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Gli ebrei che escono dall’Egitto: la libertà che solo Dio può darci

Solo Dio, che ci accetta come siamo, può donarci una libertà inalienabile

«Quando si adorano gli uomini più che Dio, allora essi saranno sempre pronti ad allungare la mano per chiedere il conto.»

«il problema è come fare ad uscire dalla prigione della dipendenza tra persone e dell’idolatria dell’uomo, di come poter abbandonare il mondo dei rituali mitici dell’angoscia e ritrovare se stessi. Israele ha trovato la risposta nella storia della vocazione di Mosè.

Puoi relativizzare l’influenza e il potere assoluto di altre persone solo quando sarai riuscito a trovare il tuo Dio, è stato detto. Tu puoi diventare libero soltanto quando, al di là dell’adorazione degli uomini, incontrerai il Dio che corrisponde al tuo essere.

Dio parla dal roveto

Questo fu ciò che Israele ha imparato dall’evento del roveto ardente: C’è un solo Signore, che può prendere possesso di te senza distruggerti;

finché obbedisci agli uomini e ti fai prescrivere da loro chi sei, [o cosa senti] le cose ti andranno come nella favola di Jotam (Gdc 9,7-15), il fuoco uscirà dal rovo e ti brucerà.

Solo Dio è in grado di prendere possesso di te e di farti amare come sei. Questo miracolo del roveto ardente è l’inizio della libertà. In esso c’è tutto il mistero di un’esistenza personale.

Più tardi, quando Israele dovette dire in cosa credeva, si è richiamato sempre a questa scena; ha inteso che l’unica cosa che importa nella vita è fare quell’uni scoperta, che formulò come un comandamento, come una legge di vita: Ascolta Israele, solo il nostro Dio è il Signore [cfr. Dt 6].

Niente, intendeva dire Israele, è più importante di questa esperienza: nella vita di una persona nessuno ha da dire e da stabilire qualcosa di essenziale se non la potenza da cui l’essere umano deriva ed alla quale è debitore di sé.

Il Dio che corrisponde alla nostra essenza

Essa è la sola potenza essenziale, perché è l’unica che ci parla non con ordini estranei, imposti dall’esterno, ma si nostra a noi nelle leggi che sono riposte a in noi stessi.

Soltanto Dio ci può impartire degli ordini in un modo che non ci aliena da noi stessi, ma che ci corrisponde. Soltanto Dio non vuole mai da noi nient’altro che ciò per cui ci ha fatto.

Esistono soltanto queste due possibilità: o per angoscia verso l’esterno si dà retta a ciò che gli altri ci dicono e ci ordinano, e allora si comincerà immancabilmente “a servire divinità straniere”, come dice la Bibbia, e tutta la vita sarà determinata da poteri che distruggono la nostra libertà e annientano il nostro essere;

oppure si ha il coraggio di ascoltare Dio che si è mostrato ad Israele come il ‘Dio dei padri’, come il Dio che corrisponde alla nostra essenza, al nostro essere innato (avito) – e soltanto allora si uscirà dall’angoscia e dall’isolata mitica dell’ambiente.

Dio parla nel nostro stesso essere; egli ci vuole così come lui ci ha fatti; egli è l’unica potenza che ci approva e ci accetta in partenza in tutto quello che diventeremo; egli è l’unica cosa che non ci è estranea, ma è nel nostro profondo.

Ed amare questo Dio con tutto il cuore e con tutte le forze così che non rimanga in noi alcun resto che debba essere escluso – questo è l’unico comandamento e l’unica legge fondamentale della nostra esistenza, come Israele l’ha esemplarmente vissuta.

La giustificazione assoluta di quello che siamo

Se sappiamo di avere il diritto di essere davanti a Dio, e se sappiamo di essere abbastanza buoni davanti a Dio, nessun potere di questo mondo ci potrà più impedire di vivere, di vivere in prima persona.

Non potremo mai dire perché sia così. Non sapremo dare un nome, trovare una formula per questa cosa. Quando ci verrà chiesto come Israele chiese a Mosè: “Ma come si chiama il tuo Dio?”, non avremo nessun concetto a disposizione.

Soltanto una cosa potremo dire, e questo fu determinante per Israele: che abbiamo conosciuto Dio come una potenza che è vicina a noi quando ne abbiamo bisogno, che è là sole siamo noi, che ci accompagna e si dispiega in noi stessi, che “ci sarà come colui che ci sarà” (Es 3,14), un aiuto franco, fidato.

Questa esperienza di una giustificazione assoluta del nostro Sé, della nostra vera essenza, ci conferisce il coraggio di infrangere l’idolatria degli uomini.

Per chi ha incontrato il proprio Dio tutti i faraoni perdono la loro posizione di supremazia; a chi ha fatto questa esperienza diventa chiaro che gli uomini sono soltanto uomini e non meritano di essere innalzati per angoscia a salvatori e redentori.

(Tratto da Eugen Drewermann, Psicologia del profondo e esegesi, Vol. I Queriniana, pp. 425 ss.).

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