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Tobia, il simbolo del pesce e il demonio

Conoscere i propri istinti e indirizzarli al bene di se stessi

Il piccolo libro di Tobia occupa nella Bibbia un posto irrilevante, tuttavia è ricco di simboli. Esso è databile intorno al III sec. a.C. e riflette un periodo in cui gli Ebrei dovettero confrontarsi con il mondo ellenistico.

Tra tramonto ed aurora

Nel sesto capitolo, Tobia vive un’esperienza fondamentale posta tra il suo passato e il suo futuro.

Tobia era partito da un luogo posto ad occidente – dove viveva suo padre Tobi – per recarsi in oriente. Dal punto cardinale in cui il sole tramonta, a quello dove il sole sorge.

Il ciclo tramonto/notte/aurora è di fondamentale importanza in tutte le religioni. Esso rappresenta alcuni momenti della vita, dove tutto sembra finire e si è nel buio.

Si narra che Tobia, di notte, stava lungo un fiume. Ad un certo punto, un grosso pesce cerca di inghiottirlo. Ciò che nel testo viene descritto in pochi versetti, nella vita può comportare l’esperienza di anni ed anni.

La sera è la relazione passata di Tobia con i propri genitori, soprattutto con Anna sua madre. La madre era angosciata alla prospettiva di perdere il figlio, instillando in lui il senso di colpa (cfr. 6,15). La notte è invece l’esperienza vissuta al Tigri.

Il fiume

Tra i vari simboli, il fiume è allo stesso tempo una distesa d’acqua e un confine. L’acqua del mare e dei fiumi, nella Bibbia, rappresenta sia la morte che la vita (cfr. per es, Es 14).

Esso rappresenta anche un mondo umano interiore sconosciuto che può essere integrato nella propria personalità, così che l’esistenza ne risulti arricchita e compiuta.

Il fiume come confine rappresenta il passaggio da una fase all’altra della vita di Tobia.

Il pesce, l’angoscia e la sessualità

Il grosso pesce, un altro tra i simboli del libro, ricorda un po’ altri grossi pesci, come quello che inghiottisce Giona (Giona 2,1).

Il ventre del pesce rappresenta per Giona il buio e l’angoscia (cfr. Giona 2,3) che dev’essere superata e vinta, prima di entrare in una nuova fase di rapporto con Dio e con se stessi, recuperare un’autentica fiducia negli altri ed infine svolgere il proprio compito.

Per angoscia, infatti, non guardiamo dentro noi stessi. Soprattutto quando si è giovani – ma non solo – quest’angoscia riguarda soprattutto la sfera affettiva, quella delle pulsioni sessuali.

Ecco il senso del pesce che voleva divorare il piede che nella Bibbia è spesso simbolo dell’organo sessuale maschile.

Risulta allora comprensibile tutto lo sdegno che i farisei provarono allorché la peccatrice lavò con le lacrime ed asciugò coi capelli i piedi di Gesù (Luca 7,37-38; cfr. ancora 2 Samuele 11,8).

L’assalto degli istinti sessuali

Lontani dalla casa paterna e materna, il mondo dell’affettività, degli istinti si risvegliano in Tobia e possono avere libero sfogo. Le vie sono due: o si lascia divorare da ciò che si risveglia in lui, oppure riesce a dominarsi.

Anche in questo caso l’aiuto di Azaria – l’altro nome dell’angelo Raffaele – è fondamentale e risolutivo. Gli dice di uccidere il pesce e di trattenere il fiele, il cuore e il pesce, ossia le interiora.

Tobia rinuncia allora al soddisfacimento grezzo dei propri istinti e scopre invece ciò che invece vi è nascosto e che gli servirà – aldilà del significato preciso delle interiora del pesce – a risolvere il problema di Sara ed anche quello di Tobi (Tb 6,7-9).

La forza vitale: tra eros e thanatos

La sessualità, infatti, non consiste solo nello sfogo degli istinti, ma soprattutto nel saper sapientemente usare la forza vitale nascosta in essi per svincolarci dall’ambiente familiare e dirigerci verso l’unione con il proprio partner.

Tutto però si gioca sul crinale di ciò che gli antichi greci chiamavano eros-thanatos.

Un processo che richiede tempo e, in alcuni casi, una vita intera. Ma solo al termine di questo processo che comporta in generale una discesa nel proprio mondo interiore, accettando di affrontare l’angoscia si può iniziare a riprendere il cammino verso il futuro, ossia verso l’aurora.

Il legame di Sara col padre

Ma non è tutto facile, perché anche Sara dovrà fare il proprio percorso di liberazione interiore. Anche lei dovrà fare lo stesso percorso di Tobia, segnato da un tramonto, una notte ed un’aurora.

C’è un particolare interessante. Azaria dice a Tobia che, prima di andare da Gabael a ritirare il deposito che servirà al padre caduto in povertà (1,21), si dovranno fermare in Ecbatana, dove vive Raguele.

Egli ha una figlia che può andare legittimamente in sposa solo a Tobia (cfr. Tobia 4,12-13 e Dt 25,5).

Azaria dice che Sara è una brava persona. Essa era l’unica figlia di suo padre (Tb 1,10.15) e che proprio per non far soffrire il padre desistette dal proposito di suicidarsi (Tb 3,10).

La sua bellissima preghiera (Tb 3,11-15) cela velatamente il problema di un’esistenza che non parte: Sara non può avere rapporti con nessun uomo, poiché l’unico uomo che essa ama è suo padre.

Un padre che la esortava sì ad essere pura, ma anche ad escludere scrupolosamente ogni sentimento e sensazione profonda. (cfr. Tb 3,14).

Il problema di Tobia

Tobia teme proprio quest’aspetto (Tobia 6,14-15). Ossia che ella non sia in grado di stare con un uomo e che questa situazione sia ormai immodificabile.

Un timore che, anche se ormai evoluto sul piano affettivo, rischia nuovamente di catapultarlo nell’angoscia della madre per la sua perdita (Tobia 6,15). 

L’intervento di Azaria è qui veramente decisivo. Egli fa leva sul comando del padre (cfr. Tobia 4,12; 5,18-22) e non dà alcuna importanza al demonio Asmodeo che rischiava di distruggere l’esistenza di Sara.

L’amor cortese di Tobia

Cos’è dunque che, alla fine, unisce Tobia e Sara in un rapporto nuovo e libero dal passato? L’esorcismo dei suffumigi? Forse.

Senza dubbio, l’amor cortese di Tobia ha giocato un ruolo fondamentale nel far passare Sara gentilmente dall’amore per il padre, all’amore per il marito.

Forse, il demonio che “uccise” i suoi precedenti mariti, era l’irruenza della passione e del vigore maschile di questi?

La preghiera di Tobia e Sara

Tuttavia, anche la preghiera di Tobia e Sara ha avuto il suo ruolo importante. Essa è come il collante che unirà definitivamente Tobia e Sara e che nessun diabolos – ossia “colui che divide” – potrà più disunire.

Una unione su cui scende la grazia e la salvezza di Dio (Tobia 6,18). Tanto più che l’unione tra Tobia e Sara era stabilita fin dall’eternità.

Più che qualcosa di determinato è la dimensione dell’eternità, quella che caratterizza un rapporto come quello di Sara e Tobia e di ogni uomo e donna che si sono sapientemente svincolati dal proprio ambiente di origine.

Essi hanno compiuto un vero percorso di conoscenza di se stessi e delle proprie reali risorse. Un’eternità capace di infrangere gli angusti spazi dell’angoscia e della paura, per immetterci dentro l’essenza stessa di Dio.

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