Quando il potere si fa idolo (Gdt 2-3)

11 Novembre 2025

🕊️ 1. I protagonisti e i loro nomi

Ναβουχοδονόσορ – Nabuchodonosor → “Nebo protegge la corona”
(dall’accadico Nabû-kudurri-uṣur). Re d’Assiria nel racconto di Giuditta (in realtà anacronismo storico, poiché Nabucodonosor fu re di Babilonia): qui rappresenta il potere politico che pretende adorazione, immagine del sovrano divinizzato che incarna l’arroganza umana contro Dio.

Ὁλοφέρνης – Oloferne → “Distruttore della montagna” o “Colui che porta rovina”
(dal persiano Hulâ-farnah). Generale potente e crudele di Nabucodonosor. È il braccio armato dell’impero, simbolo della forza cieca che serve un potere idolatrico.

Βαγώας – Bagoas → “Dono di Dio”
(dal persiano Bagôya). Eunucho e servo fedele di Oloferne, rappresenta la funzione servile del potere, colui che mantiene le apparenze ma non ha vera libertà.


⚔️ 2. L’ordine di conquista di Nabucodonosor

«Nel diciottesimo anno, il ventidue del primo mese, Nabucodonosor, re d’Assiria, che regnava a Ninive, la grande città, decretò di vendicarsi di tutta la terra, come aveva minacciato. Convocò tutti i suoi ministri e i suoi capi militari, tenne consiglio con loro e decise di annientare tutti i popoli della regione.» (Giuditta 2,1-5)

Il capitolo 2 si apre con un decreto imperiale. Nabucodonosor, umiliato dal rifiuto delle nazioni di partecipare alla sua campagna contro Arfacsad (cf. Gdt 1,11–12), decide di sterminare chiunque non lo abbia sostenuto.
L’autore costruisce la scena con tono apocalittico: un re che parla come un dio e un editto che ricorda un “giudizio universale” al contrario.

  • Carey A. Moore sottolinea che qui “l’autore dipinge Nabucodonosor con tratti sovraumani, parodia deliberata della maestà divina” (Anchor Bible: Judith, 1985, p. 80).
  • Gianfranco Ravasi interpreta questa sezione come “la teologia del potere rovesciata”: il re agisce come un anti-YHWH che pretende culto (Giuditta, Paoline, 2002, p. 61).
  • Lawrence M. Wills nota che il tono è volutamente iperbolico: “l’autore amplifica il potere del tiranno per mostrare più grande la vittoria della donna che lo distruggerà” (The Jewish Novel in the Ancient World, 1995, p. 45).

🛡️ 3. L’investitura di Oloferne e l’esercito sterminato

«Nabucodonosor chiamò Oloferne, capo supremo del suo esercito, secondo in comando dopo di lui, e gli disse: “Così dice il grande re, signore di tutta la terra: va’, prendi con te centoventimila fanti e dodicimila cavalieri e marcia contro tutta la regione a occidente! (...) Io consegno tutto nelle tue mani: non risparmiare nessuno, distruggi ogni cosa!”» (Gdt 2,13-20)

Oloferne è il perfetto esecutore del male: non ragiona, non discute, ma “obbedisce come un dio obbediente a un altro dio”.
Il numero dell’esercito è volutamente enorme (120.000 fanti, 12.000 cavalieri): simbolo della potenza disumana di un impero che annienta ogni diversità.

  • Moore parla di una “narrazione volutamente gonfiata di cifre” per creare “un effetto epico e minaccioso” (AB, 1985, p. 81).
  • Ravasi nota il parallelismo ironico con l’Esodo: come il faraone insegue Israele con carri e cavalli, così Oloferne “rappresenta la ripetizione del potere che Dio distruggerà” (Paoline, 2002, p. 63).
  • Wills evidenzia il linguaggio liturgico invertito: le formule “così dice il grande re” imitano le formule profetiche (“così dice il Signore”), creando un effetto di blasfemia strutturale (1995, p. 47).

🏜️ 4. Il cammino di devastazione

«Partì Oloferne con tutto il suo esercito (...) attraversò la pianura, devastò la regione, incendiò le tende e saccheggiò i campi. (...) Tutti i popoli si piegarono davanti a lui, gli offrirono corone e si prosternarono a terra davanti a lui. (...) Allora gli Israeliti, che abitavano nella regione montuosa, mandarono messaggeri a chiedere pace e gli dissero: “Noi siamo i servi del grande re Nabucodonosor; faremo tutto ciò che ci comandi.”» (Gdt 2-23-27; 3,1-3)

La descrizione è cinematografica: l’esercito di Oloferne si muove come una tempesta che abbatte ogni cosa. Tutti si arrendono, tutti lo adorano. L’autore insiste sulla prosternazione dei popoli: un atto di culto religioso, non solo politico.
Solo Israele, chiuso nella regione montuosa, resta come ultimo baluardo.

