Da un punto di vista storico, i due fratelli rappresenterebbero agli occhi dell’autore due nazioni tra loro rivali: gli Israeliti (Giacobbe) e gli Edomiti (Esaù).
Questo livello di lettura spiegherebbe l’intenzione dell’autore e il messaggio teologico che ne deriverebbe: Dio sta dalla parte di Israele, ossia di Giacobbe.
Il disagio di una comprensione superficiale
Anche in questo caso, però, l’imbarazzo e la perplessità sono ancora più forti. Ciò a causa dell’immagine di Dio che consegue da questa lettura: Dio sta dalla parte dei furbi!
A questo punto biblisti e teologi se la cavano dicendo che qui viene offerta un’immagine di Dio ancora assai primitiva.
Ma è proprio vero che il Dio dell’Antico Testamento è così primitivo?
E’ proprio vero che gli autori della Bibbia non sapevano distinguere tra giustizia e ingiustizia?
E’ proprio vero che che essi credevano in un Dio che premia la scaltrezza contro un diritto fondamentale della società patriarcale ebraica?
Essi certamente appartenevano ad un ambiente storico, culturale e religioso assai diverso dal nostro, ma non per questo erano più “rozzi” di noi riguardo all‘immagine di Dio, anzi!
Le leggi codificate nel Pentateuco e che erano alla base della vita degli antichi israeliti riflettono una concezione molto profonda della natura di Dio e della benevolenza nei riguardi dell’uomo che agisce rettamente (cfr. per es. Dt 6-7).
L’archetipo dei fratelli rivali
Una domanda allora è importante: perché questo è uno dei brani più famosi della Bibbia? Uno di quelli che viene più spesso ricordato e raccontato anche ai bambini?
La rivalità tra Israeliti ed Edomiti è storicamente accertata. Di qui però non discende un messaggio teologico, ossia una certa immagine o un concetto di Dio.
Piuttosto, questo fatto storico è stato raccontato e tramandato a partire da un vissuto profondo comune a tutti gli uomini di tutti i tempi: il motivo universale (ossia archetipico) dei fratelli o delle sorelle rivali.
Esso ricorre, per esempio, nelle fiabe dei fratelli Grimm, ma anche nel patrimonio fiabesco dei popoli, nella mitologia sudamericana.
Essere fratelli minori non è sempre uno svantaggio
Ora però qual è il significato di questo racconto a partire da una lettura profonda della Bibbia? Infatti, il problema degli archetipi è che possono essere interpretati in una gran quantità di modi possibili.
Gli autori della Bibbia certamente si identificavano con Giacobbe, l’antenato comune che poi sarà chiamato “Israele” (cfr. Gen 32,23-33). Perciò ogni israelita si riconosceva nel fratello più scaltro, più furbo.
Si tratta però di una furbizia che ha come obiettivo la primogenitura, un diritto che comunque sarebbe spettato ad Esaù. Dal fatto storico – rivalità tra Israeliti e Edomiti – scaturisce perciò un messaggio non teologico, ma umano e universale.
Le abilità che un fratello minore necessariamente sviluppa
Il fratello minore, ossia la parte più debole, di fronte al fratello maggiore, ossia la parte più forte e tutelata, può comunque farsi strada nella vita grazie alla furbizia, alla scaltrezza.
Una scaltrezza ed abilità che rappresenterebbe ciò che il fratello minore in genere acquisisce proprio in virtù della supremazia ereditaria schiacciante del maggiore.
Una scaltrezza ed abilità che, spesso, permettono al fratello minore di raggiungere traguardi ed effettuare imprese anche più grandi del fratello maggiore.
Carattere dominante?
Giacobbe, infatti, era un uomo “tranquillo” che abitava sotto le tende (cfr. Gen 25,27) a differenza di Esaù “abile nella caccia”.
Una tranquillità che però cela grandi risorse e potenzialità interiori che vengono abilmente sfoderate al momento giusto.
Esaù, forte delle sue prerogative, è un uomo concreto, materiale dominato dagli istinti (cfr. Gen 25,30.32) che gli fanno perdere di vista ciò che veramente conta nella vita.
Questo significato non è valido solo per gli ebrei o solo per chi legge la Bibbia, ma per qualsiasi uomo o donna di ogni tempo e di ogni luogo.
Una piena fiducia in se stessi
Cosa c’entra Dio in tutto questo? Nulla e tutto. Si tratta di abilità acquisite da parte del fratello minore, di ogni fratello (o sorella) minore.
Di chi non per nascita, non per diritti naturali, non per lignaggio, non per raccomandazione, ma perché forte del proprio valore e della propria abilità umana riesce a farsi strada nella vita.
Su questa esistenza, segnata dalla libertà e dalla fiducia in se stessi, brilla la stella di Dio, come sarebbe brillata anche per il ‘fratello o sorella minore’ se solo avesse saputo che oltre la ‘caccia’ c’è anche la ‘scoperta’ di se stessi!
(Questa riflessione è liberamente tratta da Eugen Drewermann, Esegesi del profondo ed esegesi, vol. I, Queriniana, 124-126)
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