Il lavoro e l’invidia (Genesi cap. 4, vers. 3-6)

    Sacrificio di Caino e Abele – Giorgio Vasari (1511-1574)

     Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?

    Quali erano questi frutti del suolo? In ebraico, abbiamo mipperi ha’adamah. Quando Dio maledisse Adamo, gli disse che la terra (adamah) avrebbe prodotto per lui solo spine e cardi (Genesi 3,18). Che frustrazione! Caino coltiva una terra che non è più solidale con l’uomo e perciò non produce ciò che potrebbe. Le spine e i cardi sono piante selvatiche che crescono quasi senza intervento umano e sono l’immagine più eloquente di un terreno arido ed avaro di frutti. Coltivare con frutto la terra implica un rapporto autentico sia con Dio che con gli altri, cosa che – dopo la trasgressione di Adamo – non è affatto garantita. Caino è, dopo Adamo, colui che sperimenterà sulla propria pelle questa tragica frattura, questo dissidio tra la creatura e il Creatore. Come si può offrire al Signore ciò che è frutto di una maledizione?

    Ma che colpa ha Caino, se non l’impossibilità di fare un lavoro diverso da quello del padre?   Certamente, avrebbe potuto fare come Caino e scegliere una strada diversa, ma non lo fece. Seguì le orme paterne, anche se ciò significava restare nel solco di una maledizione giù scritta. Abele, invece, è la prova che nessuna maledizione passa di padre in figlio se si sceglie di essere liberi, di essere leggerispensierati anche nella scelta della propria professione. Solo quando si sceglie liberamente e con una certa dose di coraggio di essere se stessi, fino in fondo, ciò che si fa è gradito a Dio. Dio, forse, non accetta l’offerta di Caino, perché egli non offre qualcosa di suo, ma ciò che la terra – “maledetta” – spontaneamente produce. Una terra che può essere comunque coltivata, al costo però del sudore della fronte, cosa che – evidentemente – Caino non voleva.

    Abele, invece, offrì le cose migliori del suo gregge – i primogeniti e il grasso – così come prescritto dalla legge sacerdotale (cfr. Es 29,13; Lev 27,26). Egli non solo faticava e si guadagnava da vivere, ma era disposto ad offrire a Dio il meglio del suo impegno, del suo quotidiano sudore. Infatti, non si dice che il lavoro di Abele fosse meno ingrato di quello di  Caino, solo che Abele lavorava volentieri ed altrettanto volentieri offriva a Dio la parte migliore del suo lavoro, riconoscendo che esso – insieme all’energia per farlo – proveniva da Dio. Questo è il senso profondo dell’agire bene che Dio chiede a Caino, come antidoto alla sua irritazioneindignazione. In ebraico abbiamo due verbi molto evocativi. Il primo, charah indica la rabbia che può esplodere da un momento all’altro, il secondo naphal indica il volto abbattuto, i cui lineamenti scivolano verso il basso. Due verbi che, nel loro insieme, descrivono egregiamente lo stato d’animo dell’invidia. Ne riparleremo.

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