La casa di papà: il figlio minore

    La parabola del “figliol prodigo”

    Sebbene il padre si comporti in modo coerente con entrambi i figli, con il minore il suo amore si esprime nell’accoglienza e nel giubilo, mentre con il maggiore lo stesso amore viene espresso nell’invito a riconciliarsi con il fratello per unirsi così alla festa.

    Il motivo della “celebrazione”, della gioia per ciò che era perduto ricorre lungo tutto il capitolo 15 (cf. vv. 6.9.23-24.27). Nella parabola la celebrazione della gioia e della festa appare come una necessità divina (cf. ancora vv. 7.10).

    C’è un verbo che esprime bene la necessità divina di far festa e, in modo corrispondente, l’urgenza dell’uomo di associarsi a questa festa: dèi.

    Per capire bene questo verbo, occorre vedere come Luca lo usa nel vangelo.

    Per esempio, ad alcuni farisei Gesù ricorda che è necessario non solo “pagare la decima” (cfr. Lc 11,42-44), ma anche praticare la giustizia e l’amore di Dio.

    I farisei, invece, si distanziano da quelli che hanno bisogno di sperimentare la giustizia, a causa del loro status sociale.

    Quando Gesù dice che “bisognava far festa e rallegrarsi” (v. 32), si legge in filigrana un riferimento agli Scribi e ai farisei (e non solo come vedremo) che “mormoravano” poiché Gesù “accoglie i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,1-2).

    Insomma, Gesù ama celebrare e festeggiare quando qualcuno che era perduto è stato ritrovato (cfr. Lc 15,6.9) ed è proprio questo l’atteggiamento umano richiesto e che rappresenta concretamente l’adesione esistenziale al progetto di Dio.  

    Scopriamo, dunque, nel racconto di Luca i due volti dell’amore di Dio – del suo progetto – nei riguardi dei due figli.

    Quando il figlio minore chiede al padre la sua parte di eredità, questi non pone alcuna obiezione, come se la richiesta rappresentasse un diritto inalienabile del figlio.

    Questo diritto si chiama: autonomia dal Padre. Un’autonomia che, però, comporta un allontanamento dalla casa del Padre, dalla sua stessa vita.

    Infatti, il testo greco originale, tradotto alla lettera, non dice che il Padre divise tra loro le sostanze, bensì la “vita” (in greco bìos).

    La meta di questo allontanamento viene chiamata “paese lontano”. Nella Bibbia, il “paese lontano” indica spesso Babilonia, il luogo in cui gli ebrei vissero da esiliati per circa quarant’anni (Is 39,3; Ger 30,10; 46,27; 52,27).

    Dunque, si tratta di una terra d’esilio di alienazione e di schiavitù. Una terra, soprattutto, anonima perché essa rappresenta tutte le terre e i luoghi in cui l’uomo di trova quando è lontano dalla casa del padre. Questo anonimato si estende non solo al luogo in cui il figlio minore si trovava, ma anche al misterioso personaggio che abitava la terra lontana (“uno degli abitanti di quella regione” v.15) a cui chiese di poter svolgere qualche servizio per sopravvivere. Interessante, infine, come questo il motivo dell’anonimato termini con un aggettivo triste e sinistro: “nessuno” (v. 16).

    Questo anonimato rappresenta il volto e il ruolo di tutte quelle situazioni e persone che non sono il padre e a cui siamo costretti a venderci per due lire, quando “abbiamo sperperato tutto, vivendo da dissoluti”.

    Ancor più, però, i termini dell’anonimato ben esprimono l’ambiente o piuttosto lo stato d’animo del figlio che vive in esilio, lontano dalla casa del padre: tristezza, grigiore, aridità.

    La reclamata autonomia non ci porta verso la libertà, verso “la terra promessa”, ma verso la schiavitù, l’esilio da noi stessi e, magari, anche la vergogna (cfr. Gen 3).

    Le immagini della desolazione del paese lontano risultano così efficaci perché poste a confronto con ben altre immagini, ben altri ricordi ancora vivi nella mente e nel cuore del giovane.

