L’angoscia non risolta fa diventare insopportabili

    Quando l’angoscia è ancora forte è meglio allontanarsi dagli antichi faraoni

    [Quando ormai siamo usciti dal ghetto dell’angoscia, ma siamo ancora fragili per anni di sottomissione, è imprudente andare dai potenti chiedendo il permesso di vivere diversamente]

    Ora non è più possibile tollerare la perpetua monotonia della vita servile; adesso bisogna osare una sortita, questo è chiarissimo. Ma come fare?

    L’improbabile benedizione dei potenti

    La prima cosa che si tenterà è la mossa che Mosè ed Aronne fanno nei confronti del Faraone.

    Si cercherà in un primo tempo di ottenere proprio dai poteri che finora avevano organizzato la nostra prigionia una specie di autorizzazione ufficiale alla partenza. 

    Si tenterà di addivenire ad un compromesso fra l’appello alla propria libertà, alla riconquista della propria dignità e la paura dei re divini e le istanze che finora sembravano pretendere proprio la sottomissione totale.

    Quando si è visto cosa vuole per noi Dio come nostra vita, si vorrebbe già seguire subito e senza remore il cammino verso la libertà; ma d’altro canto non si osa rompere apertamente con la vecchia prigionia e la vecchia dipendenza.

    Infatti troppo minacciose e potenti appaiono le vecchie autorità, troppo deboli e miseri sembriamo noi a noi stessi; e così si vorrebbe sì essere liberi, ma con l’intimo assenso e il permesso di tutti coloro ai quali finora ci si sentiva legati.

    L’illusione del permesso

    Ma l’esperienza d’Israele e l’esperienza di ogni vita umana dimostra che non esiste un compromesso del genere fra la paura degli uomini e la libertà di Dio.

    Infatti, finché si chiede il permesso, significa che si riconoscono come determinanti le istanze estranee e interiorizzate degli uomini, benché, così facendo, non si ottengano altro che sofferenze e devastazioni sempre più gravi.

    Ma ecco succede una cosa strana: si conosce con precisione chi e che cosa ci impedisce di arrivare finalmente a noi stessi; ma non si osa superare questi ostacoli.

    Permanere nell’angoscia significa essere insopportabili

    L’unica cosa che notiamo è che, quando ci ostiniamo nella schiavitù angosciante, diventiamo sempre più delle piaghe per gli altri e per noi stessi.

    Perfino se volessimo continuare a lavorare ed a vivere come abbiamo fatto finora, la nostra semplice presenza finirebbe col diventare un peso insopportabile per i sorveglianti d’Egitto e per noi stessi,

    quando, alla lettera, tutte le piaghe d’Egitto colpiscono la nostra vita e quella del nostro ambiente, solo allora oseremo metterci in marcia.

    O meglio, in realtà noi non osiamo farlo.

    Meglio darsela a gambe?

    I primi passi nella libertà somigliano sempre ad una fuga e, quanto più opprimente era la dipendenza precedente, tanto più di nascosto e come una fuga apparirà questo primo tentativo di andarsene nella libertà.

    E come potrebbe essere altrimenti!

    Ma chi avrà davvero la pretesa che si affronti un’aperta lotta di potere col proprio Super-Io e le istanze che lo supportano, quando si è a mala pena sopportata tutta la vita in virtù di una totale sottomissione?

    Come fa uno, che finora si è adattato soltanto per essere lasciato in vita, come fa proprio ora a levarsi in piedi improvvisamente ed a cercare il confronto diretto?

    Sarà più facile che abbia semplicemente la sensazione che le cose non possono assolutamente continuare ad andare avanti così.

    Che ora bisogna sortire in un qualche modo e a tutti i costi dalla condizione di paura e di minorità, e sarà ben lieto se potrà lasciare tutto col favore delle tenebre e sparire, semplicemente. 

    Non importa dove, l’importante è muoversi

    Con una tale quantità si sofferenze interne ed esterne gli sarà alla fine quasi indifferente dove porti la strada, e sembra che di ogni sollevazione verso la libertà faccia parte questa tendenza fuggiasca

    ad abbandonare precipitosamente il ghetto di un mondo ordinato in modo schiavistico ed a recarsi in un paese totalmente nuovo, in una specie di deserto.

    In questo primo passo nella libertà un estraneo dovrà scuotere il capo e obiettare che qui non c’è proprio nulla da guadagnare e c’è tutto da perdere, che si è pazzi e che si inseguono pure fantasmagorie e che non c’è neanche niente da esibire che, visto dall’esterno, abbia valore e peso.

    Non c’è che questa cosa campata in aria ed invisibile per la quale si è pronti a sacrificare tutto: la propria vita, la propria dignità, il diritto di essere una persona.

    Tornare nel deserto

    Può essere che si sia arrivati in ‘Egitto’ tanto tempo fa per paura di morire di fame nella ‘steppa’; ora è proprio questa ‘steppa’ che viene preferita alle ‘pignatte di carne’.

    In qualunque momento uno segua la strada della vita degna di un uomo fino al punto di mettersi in marcia verso la libertà, ebbene, ora bisogna rassegnarci al peggio.

    Giacché di una cosa si può essere arcisicuri: appena mossi i primi passi in direzione della nostra vita, ecco che i vecchi oppressori ci premono alle spalle con forze schiaccianti e minacciano di riprenderci.


    (Tratto da Eugen Drewermann, Psicologia del profondo ed esegesi, 2 voll. Queriniana 1996,2003)

    I commenti sono chiusi.