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Gesù, il Getsemani e la lotta spirituale dell’uomo nell’angoscia

L’angoscia, quale confine al di qua della luce

(Articolo di Domenico Milani) Oggi analizziamo il momento cruciale della vita di Gesù: mentre pregava nell’orto degli ulivi.

I vangeli ci narrano che Gesù, subito dopo l’ultima cena, vi si recò per pregare (Mt 26, 36-46; Mc 14, 32-42; Lc 22, 39-46). Guardiamo questo momento partendo da questa domanda, oggi più che mai, fondamentale:

«Possiamo vivere esenti da prove e dal nostro peggior incubo, l’angoscia?»

L’angoscia di Gesù

E la risposta è, evidentemente, NO. Non mi soffermerò sul perché, in quanto entreremmo in un circolo senza ritorno.

Mi interessa invece, appurato che tutti viviamo chi prima chi poi quest’angoscia, capire quale via ci mostra Gesù per superarla e di rimando superarci.

Partiamo subito da una costatazione nemmeno poi tanto scontata, anzi. Il fatto che nemmeno a Gesù, pur essendo il Figlio di Dio, è stata risparmiata questa tappa ed anche Lui è dovuto passare per questa porta stretta e tenebrosa.

Mentre nei 40 giorni di deserto Gesù si era preparato per la sua missione, nell’orto degli Ulivi entra in lotta spirituale.

Si rivela tutta la Sua profonda umanità (e con essa l’abbraccio profondissimo con l’uomo di ogni secolo). Per salvarci Dio non ha lesinato nulla!

Ma, anche, ci ha indicato la Via giusta per superare l’ostacolo, anche il più grande come la paura della morte imminente.

Egli infatti, compreso che la sua missione volgeva al compimento, portò con se i discepoli affinché gli tenessero compagnia.

Si, anche Gesù cerca il conforto umano, come quando da piccolo poteva correre dalla Mamma, che gli era vicino.

In questo caso però è una compagnia che tuttavia si rivela alquanto inefficace, poiché i sinottici ci rendono chiara la scena.

Gesù si reca per ben tre volte dai discepoli e in tutti e tre i casi li trova addormentati. L’uomo non è capace di aiutarlo nemmeno per una manciata di ore, e nel momento più greve.

Allora, come narra Marco, Gesù comincia a spaventarsi, una paura tremendamente umana e chiede al Padre di togliere, se è nella Sua volontà, questo calice.

L’angoscia e la solitudine perfetta

Più o meno la stessa richiesta che tutti noi abbiamo fatto quando ci siamo trovati nell’angoscia, (apparentemente) senza via di scampo.

Ognuno di noi sa infatti che prima o poi dovrà morire. Ma quando si sente l’alito freddo della morte sul collo, il terrore profondo e disperante che subito interviene è purtroppo inevitabile.

La paura e l’amara tristezza che l’accompagnano isolano dagli altri, perché si crede – e non a torto – che nessuno potrà mai capire quanto stiamo vivendo e quanto sia grande la sofferenza.

È in questa perfetta solitudine che si raggiunge, esattamente, il culmine dell’esperienza dell’angoscia.

La luce in fondo al tunnel

Ed è proprio allora, come per tutti noi, in fondo al pozzo e nel buio più profondo, che Gesù vede “la luce in fondo al tunnel”, cioè ha il conforto del Padre attraverso l’Angelo..

E tutti, ora saremmo portati a credere che sia una forza improvvisa, un “miracolo” insomma. Ed invece NO.

Non sappiamo cosa disse l’Angelo, ma molto probabilmente mostrò a Gesù cosa sarebbe scaturito da questo Suo Calvario. Ed infatti Gesù cambia immediatamente atteggiamento, è risoluto!

Si alza e sveglia anche i suoi discepoli. Non si lascia dominare dagli eventi, ma li attende con una determinazione straordinaria.

La ritrovata fiducia di Cristo

Nel suo Vangelo, Giovanni ci racconta che Gesù non solo attese i “carnefici” ed il Traditore ma che si offrì loro facendosi riconoscere con quel «Sono io!»

che come in altre parti cruciali richiama la Sua affinità con Dio, si manifesta, anzi, come nell’episodio della barca in tempesta, Gesù (Dio) si desta.

Ed appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Come appena rimproverò il vento e disse al mare di calmarsi ci fu immediata bonaccia. 

È una conferma implicita per la missione di Gesù ma anche, e di conseguenza, per tutti noi.

Io e Dio

Ci dice che siamo sulla via giusta, quella che Dio ci pone innanzi per trovarlo e trovare noi stessi. Pensiamo a Saulo che cade a terra accecato, è la stessa cosa.

Vivrà successivamente una profonda angoscia ma, dopo la venuta di un altro “messaggero”, in questo caso Barnaba, allora sorgerà Paolo di Tarso, l’Apostolo delle genti!

Ed ho citato Saulo proprio perché in lui mostriamo l’estremo, ovvero l’archetipo dell’uomo che “combatte” Dio. O meglio, combatte la volontà di Dio mettendo se stesso al primo posto.

Scendere nei nostri inferi

La vita dei Santi ci ricorda invece che solo nel totale abbandono del “mondo” e nel completo affidamento filiale a Dio si trova la Luce e si rinasce.

Scendiamo così nei nostri inferi e risaliamo vestiti dell’abito bianco di Dio. Come fu per Mosé, anche in noi trasparirà quella trascendenza che illumina i nostri occhi e il nostro volto.

E gli occhi sono lo specchio del “Cuore”, cioè della nostra Anima!

In conclusione, come accennavo in apertura, questo accade non solo a tutti ma anche durante tutta la nostra vita e non solo in punto di morte (quello è un estremo).

Essere divinizzati

Ogni giorno dobbiamo rivestirci dell’Armatura della Fede e combattere la nostra buona battaglia.

Ogni giorno dobbiamo scendere dai gradini del nostro ego e in vera umiltà (dal latino humus, “terreno fertile”) accogliere ciò che la Provvidenza ci pone innanzi

consci che sempre più cresceremo rialzandoci dalle cadute e sempre più saremo “Cristizzati” (Deificati, come ci ricordano i Fratelli Ortodossi) realizzeremo cioè quel progetto antico ma sempre più attuale che è richiamato in Genesi.

Saremo sempre più modellati ad immagine e somiglianza con Dio, l’Amén.

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