• us

Sentirsi veramente al sicuro dopo un trauma

Anche il vangelo ci ammaestra sull’atteggiamento giusto di fronte allo spiazzamento del trauma

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Lc 16

Quando accade l’inatteso: il trauma

Versetti 1-2: un uomo ricco licenzia il suo amministratore, accusato di sperperare i suoi averi. Questo è il tema. Un uomo si trova improvvisamente senza lavoro.

La sua vita prende così una svolta drammatica ed imprevista, forse fino ad un certo punto. Infatti, il vangelo dice che l’amministratore aveva sperperato i suoi averi.

Il verbo sperperare corrisponde al greco diaskorpizein. Si tratta dello stesso verbo che descriveva il modo di vivere del famoso figliol prodigo nel capitolo precedente (cfr. Luca 15,13).

In quel brano, il verbo indicava l’uso sfrenato della parte di eredità donata dal padre, che condusse il figlio ad una vita di estrema indigenza (cfr. Luca 15,15-16). 

Nel brano dell’ amministratore licenziato – lo chiameremo così – si tratta probabilmente della stessa cosa. Egli viene licenziato perché aveva probabilmente fatto un uso illecito del denaro affidatogli. 

Rialzare la testa

Versetti 3-4: l’ex amministratore non si demoralizza, ma sa subito cosa fare per essere accolto in casa di qualcuno. 

A differenza del figliol prodigo che si adagia nel suo stato di estrema difficoltà esistenziale, l’ex amministratore non si lascia abbattere, ma dice subito: so io cosa fare.

Secondo me questo è lo snodo fondamentale del racconto, almeno uno degli snodi centrali del racconto, a seconda dei livelli e dei modi in cui leggiamo la Bibbia.

Magari per molti questa frase denota semplicemente la scaltrezza dell’amministratore ed è vero. Ma non basta, secondo me, dire questo.

Demoralizzarsi, compiangersi: a cosa serve?

Molti di noi, molto più buoni ed onesti di quell’amministratore, ad una notizia simile, cadrebbero nella depressione più nera. Non direbbero certamente so io cosa fare, bensì non so più che fare, non ce la faccio più, non ho più di che sopravvivere. 

Magari poi si vive così per mesi e mesi, rimuginando in continuazione su ciò che è accaduto senza darsi da fare per cercare un’alternativa, una soluzione, una via d’uscita, proprio come fa invece l’ex amministratore. 

Tutto ciò che accade nella vita è un’occasione pre crescere, per evolvere, per migliorarsi, per essere sempre più adeguati di fronte alla vita. 

Se si pensa invece che la vita è finita, che non c’è alternativa, allora ci si infila dritti nel territorio dell’insicurezza, di una empasse esistenziale che, come delle sabbie mobili, rischia di inghiottire chi vi posa incautamente il piede.

Magari il tutto è aggravato dall’inattività, che spesso fa emergere cose profonde di sé, che erano state chiuse a chiave nell’angolo più riposto del cuore. Insomma, in poche parole non ci si sente più al sicuro.

Tutto quello che prima dava garanzie, certezze per il futuro, ora è drammaticamente crollato. 

Non restare soli

L’ex amministratore individua subito cosa è necessario per superare la crisi, direi il trauma del licenziamento: essere accolto in casa. Si tratta di una casa sopra la testa, soprattutto però di non restare improvvisamente solo

Dopo anni ed anni di lavoro disonesto, in cui si occupava una posizione importante omaggiata e (falsamente) riverita da tutti, ora che ci si trova senza arte ne parte, le cose cambiano.

Nell’emergenza tirare fuori il meglio

Restare soli e senza lavoro è una prospettiva disperata ed augurabile a nessuno. Il saper cosa fare non riguarda quindi solo il lavoro, ma anche il non restare soli a rimuginare sull’accaduto.

Versetti 5-8: l’ex amministratore chiama i debitori e propone loro un vantaggioso accordo. A quei tempi, gli amministratori traevano il loro profitto praticando una maggiorazione sull’importo del prestito.

Quando perciò l’amministratore dice che il primo debitore gli doveva cento barili d’olio e il creditore gliene faceva pagare cinquanta probabilmente l’importo del debito era di cinquanta.

Gli altri cinquanta finivano in tasca al creditore. Questa pratica era tollerata, perché gli amministratori non venivano pagati dal padrone per il loro lavoro.

La cosa chiara è che questa maggiorazione (oggettivamente indebita) non era comunque la causa del licenziamento da parte dell’uomo ricco. Infatti, il padrone, al versetto 8 loda l’amministratore.

Si tratta invece di una soluzione di emergenza, visto che l’ex amministratore non sapeva fare null’altro che il proprio mestiere.

Una soluzione intelligente ed efficace che non rappresenta subito un’alternativa al lavoro perduto, ma gli permette di risolvere la cosa più urgente: non restare da solo, non restare senza una “casa”. 

Gli amici

In tal modo l’amministratore e chi si comporta come lui, si rimette in moto, torna a vivere, trovando subito una soluzione, una via d’uscita. 

Il padrone – in greco o kyrios (il Signore) – lodò l’amministratore perché aveva agito con “accortezza, lungimiranza”.

Nella seconda parte del brano Gesù si rivolge ai suoi seguaci, (cfr. 16,9 … voi) applicando l’esempio dell’ex amministratore nella vita del credente. Gesù ordina i suoi discepoli di procurarsi amici con la disonesta ricchezza.

Come fa a dire una cosa simile? Non è forse incitamento alla corruzione? Certamente sì. Ma ad un livello più profondo, le cose non stanno così.

La ricchezza di cui qui si parla non è quella dell’uomo ricco, così come questi non corrisponde più al padrone di cui si parla al v.8.

La ricchezza di cui qui si parla è mamòn, che può essere anche tradotta con “ricchezza”, ma più propriamente con quella “ricchezza che si sostituisce (così facilmente) a Dio” (cfr. infatti Luca 16,13). Qual è allora un modo intelligente di usare questa “atea ricchezza.

Gli “amici” sono le persone con le quali si è (diventati) particolarmente intimi. Quelle persone con le quali hai condiviso le più importanti faccende del tuo cuore, siano essi cristiani o meno, ma comunque sempre credenti in Dio.

In quel Dio che vive oltre l’angoscia da cui è attanagliato chi, invece, resta solo quando vive un trauma, uno choc che interrompe il regolare fluire della vita. 

La casa, il rifugio nell’anima

Se per l’ex amministratore la “casa” aveva un significato meramente materiale e comunque era lui una soluzione per sopravvivere, qui ora non si parla di casa ma di dimore eterne (alla lettera, dal greco, tende eterne).

Non basta trovare subito una soluzione al problema che drammaticamente si è presentato, per vincere l’angoscia del vicolo cielo, del pozzo nel quale rischi di precipitare, occorre condividere il problema vitale con chi ti ama. 

Con gli amici, che sono diventati tali perché hanno sperimentato a loro volta il beneficio luminoso dell’amore donato e ricevuto durante i momenti di grande prova.

Ora sono pronti a ricambiare, di cuore. Solo così è possibile superare l’angoscia e trovare il fondamento della propria esistenza in Dio; ci si sentirà di nuovo al sicuro, su un piano esistenziale assai più alto del precedente.

Respireremo finalmente l’aria sanante dell’eternità, all’interno di quelle dimore eterne di cui le case terrene – quando dentro c’è l’amore – sono un’immagine efficace. 

I commenti sono chiusi.