Guarigione o salvezza?

La risposta del Vangelo

(Articolo di Domenico Milani) Il Vangelo narra della guarigione dei 10 lebbrosi (Luca 17,11-19). Pare che ci sia una sorta di predilezione di Gesù nei confronti di questi disperati, tanto che non è la prima volta che nel Vangelo si parla di lebbrosi.

Perché la lebbra è una malattia di disperazione. Ti toglie prima la pelle, poi la carne, la dignità, gli amici, la quotidianità e ti spinge in un buio di isolamento e di solitudine, facendoti dimenticare il calore di una mano amica che ti fa coraggio o ti aiuta ad andare comunque avanti.

La lebbra diventa così il simbolo di tutti quei dolori che a volte nella nostra vita piombano con il sapore della disperazione. Dolori che ci rendono soli, incompresi dagli altri, isolati, emarginati. Ma non vuol essere un racconto di paura.

Gesù vede le persone

Infatti è illuminante nell’episodio il comportamento che Gesù ha; il Vangelo ci dice che appena li vide parlò loro.

C’è molto di più di una semplice attenzione per i bisognosi, qui possiamo ben vedere come Gesù ha immediatamente compassione dei 10 malati e particolarmente della malattia che deturpa la creatura che Lui stesso ha creato. Ed immediatamente Cristo fa nuove tutte le cose!

Questa particolare angolatura che ci fornisce l’evangelista Luca ci fa capire come Dio ama la sua creatura, senza (sciocchi) distinguo.

E con l’incarnazione queste ferite alle Sue creature sono ferite a Dio stesso. Ecco allora che iniziamo a comprendere cosa sono ed a cosa servono le Croci.

Perché proprio a me?

La domanda giusta allora diviene non tanto il nostro (naturale) “perché proprio a me?”, ma l’eco della domanda di Dio sin dall’Eden: Adamo, dove sei?. Quindi, di rimando. la nostra domanda ”Signore, dove sono (finito)?”

Ci sono capitoli della nostra vita che sanno di lebbra perché ti mettono fuori dal giro della speranza e tu non puoi fare altro che elemosinare la vita e non più viverla. 

Ed eccoci al vero punto di svolta. Noi sopravviviamo, come tanti zombie, alla mercé di tutto e tutti. Tanto che spesso ci auto compiacciamo delle nostre “prigioni dorate”. Ecco allora che accadono degli eventi che ci stravolgono l’esistenza.

Eventi che possiamo anche ben chiamare “Croci”. Ed il pensiero ovviamente va subito al libro di Giobbe, al travaglio interiore dell’uomo che la Bibbia ci fa vedere nella figura di Giobbe stesso.

Il senso della croce

Giobbe comprende una cosa fondamentale, comprende che Dio è il totalmente altro. Dobbiamo, gioco forza, abbandonare il nostro Ego per cominciare ad ascoltare veramente e quindi entrare nell’ottica di Dio.

Comprendiamo così che questo altro è in realtà sempre con noi! Questa è la novità della Nuova Alleanza. Cristo per primo è salito sulla Croce per la nostra salvezza.

E Cristo è vivo su quella croce, non è semplicemente un altro cadavere appeso. Cominciamo ad intuire, come la vita insegna, che non può esserci salvezza senza il Sacrificio.

Questo significa, non solo, che non possiamo salvarci se non lo vogliamo fortemente, ma che dobbiamo anche affrontarne i sacrifici del caso. Ogni scalata, ogni meta, comporta delle difficoltà. Allora la prima cosa è riconoscersi bisognosi.

Nel vangelo ci sono i lebbrosi e Luca è preciso nel dire che sono dieci. Forse si fanno compagnia tra di loro ma di certo uniscono la loro voce per gridare verso Gesù: maestro abbi pietà di noi! E a chi altro si può gridare quando abbiamo perso la speranza? Cos’è la pietà di Dio se non Gesù che ci detta le istruzioni per venir fuori da quell’abisso di non senso?

Malattia o non senso nel Vangelo

Il problema vero non è la malattia, ma è ciò che quella malattia ti porta a sperimentare, ossia la mancanza di senso. La Croce non ha senso apparente ed anzi è “contro-natura”. Quasi come a dire che il problema non è la tua sedia a rotelle, il tuo cancro, la tua storia faticosa, quell’errore irreparabile che hai commesso.

Non basta liberarsi da una sedia a rotelle, da un cancro, da una storia faticosa, o da un errore per essere sicuri poi di essere felici. Gesù è uno che ti accompagna verso un senso al di là della lebbra che ti affligge.

E se a volte ci libera dalla lebbra è solo perché camminiamo più speditamente verso questo senso e non affinché fraintendiamo la felicità con la guarigione.

La conversione vera

Il felice non è chi è guarito. Gesù risana tutti e dieci questi lebbrosi. Il felice è chi torna indietro a dire grazie, cioè a guardare negli occhi il senso della sua vita, colui per il quale tutto vale la pena, anche la lebbra. E le percentuali di riuscita di questo miracolo sono 1 su 10. 10 sono guariti, ma solo 1 è salvo.. Perché?

Ed è ancora il Vangelo ad illuminarci:

Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

(Luca 17,17)

C’è quel tornare indietro che nel greco biblico riporta alla “conversione” (dal greco μετανοεῖν, metanoein, cambiare il proprio pensiero, cambiare idea). Il felice è il figliuol prodigo che ritorna alla casa del Padre, memore della sua dignità!

Ed eccoci ancora di fronte alla Croce. Che siamo immediatamente guariti o meno non è fondamentale, più importante diviene il fatto che dal basso dove siamo sprofondati noi risaliamo ricordandoci dell’Alleanza con Dio.

La vera misericordia nel Vangelo

Allora noi non vedremmo più la Croce come un fardello, ma come un aiuto che ci fa rimanere in equilibrio durante la scalata. Ed è un equilibrio “perfetto” perché in realtà non siamo noi a portare la Croce ma è Dio stesso.

È questa la storia dell’uomo che incontrando questa misericordia che salva non si preoccupa solo di togliersi di dosso la lebbra, si preoccupa di cambiare tutta la sua vita, di buttare via la sua idolatria, di non offrire più olocausti ad alcun dio straniero.

Perché il problema è sempre lo stesso: se tu incontri una boccata d’aria fresca come il Vangelo, se tu incontri gli occhi profondi della misericordia di Dio, se sperimenti la vertigine della provvidenza che ti prende al volo, ma non sei disposto poi a vivere di conseguenza, a cambiar vita, a stravolgere la tua mentalità, appunto a convertirti, allora a nulla è servita quella grazia ricevuta, quell’amore sperimentato.

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