Tobia: un viaggio per scoprire se stessi

    Rembrandt van Rijn (1606-1669) – Tobia addormentato – Museum Boijmans Van Beuningen

    “Tobia” – nome ebraico che significa “Dio è il mio bene” – è il titolo di uno dei tre libretti che rappresentano il fiore all’occhiello della narrativa biblica. Gli altri due sono Giuditta ed Ester. Nelle nostre bibbie essi sono inseriti tra i libri storici, perché contengono alcune allusioni ad un certo periodo della storia. Queste allusioni servono però solo a proiettare nel glorioso passato di Israele il periodo storico in cui visse l’autore del libro. Non si tratta perciò di libri che narrano una storia veramente accaduta.

    La loro bellezza e verità non va perciò ricercata nella realtà delle situazioni e dei personaggi del libro, ma in ciò che quelle situazioni e quei personaggi evocano dentro di noi. Si tratta di racconti che forniscono un modello per comprendere nel profondo noi stessi e per capire come Dio assista ogni uomo che decide di incamminarsi verso la piena realizzazione di sé.

    In che epoca visse l’autore del libro di Tobia?

    L’autore del libro viveva in un periodo non facile della storia d’Israele. intorno al III secolo a.C. Era il periodo di piena espansione della cultura greca, che seguì la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro Magno. Molte delle usanze greche erano in forte contrasto con lo stile di vita che la Bibbia e la tradizione ingiungevano all’ebreo osservante. Un contrasto che raggiungerà il suo culmine poco dopo, quando in Giudea salirà al potere Antioco IV Epifane che introdusse con la forza i costumi, la lingua e il modo di pensare ellenistici, suscitando così la violenta reazione dei conservatori, fra i quali i famosi “fratelli maccabei”. Il libro di Tobia riflette un periodo di poco precedente ed anche se il conflitto culturale e religioso non era ancora giunto a tali livelli, tuttavia il problema del rapporto tra identità religiosa e confronto con il mondo esterno era già particolarmente avvertito e diversi erano gli atteggiamenti degli ebrei di fronte alle sfide della cultura ellenistica.

    C’era chi viveva la propria religiosità in modo rigido, senza apertura alcuna nei riguardi del nuovo clima culturale della società ellenistica. C’era invece chi accoglieva acriticamente gli usi e costumi greci, abbandonando le tradizioni dei padri. C’era anche chi tentava una via intermedia, cercata in un confronto intelligente con il mondo circostante, quale occasione per approfondire la propria umanità alla luce di una fede autentica e rinnovata nel Dio dei padri. L’autore del libro di Tobia, secondo me, apparteneva a quest’ultima categoria di persone.

    Qual è il tema del libro di Tobia?

    Nel libro di Tobia si narra la storia di due famiglie: la famiglia di Tobi e Anna e quella di Tobia e Sara. Si narra però anche il percorso umano e spirituale di ciascuno dei suoi componenti.

     TOBI (e Anna)

    I dettagli della sua vita personale, come per esempio il fatto che fosse orfano di Padre (cfr. Tb 1,15) e che quindi dovette crescere da solo, sono posti in secondo piano di fronte all’unico aspetto della vita di Tobi che viene esaltato: la sua irreprensibilità e la sua fedeltà a Dio. Essa funge quasi da frontespizio del libro: Io Tobi, passavo i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia. Ai miei fratelli e ai miei compatrioti, che erano stati condotti con me in prigionia a Ninive, nel paese degli Assiri, facevo molte elemosine (Tb 1,3). Anzi, lui era l’unico della sua tribù d’origine ad aver preservato l’autentica fede dei Padri (cfr. Tb 1,4 ss.). Un uomo solo contro un mondo circostante lontano da Dio; il modello un po’ ostentato di ogni perfetto israelita (cfr. anche Tb 1,10-12). Il suo compito era quello di seppellire i morti lasciati sulle strade (Tb 1,17ss.). Un’opera certamente degna e lodata dalla Bibbia (cfr. 2 Sam 21), ma che rivela forse qualcosa di Tobia; perché tra tutte le opere di misericordia corporale, Tobia scelse proprio quella di seppellire i morti? Perché tutta questa ricerca della morte, piuttosto che della vita?

    Tanto più che, in un momento di festa, insieme alla sua famiglia, egli si alza dal pranzo per andare a seppellire un morto. La Bibbia nota che poi Tobi “prese il pranzo con tristezza” (cfr. Tb 2,3-5). La festa per lui non era mai iniziata, nessuna gioia, nessuna felicità: egli piange (cfr. Tb 2,7). Ciò che sembra mancare alla sua vita è la gioia della sua esperienza di fede. Una vita di lotta contro tutti, triste amara ed isolata. Forse questo è il significato simbolico della sua cecità (cfr. Tb 2,9-11). Meglio ignorare per sempre un mondo – gli escrementi dell’uccello? – che non capisce l’assoluta onestà di Tobi. Alcuni potrebbero obiettare dicendo che si tratta solo di cecità fisica, di un ulteriore disagio del fedele Tobi. Allora perché solo un angelo – essere spirituale – avrebbe potuto guarirlo? (Se vuoi avere tutto il testo, acquistalo a soli 0,99 cent. su Amazon.it – clicca qui)

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