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Quando la fede diventa status sociale (Matteo ca. 4, versetto 7)

Mosè ed Aronne davanti agli ebrei che annunciano come Dio li libererà dalla schiavitù egizia. Falliranno nel loro primo tentativo e Mosè andrà in crisi … (cfr. Esodo 6)

Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo»

Questa è la risposta di Gesù al diavolo che gli aveva proposto di dare una prova spettacolare del suo status di “Figlio di Dio”. Gesù risponde al diavolo di non tentare Dio. Non gli dice non tentarmi, perché per Gesù l’essere figlio di Dio non è uno status sociale, che esige prove e manifestazioni pubbliche del proprio potere. Gesù è un semplice uomo che i primi cristiani scopriranno come Dio e, in quanto tale, corregge l’intenzione diabolica: tu non stai tentando me, ma stai tentando il Signore Dio. 

Dio – ossia lo stesso Yahwé – non si lascia manovrare e racchiudere dentro schemi e modi di pensare, sia pur santi o perfino documentati nella Bibbia, nella dottrina della Chiesa, nella Tradizione, etc. etc.

Dio è Dio, è il Totalmente altro, l’inafferrabile. Sto parlando, qui, dell’altro lato di Dio – diciamo così – che è l’infinito complemento del Dio che vive dentro noi stessi. Più siamo pieni di schemi, di modi di pensare, di concetti, di idee su di lui, più correremo il rischio di ritenerlo come una specie di dispensatore di favori su richiesta. Quando ciò non accade, ci si arrabbia pure e, non di rado, tutto crolla. Quando ciò accade, si possono scegliere solo due strade. Ci si permette di andare a fondo, di sperimentare quanto siamo umani, pieni di sante contraddizioni, di desideri e istinti; oppure si sceglie la via più comoda, quella dell’ipocrisia, che permette di dire tante cose con la bocca, ma nulla col cuore, perché questo resterà imprigionato dietro lo status di cristiani cattolici a cui non si può e non si vuole rinunciare.

Gesù ci insegna a dire a chi ci propone un simile modello di comportamento: non tentare il Signore Dio tuo, a trattarli come egli trattò il dia-bolos. Perché il dia-bolos non tenta Gesù con le solite tentazioni di cui l’agiografia è piena, ossia con i cosiddetti “desideri della carne”. La vera tentazione diabolica è quella di aderire ad un credo, essere membri di una religione e pretendere di avere una sorta di distintivo che ci differenzi dagli altri e che ci imponga come quelli che hanno Dio dalla loro parte, sempre e comunque e che egli interverrà, sempre e comunque. Quelli che col loro atteggiamento, col loro stile e modo di fare, insomma con tutto se stessi dicono: Dio la pensa come noi! 

Ma Dio sfugge a tutto e a tutti, come Gesù ci insegna, e la via che conduce alla sua scoperta è quella del deserto, ossia dell’assenza (temporanea) di punti di riferimento, di pratiche consunte ed inutili, di tutto ciò che è zavorra e che impedisce la nostra più autentica e luminosa evoluzione. 

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