La terra e i mari (Genesi cap. 1, vers. 10)

    “Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mari (in ebr. iammìm). E Dio vide che era cosa buona.” (Genesi 1,10). Come ho detto più volte, la terra – in ebr. èrets – a quei tempi, non era la sfera perfetta visibile dai satelliti, ma una piattaforma solida emersa dalle acque.

    Essa coincideva esattamente con il panorama che gli antichi ebrei del VI secolo a.C. – epoca in cui gli studiosi situano la stesura di questi racconti – avevano sotto gli occhi ogni giorno. Un piccolo mondo antico, ma che rappresenta lo scenario in cui ambientare idealmente tutta la storia del popolo ebraico.

    L’attualità di questa presentazione non sta nei suoi dettagli ma nel messaggio codificato tra le righe di questa concezione del cosmo: la vita sulla terra è garantita e governata da Dio che “tiene a bada” l’avanzata delle tenebre, ossia del male, simboleggiato dalle acque buie, insidiose e profonde (Giobbe 38,8-11) che circondano la terra.

    Chi non resta impressionato davanti allo scenario apocalittico di uno tsunami che invade e distrugge tutto? Oppure chi non ha sognato, almeno una volta, di essere sommerso da un’onda gigantesca durante una notte di tempesta? Immagini, queste, profondamente impresse dentro di noi e che evocano emozioni quali la paura o piuttosto l’angoscia di fronte a qualcosa di incontrollabile e indefinibile che rischia di distruggerci.

    Immagini che sono sempre un avvertimento che qualcosa non va, che forse stiamo scegliendo un percorso di vita che comporta rischi mortali, che forse sono stati oltrepassati dei limiti che non dovevano essere valicati.

    Dio, infatti, non solo crea, ma anche “separa” – in ebraico “badàl” (per es. Genesi 1,4 e 7) – attua delle distinzioni che sono parte integrante della sua opera creatrice. Non si tratta di un ordine morale da rispettare, ma di un ordine cosmico da mantenere.

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