    Immagini che, quando decise di allontanarsi dalla casa del padre, avevano ormai annoiato e quasi infastidito il giovane forte, bello e ribelle. Immagini che, ora, provocano in lui una grande e struggente nostalgia.

    Ecco la prima fase della conversione.

    Il giovane si era allontanato dal progetto del padre per lui e, per tornarvi, doveva “rientrare in se stesso” (v.17), ricontattare quella “vita” da cui si era separato ma che comunque continuava a scorrere dentro di lui.

    Il “rientro in se stessi” non è, perciò, una cosa astratta, da pensare, quanto invece da immaginare sulla base del ricordo di quando si era in comunione con Dio. Una situazione da immaginare per desiderarla di nuovo.

    L’oggetto della riflessione del figlio minore è la condizione dei “salariati” (v.17) che stanno meglio di lui.

    Anzitutto, indirettamente, Luca descrive quanto fosse ricca e abbondante la mensa alla casa del padre, come non mancasse veramente nulla e che anche i salariati – gli ultimi della “gerarchia domestica” – se la passavano piuttosto bene.

    Il giovane invece “muore di fame”. A dire il vero, in greco, non c’è una parola che vi corrisponda, c’è invece apollumi che significa “essere perduto”.

    Perciò, la condizione del figlio minore lontano dalla casa del padre non corrisponde (solo) alla fame, ma più in profondità al “sentirsi perduto, smarrito, fuorigioco, lontano, estraniato, in esilio”. Questa è la vera fame!

    Si tratta, perciò, di tornare a far parte di una famiglia, di un insieme, di un gruppo dove nulla manca di ciò che veramente serve.

    Dopo che il giovane ci tornò con l’immaginazione, decide di tornarci anche fisicamente. Ecco la fase vera e propria della conversione, ossia una inversione a U della propria vita.

    Mentre si rimette in cammino, immagina le parole che dirà al padre. Un po’ come quando i nostri figli, quando combinano qualcosa, rimuginano le parole da dire al genitore per scusarsi:

    1. Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;
    2. non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
    3. Trattami come uno dei tuoi garzoni

    Non lontano da casa, il padre lo vede e gli corre incontro, COMMOSSO (in greco esplanchnisthe).

    Ecco la reazione del padre di fronte a tutto il dolore e la preoccupazione che gli aveva procurato il figlio nel tempo in cui era lontano da casa. In greco troviamo: splanghizomai.

    Un termine che può essere tradotto anche con “compassione”. Piuttosto, dovremmo tradurre “fu interiormente sconvolto”.

    Le “viscere”, per gli ebrei, erano la sede delle emozioni più profonde, quali l’eccitazione, l’euforia, la passione, la nostalgia. Insomma, un miscuglio di tutto questo provava il Padre.

    Un mix emotivo che lo rende impaziente e che lo spinge a correre incontro al figlio, ad abbracciarlo e baciarlo. Non si descrive la reazione del figlio, se egli abbia ricambiato o meno l’amore del padre.

    Il giovane, infatti, ha in mente il discorsetto e forse è in ansia finché non l’ha fatto, come se il padre dovesse rimproverarlo.

    Non si accorge però che, ancor prima di parlare, il Padre l’aveva già accolto. Il suo amore voleva prevenire qualsiasi discorso che, però, il giovane fa ugualmente:

    1. Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;
    2. non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.

    Il padre lo interrompe, impedendogli di fare la terza parte del discorsetto: “trattami come uno dei tuoi garzoni. Gli fa dire tutto ciò che vuole, ma non come deve comportarsi.

    Il padre non si fa dare ordini, soprattutto se l’ordine riguarda l’abbassamento del figlio al livello del garzone.

    Il figlio resta figlio anche quando è lontano dalla casa del padre e non può essere diversamente.

    Soprattutto, però, il figlio non può reclamare dal padre la propria autonomia, perché solo il papà solo il Padre può inviare e mandare nel mondo, quando sarà il momento opportuno.

    Garzone, in greco è misthios, ossia “uno che è pagato per fare qualcosa a favore del padrone”.

    Indica, perciò, un rapporto di tipo commerciale col padrone e non certamente filiale (e comunque nella casa del Padre c’è grande abbondanza anche per loro).

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