Poni, ti prego, una garanzia per me presso di te; chi altro stringerebbe la mia mano?
Poiché hai nascosto il senno al loro cuore, per questo non li farai trionfare.” (Gb 17,3-4)
Questo è uno dei momenti più sorprendenti del capitolo. Giobbe chiede a Dio di essere garante per lui. L’immagine è giuridica ed economica: qualcuno deve offrire una garanzia, una cauzione, un pegno a favore di un altro. Ma qui la richiesta è paradossale: Giobbe chiede a Dio di garantire Giobbe presso Dio.
La frase è quasi impossibile: “Sii tu il mio garante presso di te” (Gb 17,3).
Perché Giobbe può dire una cosa simile? Perché sulla terra non trova nessuno disposto a stringergli la mano. Nessuno vuole farsi carico della sua causa. Gli amici lo accusano. I conoscenti si allontanano. La comunità lo trasforma in oggetto di scherno. Allora Giobbe cerca in Dio stesso ciò che gli uomini gli negano.
Questo passaggio è strettamente collegato a Giobbe 16. Là Giobbe aveva detto: “Il mio testimone è nei cieli” (Gb 16,19). Qui precisa la richiesta: che Dio stesso diventi garante della sua verità (Gb 17,3).
Il versetto seguente parla degli amici: Dio ha nascosto il senno al loro cuore, perciò non li farà trionfare (Gb 17,4). Giobbe non li considera più sapienti. Essi parlano molto, ma non comprendono. Hanno un sistema religioso, ma non hanno discernimento. Vedono la sofferenza, ma non vedono l’innocente.
Il cuore del sofferente, dunque, cerca una garanzia più alta dello sguardo umano.
🧍 Ludibrio dei popoli, ombra di se stesso – (Gb 17,6-10)
וְהִצִּיגַנִי לִמְשֹׁל עַמִּים
וְתֹפֶת לְפָנִים אֶהְיֶה׃
וַתֵּכַהּ מִכַּעַשׂ עֵינִי
וִיצֻרַי כַּצֵּל כֻּלָּם׃
יָשֹׁמּוּ יְשָׁרִים עַל־זֹאת
וְנָקִי עַל־חָנֵף יִתְעֹרָר׃
וְיֹאחֵז צַדִּיק דַּרְכּוֹ
וּטְהָר־יָדַיִם יֹסִיף אֹמֶץ׃
Wehitstsiganì limshòl ‘ammìm,
wetòfet lefanìm ’ehyèh.
Wattekhàh mikka‘as ‘enì,
witsurày kattsel kullàm.
Yashòmmu yesharìm ‘al-zot,
wenakì ‘al-chanèf yit‘oràr.
Weyo’achèz tsaddìq darkò,
utehàr-yadàyim yosìf ’omets.
“Egli mi ha posto come proverbio dei popoli, e sono diventato uno sputo in faccia.
Il mio occhio si offusca per il dolore, e tutte le mie membra sono come ombra.
Gli uomini retti restano stupiti di questo, e l’innocente si indigna contro l’empio.
Ma il giusto mantiene la sua via, e chi ha mani pure cresce in coraggio.” (Gb 17,6-9)
Giobbe ora descrive la propria umiliazione pubblica.
È diventato “proverbio dei popoli” (Gb 17,6). La sua storia viene trasformata in esempio negativo, in caso da commentare, in oggetto di discorso pubblico. Non è più visto come persona, ma come simbolo di disgrazia.
L’espressione seguente è ancora più umiliante. Il testo ebraico è difficile, ma il senso generale indica disprezzo estremo, come se Giobbe fosse diventato oggetto di sputo davanti agli altri (Gb 17,6). La sofferenza qui non è solo fisica: è sociale. Giobbe è degradato agli occhi della comunità.
Poi dice che il suo occhio si offusca per il dolore e che le sue membra sono come ombra (Gb 17,7). L’uomo che un tempo era forte, rispettato, circondato, ora si percepisce come figura evanescente. Non è più pienamente presente tra i vivi. È già quasi un’ombra.
Eppure, subito dopo, compare una frase inattesa: gli uomini retti si stupiscono, l’innocente si indigna contro l’empio, il giusto mantiene la sua via e chi ha mani pure cresce in coraggio (Gb 17,8-9).
Questi versetti sono molto importanti. Giobbe non lascia l’ultima parola al disprezzo. La sua vicenda scandalizza gli onesti: essi capiscono che qualcosa non torna. Se un innocente viene trattato come empio, allora il giusto deve indignarsi.
Il v. 9 sembra quasi una piccola professione di resistenza. Il giusto continua nella sua via. Chi ha mani pure non si arrende, ma “aggiunge forza”.
