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La parabola del figliol prodigo (Prima parte)

Il figliol prodigo (Albrecht Dürer 1471-1528)

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze (in greco bìos). Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame (in greco apollumi)! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò:

  1. Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te 
  2. non sono più degno di esser chiamato tuo figlio
  3. Trattami come uno dei tuoi garzoni

Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso (in greco esplanchinste) gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse:

  1. Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te
  2. non sono più degno di esser chiamato tuo figlio

Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò (in greco orghisthe), e non voleva entrare.

Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava (in greco edei) far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». (Luca cap. 15, versetti 11-32)

***

Sebbene il padre si comporti in modo coerente con entrambi i figli, con il minore il suo amore si esprime nell’accoglienza e nel giubilo, mentre con il maggiore lo stesso amore viene espresso nell’invito a riconciliarsi con il fratello per unirsi così alla festa. Il motivo della “celebrazione”, della gioia per ciò che era perduto ricorre lungo tutto il capitolo 15 (cf. vv. 6.9.23-24.27). Nella parabola la celebrazione della gioia e della festa appare come una necessità divina (cf. ancora vv. 7.10).

C’è un verbo che esprime bene la necessità divina di far festa e, in modo corrispondente, l’urgenza dell’uomo di associarsi a questa festa: dèi. Per capire bene questo verbo, occorre vedere come Luca lo usa nel vangelo. Per esempio, ad alcuni farisei Gesù ricorda che è necessario non solo “pagare la decima” (cfr. Lc 11,42-44), ma anche praticare la giustizia e l’amore di Dio. I farisei, invece, si distanziano da quelli che hanno bisogno di sperimentare la giustizia, a causa del loro status sociale.

Quando Gesù dice che “bisognava far festa e rallegrarsi” (v. 32), si legge in filigrana un riferimento agli Scribi e ai farisei (e non solo come vedremo) che “mormoravano” poiché Gesù “accoglie i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,1-2). Insomma, Gesù ama celebrare e festeggiare quando qualcuno che era perduto è stato ritrovato (cfr. Lc 15,6.9) ed è proprio questo l’atteggiamento umano richiesto e che rappresenta concretamente l’adesione esistenziale al progetto di Dio.  Scopriamo, dunque, nel racconto di Luca i due volti dell’amore di Dio – del suo progetto – nei riguardi dei due figli.

Quando il figlio minore chiede al padre la sua parte di eredità, questi non pone alcuna obiezione, come se la richiesta rappresentasse un diritto inalienabile del figlio. Questo diritto si chiama: autonomia dal Padre. Un’autonomia che, però, comporta un allontanamento dalla casa del Padre, dalla sua stessa vita. Infatti, il testo greco originale, tradotto alla lettera, non dice che il Padre divise tra loro le sostanze, bensì la “vita” (in greco bìos).

La meta di questo allontanamento viene chiamata “paese lontano”. Nella Bibbia, il “paese lontano” indica spesso Babilonia, il luogo in cui gli ebrei vissero da esiliati per circa quarant’anni (Is 39,3; Ger 30,10; 46,27; 52,27). Dunque, si tratta di una terra d’esilio di alienazione e di schiavitù. Una terra, soprattutto, anonima perché essa rappresenta tutte le terre e i luoghi in cui l’uomo di trova quando è lontano dalla casa del padre. Questo anonimato si estende non solo al luogo in cui il figlio minore si trovava, ma anche al misterioso personaggio che abitava la terra lontana (“uno degli abitanti di quella regione” v.15) a cui chiese di poter svolgere qualche servizio per sopravvivere. Interessante, infine, come questo il motivo dell’anonimato termini con un aggettivo triste e sinistro: “nessuno” (v. 16).

Questo anonimato rappresenta il volto e il ruolo di tutte quelle situazioni e persone che non sono il padre e a cui siamo costretti a venderci per due lire, quando “abbiamo sperperato tutto, vivendo da dissoluti”. Ancor più, però, i termini dell’anonimato ben esprimono l’ambiente o piuttosto lo stato d’animo del figlio che vive in esilio, lontano dalla casa del padre: tristezza, grigiore, aridità. La reclamata autonomia non ci porta verso la libertà, verso “la terra promessa”, ma verso la schiavitù, l’esilio da noi stessi e, magari, anche la vergogna (cfr. Gen 3). Tutto questo è stato magnificamente rappresentato dal grande pittore ed incisore Albrecht Dürer (vedi l’immagine sopra).