  • Moore e Ravasi notano che la “pianura” (v. 23) rappresenta il mondo aperto al potere idolatrico, mentre la “montagna” di Israele è il luogo del rifiuto e della fede.
  • André-Marie Dubarle (Le Livre de Judith, 1966, p. 88) interpreta il viaggio di Oloferne come una “liturgia negativa”: egli passa e ogni popolo celebra un culto idolatrico, offrendo corone e prostrazioni.
  • Hanhart evidenzia che “il racconto non è solo storico, ma simbolico: il male avanza come una parodia di processione sacra” (Das Buch Judit, 1979, p. 74).

🕍 5. Le suppliche e l’apparente resa dei popoli

«Egli marciò con tutto il suo esercito contro di loro, devastò la loro terra, tagliò i loro alberi, sterminò i loro armenti e distrusse ogni loro città. Poi si accampò nella pianura di Esdrelon, presso Dotain, che è di fronte al grande monte di Giuda. Lì rimase un mese per riunire tutto il bottino del suo esercito.» (Gdt 3,8-10)

Dopo la serie di vittorie, Oloferne si ferma. È una calma apparente, preludio alla sfida contro Betulia e contro Giuditta stessa (capitoli 4–7).
L’autore mette in scena un mondo ormai conquistato, tranne uno spazio di libertà che resta sulle alture: là dove si nasconde la fede.

  • Ravasi interpreta la sosta a Dotain come “il silenzio prima della tempesta”, un modo letterario per costruire tensione narrativa (Paoline, 2002, p. 65).
  • Wills sottolinea che l’autore “usa la geografia come teologia”: le pianure appartengono al potere umano, le montagne al Dio d’Israele (1995, p. 49).
  • Moore chiude il commento a questi capitoli ricordando che “tutto è pronto: il tiranno è pieno di gloria, ma la sua caduta è già scritta” (1985, p. 83).

🧩 Appendice – Nabucodonosor come archetipo del potere idolatrico

L’autore di Giuditta non intende scrivere una cronaca storica. Egli costruisce Nabucodonosor come archetipo di ogni potere totalitario che pretende adorazione e uniformità. Tre elementi narrativi ne definiscono la funzione simbolica:

  1. L’anacronismo storico – Nabucodonosor è chiamato “re d’Assiria che regna a Ninive” (Gdt 1,1), un errore voluto. L’autore fonde più imperi (Assiria, Babilonia, Persia) per dire che il male non è un periodo, ma un sistema che ritorna.
  2. Il linguaggio profetico usurpato – Le parole del re (“Così dice il grande re”, 2,13) imitano la formula “Così dice il Signore”, ma al contrario: un potere umano che imita la voce divina. È parodia teologica.
  3. La teologia dell’immagine – Tutti i popoli si prostrano davanti a lui (3,8). Nabucodonosor è una icona rovesciata: l’uomo che vuole farsi adorare come immagine di Dio, ma che diventa immagine del nulla.

📘 Ravasi scrive che Giuditta “trasforma il tiranno in un mito negativo: non è più Nabucodonosor storico, ma l’immagine perenne dell’impero che chiede culto e distrugge la libertà” (Paoline, 2002, p. 59).
📘 Dubarle aggiunge che “il libro rovescia la teologia imperiale: non il sovrano è divino, ma Dio solo è sovrano” (Le Livre de Judith, 1966, p. 91).
📘 Wills conclude che “l’autore fa del re una figura apocalittica del male sistemico, anticipando il linguaggio dell’Anticristo e dell’Impero idolatrico dell’Apocalisse” (1995, p. 52).


📚 Bibliografia essenziale

  • Carey A. Moore, Judith. A New Translation with Introduction and Commentary, Anchor Bible 40, New York: Doubleday, 1985, pp. 80–83.
  • Gianfranco Ravasi, Giuditta, Milano: Paoline, 2002, pp. 59–65.
  • Lawrence M. Wills, The Jewish Novel in the Ancient World, Ithaca: Cornell University Press, 1995, pp. 45–52.
  • André-Marie Dubarle, Le Livre de Judith. Texte, introduction et commentaire, Paris: Gabalda, 1966, pp. 88–91.
  • Robert Hanhart, Das Buch Judit, Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht, 1979, pp. 74–76.

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