Questo non significa che Giobbe stia bene. Non significa che abbia ritrovato serenità. Ma significa che la sua coscienza non è stata distrutta. Il corpo è quasi ombra, ma l’integrità resiste.
🌑 I progetti svaniti e la falsa luce degli amici – (Gb 17,10-12)
וְאוּלָם כֻּלָּם תָּשֻׁבוּ וּבֹאוּ נָא
וְלֹא־אֶמְצָא בָכֶם חָכָם׃
יָמַי עָבְרוּ
זִמֹּתַי נִתְּקוּ
מוֹרָשֵׁי לְבָבִי׃
לַיְלָה לְיוֹם יָשִׂימוּ
אוֹר קָרוֹב מִפְּנֵי־חֹשֶׁךְ׃
We’ulàm kullàm tashùvu uvò’u na,
welo-’emtsà vakhem chakhàm.
Yamày ‘avrù,
zimmotày nittqù,
morashè levavì.
Làyelah leyòm yasìmu,
’or qaròv mippnè-chòshekh.
“Ma voi tutti tornate pure, venite: non troverò fra voi un sapiente.
I miei giorni sono passati, i miei progetti sono spezzati, i desideri del mio cuore.
Essi cambiano la notte in giorno; dicono che la luce è vicina davanti alle tenebre.” (Gb 17,10-12)
Giobbe sfida gli amici a tornare pure a parlare. Ma ormai ha perso ogni fiducia nella loro sapienza: “Non troverò fra voi un sapiente” (Gb 17,10).
È una frase dura, ma coerente con tutto il dialogo. Gli amici hanno citato tradizione, esperienza, dottrina, moralità. Ma non hanno saputo leggere il caso concreto di Giobbe. Hanno spiegato, ma non compreso. Hanno parlato, ma non ascoltato.
Poi Giobbe torna su se stesso: i suoi giorni sono passati, i suoi progetti sono spezzati, i desideri del suo cuore sono stati recisi (Gb 17,11).
Qui il dolore non riguarda soltanto ciò che Giobbe ha perso nel passato. Riguarda anche il futuro che non avrà. Non ci sono più progetti, non ci sono più attese, non c’è più una vita da immaginare. La sofferenza non distrugge soltanto il presente: può distruggere anche il domani.
Il v. 12 è molto sottile. “Cambiano la notte in giorno; dicono che la luce è vicina davanti alle tenebre” (Gb 17,12). Probabilmente Giobbe sta criticando gli amici, che continuano a parlare di una luce imminente, di un possibile ristabilimento, di una soluzione facile, senza accogliere davvero la notte in cui egli si trova.
È la falsa consolazione dell’ottimismo religioso.
Gli amici dicono: la luce è vicina. Giobbe risponde: voi chiamate giorno ciò che per me è ancora notte. Non basta nominare la luce per farla arrivare. Non basta dire “andrà tutto bene” quando una persona si sente già vicina alla tomba.
Giobbe 17 smaschera così anche le consolazioni frettolose: a volte il sofferente non ha bisogno che qualcuno gli dica che la luce è vicina. Ha bisogno che qualcuno riconosca quanto è vera la sua notte.
⚰️ “La tomba è la mia casa” – Gb 17,13-14
אִם־אֲקַוֶּה שְׁאוֹל בֵּיתִי
בַּחֹשֶׁךְ רִפַּדְתִּי יְצוּעָי׃
לַשַּׁחַת קָרָאתִי אָבִי אָתָּה
אִמִּי וַאֲחֹתִי לָרִמָּה׃
’Im-’aqawwèh, she’òl betì;
bachòshekh rippàdti yetsu‘ày.
Lashshàchat qarà’ti: ’avì ’attàh;
’immì wa’achotì larimmàh.
“Se posso sperare qualcosa, lo she’òl è la mia casa; nelle tenebre ho disteso il mio giaciglio.
Alla fossa ho gridato: ‘Tu sei mio padre’; al verme: ‘Mia madre e mia sorella siete voi’.” (Gb 17,13-14)
Qui Giobbe scende nel linguaggio più cupo del capitolo.
Se deve ancora sperare qualcosa, dice, allora la sua speranza è lo she’òl, il mondo dei morti (Gb 17,13). La tomba diventa casa. Le tenebre diventano letto. Il luogo della fine diventa l’unico spazio rimasto.
Il contrasto con Giobbe 14 è significativo. Là Giobbe aveva immaginato, per un istante, che Dio potesse nasconderlo nello she’òl e poi ricordarsi di lui (Gb 14,13-15). Qui l’immagine è più buia. Lo she’òl non è un nascondiglio temporaneo in attesa del ricordo di Dio. È la casa definitiva che Giobbe sente ormai davanti a sé.
