Gli ebrei che escono dall’Egitto: la dipendenza dall’angoscia

    Le scene che ci mostrano come Israele raggiunge la libertà ed il paese a cui è destinato sono immagini e stazioni del processo che ciascuno di noi deve percorrere per trovare se stesso

    Tutto ciò che Israele ha sostenuto nella sua storia esteriore sono pietre miliari tipiche sul cammino interiore di ogni singolo individuo, che finalmente si trova a calcare una terra veramente sua.

    Propriamente si tratta di incontrare il proprio Dio. Ma com’è possibile che una persona si sottragga alla paura della gente e arrivi a poco a poco a temere solo Dio? Chi riesce a trasformare la paura degli uomini in timor di Dio trova, così afferma questa storia dell’uscita dall’Egitto, la libertà a se stesso.

    Trasformare il rispetto in timor di Dio

    Ma la strada che vi conduce è lunga. Percorrerla fu il destino di Israele come popolo; seguirla è il compito di ogni individuo in quanto essere umano. Nessuna delle stazioni può essere saltata.

    Non merita arrestarsi per paura ad una di queste svolte o ripiegare tornando indietro, ma merita piuttosto seguire la strada fino alla fine: esiste una fine ed una meta; basta resistere e accettare la guida di Dio. In questa esperienza sta tutto il significato e l’importanza d’Israele.

    Tra la paura degli uomini e fiducia in Dio

    Quando si parla di Dio, spesso è come se si trattasse di una determinata ipotesi scientifica e quando si parla d’Israele, di solito lo si fa riferendosi al noto fatto storico-religioso che questo popolo ha creato il monoteismo.

    Ma la verità è che ognuno di noi, se vuole trovare la via per arrivare ad una propria storia, deve riscrivere in prima persona questa pagina della Bibbia che Israele ha vissuto come popolo.

    La verità è che non si tratta (solo) di qualcosa di storico, ma di qualcosa di tipico e che siamo chiamati alla vita come persone solo quando abbiamo trovato il nostro Dio.

    La tragedia dell’angoscia

    Oppure è troppo affermare che ciascuno di noi, preso direttamente, vive ora come allora in un campo che, per ciò che riguarda la propria angoscia, non si distingue in niente dalle storie dell’antichità? E cosa narrano poi le storie dei popoli?

    Dicono che gli esseri umani per pura angoscia diventano dei tragici pupazzi nelle mani di una qualche forza del destino, che fa con loro ciò che vuole. È un mondo pieno di angoscia, pieno d’impotenza e pieno di mancanza di libertà.

    In ogni momento si deve stare in guardia dai colpi di qualche divinità, di qualche demone e di qualche magia, che ci possono trasformare a loro capriccio in orsi, maiali [come per esempio la maga Circe che trasforma in maiali i compagni di Ulisse] o in oche [giulive] e che hanno il potere di pietrificare la vita [come Voldemort nel volume La camera dei segreti] o di umiliarci facendoci diventare una caricatura di noi stessi.

    E tutto ciò dobbiamo subire senza poterci proteggere e difendere. [Tra parentesi mie aggiunte].

    Angoscia e dipendenza

    Ciascuno di noi conosce sufficientemente per esperienza diretta questo mondo dell’angoscia e della dipendenza. Sappiamo quanto l’angoscia ci impedisca di essere liberi dentro, quanto ci sentiamo noi stessi stregati e maledetti, girando a vuoto, eternamente in fuga dagli altri, non come persone umane, ma vegetando davvero come bestie, perennemente obbligati a ripetere determinate esperienze dell’infanzia, senza nessuna possibilità di correzione e di progresso.

    Il mito dell’eterno ritorno

    Nei miti, si dice, non c’è storia, ma solo la circolarità di un eterno ritorno ritualizzato. Esattamente la stessa cosa succede in una vita di angoscia: per pura disperazione ed angoscia in essa viene meno ogni idea che ci sia qualcosa che somigli ad un futuro.

    Le uniche cose reali sono certe abitudini, certi ricordi e tradimenti di sé, da cui non ci liberiamo e che bloccano ogni sguardo in avanti.

    La schiavitù come libertà apparente

    Tutte queste umiliazioni e questa prigionia nelle catene dell’angoscia Israele le ha dovute conoscere in ‘Egitto’, nella ‘casa di schiavitù’ (cfr. Es 13,3.14; 20,2; Dt 6,12; 7,8; 8,14; 13,6.11; Gdc 6,8), come più tardi si disse.

    All’inizio, si badi bene, la vita in Egitto non gli si presentava affatto come una casa di schiavitù. Anzi, Israele era andato in Egitto unicamente e soltanto per poter sopravvivere Ciò che ci rende dipendenti è proprio questa impressione che non esista altra strada per noi e chiamo obbligati a rintanarci presso l’altro, solo per poter semplicemente esistere.

    Soltanto la paura che altrimenti periremmo fa sì che cadiamo sotto il dominio assoluto di altre persone. Ma, appena abbiamo accettato questo dominio, per noi è finita (Da Eugen Drewermann, Psicologia del profondo e esegesi. 1. Le verità delle forme. Sogno, mito, fiaba, saga e leggenda, Queriniana 1996, 425-427).

    Lascia un commento