Il figlio di Caino (Cap. 4, vers. 17)

    Duomo di Fidenza – Enoch – Particolare del Portale

    Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch;
    poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio.

    Inizia qui la cosiddetta genealogia di Caino, che consiste in un breve elenco di nomi che sembrano avere una funzione eziologica. Essi, cioè, spiegano l’origine della prima città e dei primi mestieri. Inutile cercare di identificare il nome della città che è identico a quello del figlio generato da Caino: Enoch. Nel versetto non troviamo neppure la formula stereotipata: ed egli chiamò il figlio … non si dice neppure il nome della moglie. Enoch appare come una sorta di meteora nel cielo sempre più buio che sovrasta l’umanità a causa della violenza dilagante (cfr. vers. 24). 

    La costruzione di una città da parte di Caino contraddice in modo evidente la maledizione che Dio gli aveva inflitto. Egli sarebbe stato costretto a vagabondare senza pace da un luogo ad un altro (cfr. vers. 12). La città – in ebr. ‘ir – invece, rappresenta la stabilità, la sedentarietà contrapposta alla vita nomade. Si ha l’impressione che Caino – comprensibilmente – voglia sottrarsi alla maledizione lanciatagli da Dio e trovare rifugio e sicurezza in una impresa tutta umana. Tra le righe, si nota che Caino in un certo senso non obbedisce alla condizione che Dio, pur maledicendolo, gli infligge. 

    Molto meglio e molto più semplicemente continua qui il trend iniziato nel capitolo terzo: il progressivo ed inesorabile allontanamento dell’uomo da Dio e il ripiegamento su se stessi, nell’illusione di trovare in una società ben organizzata la sicurezza che solo in Dio può essere trovata. 

    Tuttavia, all’interno di questa inesorabile tendenza, spicca il nome di Enoch, un punto luminoso immerso in un buio sempre più fitto. Il nome Enoch deriva infatti dal verbo ebraico chanak, che significa dedicato, consacrato. E’ il verbo da cui deriva anche il termine chanukah, ossia la dedicazionericonsacrazione del Tempio dopo la profanazione di Antioco IV Epifane, narrata nei libri dei Maccabbei. 

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