Non è bene che l’uomo sia “isolato” (Genesi cap. 2, vers. 18)

    Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile».

    Eccoci giunti al momento più solenne del secondo racconto della creazione. Ecco cosa dice Dio tra sé e sé. Potremmo dire anche che questo versetto contiene il pensiero di Dio sull’uomo, sulla sua condizione esistenziale dopo che l’aveva creato: egli era “solo”.

    Dio dice che “non è bene”. Se quando diceva che le opere della creazione erano “cose buone” (cf. Gen cap. 1), Dio intendeva dire che esse corrispondevano perfettamente alla sua volontà, qui si dice l’opposto. Che, cioè, non corrisponde affatto alla sua volontà che l’uomo sia “solo”.

    Tuttavia, la parola “solo” non esprime bene ciò che la corrispondente parola ebraica significa. Per dare un’idea di ciò che essa indichi, potremmo immaginare un castello con alte mura che non permettono in alcun modo di vedere gli edifici e le bellezze custodite al suo interno. Questa è un po’ la condizione esistenziale che Dio definisce “non buona”. Non si tratta della solitudine, perché essa può avere anche un significato positivo se chi è solo si dedica anima e corpo ad un alto ideale.

    Si tratta, invece, dell’isolamento. La condizione di chi non riesce ad esprimere (oppure non vuole) ciò che è dentro, la propria ricchezza interiore, l’identità profonda. Non solo non riesce ad esprimerla, ma men che meno a condividerla. 

    Quando, allora, si dice: “voglio fargli un aiuto che gli sia simile”, si vuol dire qualcosa che corrisponda alla profonda natura dell’uomo. Qualcosa o piuttosto qualcuno che permetta all’uomo di uscire fuori di sé, comunicando con un essere che abbia la sua stessa dignità. “Un aiuto” per dire che all’uomo serve qualcuno che espleti una funzione a lui utile; che gli permetta di rompere il muro dello splendido isolamento in cui si trova o si può trovare. Chi sarà mai questo essere in grado di farlo diventare veramente uomo?

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