L’incisione illustra non solo le caratteristiche del “paese lontano”, ma direi anche il modo in cui percepiamo e sentiamo (vediamo) la realtà intorno a noi quando “siamo in esilio lontano da Dio”, gustando i frutti amari della nostra reclamata e tanto decantata autonomia.

Le immagini della desolazione del paese lontano risultano così efficaci perché poste a confronto con ben altre immagini, ben altri ricordi ancora vivi nella mente e nel cuore del giovane. Immagini che, quando decise di allontanarsi dalla casa del padre, avevano ormai annoiato e quasi infastidito il giovane forte, bello e ribelle. Immagini che, ora, provocano in lui una grande e struggente nostalgia. Ecco la prima fase della conversione. Il giovane si era allontanato dal progetto del padre per lui e, per tornarvi, doveva “rientrare in se stesso” (v.17), ricontattare quella “vita” da cui si era separato ma che comunque continuava a scorrere dentro di lui. Il “rientro in se stessi” non è, perciò, una cosa astratta, da pensare, quanto invece da immaginare sulla base del ricordo di quando si era in comunione con Dio. Una situazione da immaginare per desiderarla di nuovo.

L’oggetto della riflessione del figlio minore è la condizione dei “salariati” (v.17) che stanno meglio di lui. Anzitutto, indirettamente, Luca descrive quanto fosse ricca e abbondante la mensa alla casa del padre, come non mancasse veramente nulla e che anche i salariati – gli ultimi della “gerarchia domestica” – se la passavano piuttosto bene.

Il giovane invece “muore di fame”. A dire il vero, in greco, non c’è una parola che vi corrisponda, c’è invece apollumi che significa “essere perduto”. Perciò, la condizione del figlio minore lontano dalla casa del padre non corrisponde (solo) alla fame, ma più in profondità al “sentirsi perduto, smarrito, fuorigioco, lontano, estraniato, in esilio”. Questa è la vera fame!

Si tratta, perciò, di tornare a far parte di una famiglia, di un insieme, di un gruppo dove nulla manca di ciò che veramente serve. Dopo che il giovane ci tornò con l’immaginazione, decide di tornarci anche fisicamente. Ecco la fase vera e propria della conversione, ossia una inversione a U della propria vita.

Mentre si rimette in cammino, immagina le parole che dirà al padre. Un po’ come quando i nostri figli, quando combinano qualcosa, rimuginano le parole da dire al genitore per scusarsi:

  1. Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;
  2. non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
  3. Trattami come uno dei tuoi garzoni

Non lontano da casa, il padre lo vede e gli corre incontro, COMMOSSO (in greco esplanchnisthe). Ecco la reazione del padre di fronte a tutto il dolore e la preoccupazione che gli aveva procurato il figlio nel tempo in cui era lontano da casa. In greco troviamo: splanghizomai. Un termine che può essere tradotto anche con “compassione”. Piuttosto, dovremmo tradurre “fu interiormente sconvolto”. Le “viscere”, per gli ebrei, erano la sede delle emozioni più profonde, quali l’eccitazione, l’euforia, la passione, la nostalgia. Insomma, un miscuglio di tutto questo provava il Padre.

Un mix emotivo che lo rende impaziente e che lo spinge a correre incontro al figlio, ad abbracciarlo e baciarlo. Non si descrive la reazione del figlio, se egli abbia ricambiato o meno l’amore del padre. Il giovane, infatti, ha in mente il discorsetto e forse è in ansia finché non l’ha fatto, come se il padre dovesse rimproverarlo. Non si accorge però che, ancor prima di parlare, il Padre l’aveva già accolto. Il suo amore voleva prevenire qualsiasi discorso che, però, il giovane fa ugualmente:

  1. Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;
  2. non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.

Il padre lo interrompe, impedendogli di fare la terza parte del discorsetto: “trattami come uno dei tuoi garzoni. Gli fa dire tutto ciò che vuole, ma non come deve comportarsi. Il padre non si fa dare ordini, soprattutto se l’ordine riguarda l’abbassamento del figlio al livello del garzone. Il figlio resta figlio anche quando è lontano dalla casa del padre e non può essere diversamente. Garzone, in greco è misthios, ossia “uno che è pagato per fare qualcosa a favore del padrone”. Indica, perciò, un rapporto di tipo commerciale col padrone e non certamente filiale (e comunque nella casa del Padre c’è grande abbondanza anche per loro). (Continua)

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