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La coppia: quando è prigione e quando è casa

La casa dev’essere il luogo comune dell’amore

“L’amor che move il sole e l’altre stelle” recitava Dante Alighieri nell’ultimo verso del Paradiso (Paradiso XXXIII,145), ritenendo l’amore una incredibile forza propulsiva.

Sempre lo stesso poeta, che a quanto pare aveva indagato anche le difficoltà dell’amore, recitava nel quinto canto dell’inferno “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Inferno V, 103).

Una strada in salita

Potremmo permetterci di aggiungere che anche quando l’amore è contraccambiato, però, non è certo impresa facile. Sopratutto col passare del tempo.

Se all’inizio c’è infatti un processo di idealizzazione dell’altra persona, che porta a vederne solo i pregi, col tempo ci si rende conto anche di tutti i difetti e i limiti dell’altro.

È allora che lo stare insieme diventa una strada in salita che si biforca in due direzioni: della prigione o della casa.

Cambiare per forza?

Se non si è ancora sposati, uno dei primi criteri utili a stabilire in quale delle due direzioni ci stiamo avviando è proprio questo: la misura e l’intensità dei cambiamenti che si desiderano dall’altro.

Desiderare con forza che l’altro cambi quasi tutto di sé è un indice del fatto che il rapporto di coppia con quella persona non sarà impresa facile.

Molto probabilmente continueremo tutta la vita a chiedere le stesse cose e a lamentarci, come dalle sbarre di una prigione, di quanto l’altro non sia cambiato.

Amore e sofferenza

Questo perché il cambiamento vero di qualcuno può avvenire, paradossalmente, solo sulla base di una profonda e reale accettazione di ciò che l’altro è.

Quando l’amore che ci lega a qualcuno è inscindibilmente legato ad una forte senso di sofferenza, che ad avviso di chi la prova giustifica la richiesta di cambiamento, molto probabilmente la scelta del partner è basata su un fenomeno di transfert.

A chi non è capitato di sentir dire: “non so come ho fatto a scegliermi un marito freddo come mio padre…” oppure “mia moglie vuole aver tutto sotto controllo, peggio di mia madre…”.

L’individuazione

Se è vero che il primo amore non si scorda mai è anche vero che il primo amore che ciascuno di noi si trova a vivere è quello col genitore del sesso opposto.

Fin qui tutto bene, se si è avuta dapprima la fortuna di sentirsi amati e, in seguito, il “permesso” di individuarsi. Questo dipende, ovviamente, anche dalla qualità del rapporto di coppia che c’era fra i genitori.

Sta di fatto che il completamento del processo di individuazione è particolarmente importante nel rapporto di coppia.

Il sentirsi chiaramente separato dall’altro, infatti, è paradossalmente ciò che permette una vera intimità.

Casa o prigione?

Mentre in una casa si hanno diverse stanze in cui stare da soli oppure scegliere di incontrarsi, nella cella di una prigione non c’è reale separazione e, perciò, neppure vera intimità.

Non che in una casa non ci siano problemi: in ogni rapporto di coppia che si rispetti si litiga e si sbattono le porte. Warkentin diceva: “tutto è permesso in amore e in guerra. E il matrimonio è tutt’e due”.

Ma la differenza che c’è tra la prigione è la casa è il profondo senso di libertà con cui si sceglie ogni giorno di stare con quella persona e non con un’altra, nonostante tutti i suoi limiti.

Una casa comune da abbellire

È sapere di avere le chiavi del posto in cui ogni giorno si torna e quindi la consapevolezza per cui possiamo evitare di tornarci, se proprio non ci piace.

Oppure renderci conto del fatto che forse è il caso di non lamentarsi più dell’altro come fossimo in prigione, ma di usare tutte le energie per “abbellire” ogni giorno assieme al nostro partner la casa in cui si è scelto di vivere insieme.

(Articolo pubblicato in Rivista dell’ANAP)

La dr.ssa Cingolani riceve a Roma, in zona San Pietro. Se desideri contattarla, puoi scriverle a questo indirizzo mail: letizia.cingolani@libero.it

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