La parabola del figliol prodigo (Seconda parte)

    320px-Gospel_of_Luke_Chapter_15-10_(Bible_Illustrations_by_Sweet_Media)(Per il testo della parabola clicca qui) I vv. 20-24 sono caratterizzati da una grande fretta, una grande urgenza. Questa urgenza rivela quale sia la priorità di Dio, la necessità divina che non ammette proroghe: celebrare la festa per il ritorno del figlio alla casa del padre. Celebrare la festa per la ritrovata dignità del figlio, a tutti gli effetti. Significativa la giustificazione della festa. Si dice infatti che questo mio figlio:

    1. era morto ed è tornato in vita,
    2. era perduto ed è stato ritrovato (in greco c’è il passivo euréthe)

    Si tratta di un parallelismo i cui membri (1 e 2) sono uno la spiegazione dell’altro. “Essere morti” significa “essere perduti”; “essere ritrovati” significa “tornare in vita”. La situazione esistenziale nel paese lontano, così come l’abbiamo descritta, era come la morte. Il figlio era vivo, ma era come uno zombie. Di conseguenza, “essere ritrovati da qualcuno” significa rivivere. Non “ritrovare se stessi”, ma qualcuno (il verbo al passivo) che aiuta qualcun altro a farlo tornare alla casa del padre, alla piena intimità con il padre e, perciò, anche con se stessi.

    Quando uno dei servi riassume brevemente ciò che è accaduto al figlio maggiore (v.27), egli invece di sentire compassione, prova RABBIA (in greco orghisthe). La forma verbale è uguale a quella in cui si dice che il Padre provò compassione. Il verbo, però, è l’opposto. Se si tratta dell’opposto, possiamo a questo punto comprendere bene il senso dei due verbi tra loro contrastanti. Il primo designa: sollievo, premura, euforia, ansia di abbracciare, baciare, dare affetto ad una persona senza temere di dar corso alle emozioni più profonde, fino alle lacrime. Il secondo designa: furore, indignazione profonda, malcelata insoddisfazione e disagio. Due sono le parole che assommano tutte queste caratteristiche: EMPATIA e INVIDIA.

    Di fronte alla celebrazione della festa, all’accoglienza che Dio riserva a chi si è allontanato da lui; di fronte a ciò che Luca considera parte integrante e qualificante del progetto di Dio si possono avere due atteggiamenti praticamente opposti: gioire nel profondo ed accogliere la persona che finalmente rientra nella casa del padre (la Chiesa); provare un’invidia invincibile e profonda, nel vedere che nei primi banchi della Chiesa c’è una persona di cui, fino a ieri, tutti parlavano male. E magari, ora, il Parroco l’abbraccia pure e lo invita alla festa ai campetti!

    Anche questa volta il padre esce e gli va incontro. Non corre, ma addirittura “prega”. Lo fa non solo perché lo ama come il figlio minore, ma perché sa che se non si condivide la festa per uno che era perduto ed è stato ritrovato si resta fuori dal contesto della gioia.

    Subito, nelle parole del figlio maggiore si riconosce la figura del giudeo osservante ed impeccabile – un po’ come il “giusto Giuseppe”, se ricordate. Un uomo che:

    • non pecca
    • serve il Padre da sempre

    uno che, magari, va tutti i giorni a messa, prega il breviario, dice il rosario, non manca alcun appuntamento parrocchiale, non bestemmia, non commette atti impuri. Insomma un “cristiano” da manuale, come si direbbe. Ma qual è il progetto di Dio? Qual è la cosa necessaria che Luca qui ci indica: celebrare la festa, i canti, la gioia, mangiare insieme con quella persona che fino a ieri giudicavi male perché lontana dallo stile di vita che tu hai.

    Ecco invece le parole del figlio maggiore: “tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo

    Pensaci un po’: forse non sai che anche tu potevi fare tutto quello che ha fatto tuo fratello? Forse che a te mancava qualcosa per goderti e spassarti la vita come ha fatto lui? Sei invidioso della vita che non ha vissuto? Oppure, se sei contento di vivere come hai sempre vissuto, perché sei così arrabbiato? Cosa ti toglie e che male ti fa un fratello che torna a godersi il calore e la gioia della casa del Padre? Forse, pensi che Dio ti ama perché tu sei bravo? Forse pensi che se un giorno ti ribellassi Lui non sarebbe più tuo Padre?

    La parabola insegna che si può essere “perduti”, ossia vivere in un paese lontano, tristi, isolati e desolati in due modi: fisicamente o interiormente.

    Fisicamente – esistendo isolati in un mondo dorato che ti dà tutto, soddisfa ogni tuo prurito, abitato da persone interessanti, ma che al momento del bisogno si allontaneranno da te, lasciandoti solo e perduto.

    Interiormente – quando sei una delle cosiddette “persone attive” in parrocchia, impeccabile, ma che vivi questa tua condizione come i Farisei. Per te l’appartenenza alla Chiesa è un’etichetta, uno status sociale; ogni servizio che fai è una specie di onorificenza. Guai chi scalfisce questa idea di comunità. Ma appena vedi che una persona “strana” o che tu fino a ieri giudicavi “indegna” a causa di un certo suo comportamento riceve un trattamento pari al tuo da parte del parroco o dei fratelli … inizia a mormorare e perfino a complottare su chi è accolto e chi accoglie … quante volte accade!

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