Poi il linguaggio diventa ancora più drammatico: Giobbe chiama la fossa “padre” e i vermi “madre” e “sorella” (Gb 17,14).
È un rovesciamento terribile dei legami familiari. Dopo aver perso i figli, dopo essere stato abbandonato dagli amici, dopo essere diventato oggetto di scherno, Giobbe sente di avere come unica parentela la decomposizione. La fossa e i vermi diventano la sua nuova famiglia.
Questa immagine non va addolcita troppo in fretta. Il testo vuole farci sentire fino in fondo il punto in cui Giobbe è arrivato. Egli non parla della morte in modo teorico. La sente già addosso. La morte non è un evento futuro: è una compagnia presente.
E tuttavia, proprio perché il libro osa dire questo, esso diventa profondamente umano. La Bibbia non ha paura di dare parole anche ai pensieri più oscuri del sofferente.
❓ “La mia speranza dov’è?” – (Gb 17,15-16)
וְאַיֵּה אֵפוֹ תִקְוָתִי
וְתִקְוָתִי מִי יְשׁוּרֶנָּה׃
בַּדֵּי שְׁאֹל תֵּרַדְנָה
אִם־יַחַד עַל־עָפָר נָחַת׃
We’ayyèh ’efo tiqwatì?
Wetiqwatì mi yeshurènnah?
Baddè she’òl teràdnah,
’im-yàchad ‘al-‘afàr nàchat.
“E dov’è dunque la mia speranza? La mia speranza, chi la vedrà?
Scenderà forse alle sbarre dello she’òl, quando insieme caleremo nella polvere?” (Gb 17,15-16)
Il capitolo si chiude con la domanda sulla speranza.
Giobbe non dice semplicemente: “Non ho speranza”. Dice: “Dov’è la mia speranza?” (Gb 17,15). È una domanda più dolorosa, perché lascia intuire che la speranza forse c’era, o dovrebbe esserci, ma ora non è più visibile.
La speranza è diventata irreperibile. Poi Giobbe chiede: chi la vedrà? (Gb 17,15). Se tutto scende nello she’òl, se tutto cala nella polvere, se la vita termina in una via senza ritorno, chi potrà vedere la speranza di Giobbe?
Il v. 16 è difficile, ma il senso generale è chiaro: la speranza sembra scendere con lui nel mondo dei morti. Non resta sulla terra come futuro possibile. Non brilla nel presente. Sembra accompagnarlo nella polvere.
Questa chiusa è durissima. Dopo il lampo del “testimone nei cieli” di Giobbe 16, qui la speranza sembra oscurarsi di nuovo. Ma proprio questa oscillazione è tipica del libro: Giobbe non procede in linea retta. Passa dalla protesta alla domanda, dalla domanda alla speranza, dalla speranza alla disperazione, dalla disperazione a un nuovo appello.
Il libro non semplifica l’anima umana. Giobbe 17 termina nella polvere. Ma non termina nel silenzio. Perché anche chiedere “dov’è la mia speranza?” significa che la speranza non è stata dimenticata del tutto. È perduta, ma ancora cercata. Invisibile, ma ancora nominata.
📚 Bibliografia essenziale
David J. A. Clines, Job 1–20, Word Biblical Commentary 17, Dallas: Word Books, 1989.
John E. Hartley, The Book of Job, New International Commentary on the Old Testament, Grand Rapids: Eerdmans, 1988.
Norman C. Habel, The Book of Job: A Commentary, Old Testament Library, Philadelphia: Westminster Press / Westminster John Knox Press, 1985.
Marvin H. Pope, Job: Introduction, Translation, and Notes, Anchor Bible 15, Garden City, NY: Doubleday, 1965.
Carol A. Newsom, The Book of Job: A Contest of Moral Imaginations, Oxford: Oxford University Press, 2003.
Samuel E. Balentine, Job, Smyth & Helwys Bible Commentary, Macon, GA: Smyth & Helwys, 2006.
Tremper Longman III, Job, Baker Commentary on the Old Testament Wisdom and Psalms, Grand Rapids: Baker Academic, 2012.
Choon-Leong Seow, Job 1–21: Interpretation and Commentary, Illuminations Commentary Series, Grand Rapids: Eerdmans, 2013.
Kathryn M. Schifferdecker, Out of the Whirlwind: Creation Theology in the Book of Job, Harvard Theological Studies 61, Cambridge, MA: Harvard Divinity School / Harvard University Press, 2008.
Francis Brown, S. R. Driver, Charles A. Briggs, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament, Oxford: Clarendon Press, 1906; edizione elettronica enhanced Logos, 2000.











