L’enciclica ecologica del Papa (Prima parte)

    Nel giugno del 2015, Papa Francesco promulgò l’enciclica “Laudato sii“, dedicata al rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui egli vive. L’enciclica inizia con il pensiero dei predecessori del Papa sull’ecologia, a partire da Giovanni XXIII fino a Benedetto XVI, accennando anche agli insegnamenti del Patriarca ortodosso Bartolomeo.

    Essendo a lui ispirata, l’enciclica contiene riferimenti agli insegnamenti di San Francesco sul creato. Dopo il forte richiamo del Papa ad un rinnovato interesse verso i temi dell’ecologia da parte di tutti, non solo i cristiani, si apre il primo capitolo: “Quello che sta accadendo alla nostra casa”.

    Esso offre una vasta panoramica su tutti gli aspetti che caratterizzano il discorso ecologico ad iniziare dal tema più urgente, quello dell’inquinamento e del cambiamento climatico. Subito dopo si parla dei problemi dell’esaurimento delle risorse naturali e della perdita delle biodiversità, entrambi dovuti al massiccio sfruttamento della terra. L’enciclica poi riserva diversi paragrafi al deterioramento della qualità della vita umana, al degrado sociale e ambientale che colpisce soprattutto i più poveri e i più deboli. Il capitolo si chiude constatando da un lato la debolezza delle reazioni e dall’altro la diversità delle soluzioni che vengono proposte.

    Il secondo capitolo – “Il Vangelo della creazione” – è dedicato invece alla luce che la fede offre nella soluzione dei problemi ecologici, nonché agli insegnamenti della Bibbia, su cui mi soffermerò in modo più dettagliato. Ecco il testo del primo paragrafo della serie dedicata alla Bibbia:

    65. Senza riproporre qui l’intera teologia della Creazione, ci chiediamo che cosa ci dicono i grandi racconti biblici sul rapporto dell’essere umano con il mondo. Nel primo racconto dell’opera creatrice nel libro della Genesi, il piano di Dio include la creazione dell’umanità. Dopo la creazione dell’uomo e della donna, si dice che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). La Bibbia insegna che ogni essere umano è creato per amore, fatto ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26). Questa affermazione ci mostra l’immensa dignità di ogni persona umana, che «non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone». San Giovanni Paolo II ha ricordato come l’amore del tutto speciale che il Creatore ha per ogni essere umano «gli conferisce una dignità infinita». Coloro che s’impegnano nella difesa della dignità delle persone possono trovare nella fede cristiana le ragioni più profonde per tale impegno. Che meravigliosa certezza è sapere che la vita di ogni persona non si perde in un disperante caos, in un mondo governato dalla pura casualità o da cicli che si ripetono senza senso! Il Creatore può dire a ciascuno di noi: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto» (Ger 1,5). Siamo stati concepiti nel cuore di Dio e quindi «ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario».

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    Per affermare con forza la inalienabile dignità dell’essere umano si cita, ovviamente, la prima parte del testo della Genesi in cui si parla della creazione dell’uomo: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26).

    Al culmine della settimana in cui Dio creò tutto ciò che esiste, (cfr. Gen 1,1), troviamo un intervento assai speciale di Dio, segnalato dal verbo al plurale “facciamo”. Gli antichi ebrei che scrissero questo brano erano forse politeisti? Il verbo al plurale, paradossalmente, dimostrerebbe il contrario. L’uomo, infatti, non può essere simile a Dio, poiché Egli è trascendente e totalmente diverso da tutto ciò che ha creato. Per non dire, allora, che l’unico Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, l’autore biblico disse che l’uomo assomigliava ad una “pluralità celeste”.

    L’idea di una “corte celeste” di cui Dio era il Re non era affatto estranea agli antichi israeliti. Nel libro di Giobbe, (1,6) leggiamo: “Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro.” Ebbene, probabilmente anche nel libro della Genesi si vuol dire qualcosa di simile, ossia che Dio insieme ai suoi angeli – i “figli di Dio” (cfr. anche Gen 6, 1-4) – decisero di creare l’uomo affinché riflettesse in sé il mondo celeste, il mondo di Dio.

    Questo riflesso del mondo di Dio viene descritto attraverso due termini: “immagine” e “somiglianza”. Il primo indica una somiglianza fisica, il secondo una somiglianza spirituale ed interiore e comunque non fisica. Presi insieme, indicano che l’uomo fu creato simile a “Dio e agli esseri che abitano con lui” non solo interiormente, ma anche fisicamente. Detto in altri termini, l’uomo porterebbe dentro di sé e fuori di sé il “marchio di fabbrica”, la sua celeste origine che gli conferisce una dignità superiore a qualsiasi altro essere vivente.

    Nel suo insieme, il testo di Gen 1,26 vuole significare la capacità dell’uomo e della donna di uscire da se stessi per entrare in relazione con gli altri e con il Totalmente altro, con Dio. In tal modo, l’essere umano ha la possibilità di uscire dai circoli caotici in cui esso può cadere, per entrare in una dimensione nuova, ricca di senso e speranza.

    A tal fine si cita un altro importante testo biblico, tratto dal profeta Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto» (Ger 1,5). In ebraico il verbo “conoscere” – yadà – non indica solo l’attività del pensiero, ma anche “fare un esperienza” che coinvolge ogni nostra facoltà. Sono tre, infatti, i verbi presenti nella citazione di un omelia di Benedetto XVI in cui si cita il testo di Geremia: «ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario». (continua)

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