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Giovanni Battista: simbolo della ricerca interiore nel deserto

Il simbolo del deserto rappresenta il lavoro di scavo interiore per giungere all’anima

In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea,  dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri
!

Matteo 3,1-3

Giovanni Battista compare in modo improvviso nella scena evangelica, quasi ex abrupto.

La misteriosa comparsa di Giovanni Battista

Tanto più che Matteo – a differenza di Luca (cap. 1) – non dà alcuna indicazione preliminare sulla sua vita precedente.

Tra l’atro, egli dice prima di Gesù la frase che segna l’inizio della sua predicazione convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. 

Il verbo italiano convertirsi corrisponde al greco metanoein che significa piuttosto cambiare mentalità, punti di vista. Un’attività noetica, dunque, più che una decisione esistenziale.

Convertirsi: cosa significa?

Tuttavia, la nous per Matteo non corrispondeva esattamente al nostro concetto di mente. Era un’attività assai più estesa e comprendeva intrinsecamente anche il mondo delle emozioni e dei sentimenti.

Il verbo rappresenta così il primo e fondamentale passo prima della svolta etica vera e propria: il cambiamento dei pensieri e del modo di pensare a cui sono agganciato emozioni e stati d’animo corrispondenti.

Il fatto che questa frase sia stata attribuita a Giovanni prima che a Gesù riflette poi il pensiero dei primi cristiani, per i quali la figura di Giovanni Battista era strutturalmente unita a quella di Gesù.

Giovanni il Battista e il simbolo del deserto

Perciò, questa apparente sovrapposizione non deve creare inutili speculazioni sul rapporto tra Gesù e Giovanni.

La comparsa improvvisa di Giovanni corrisponde al ruolo scarno ed essenziale – direi quasi rozzo – che egli riveste tra i vari personaggi del vangelo.

Giovanni è legato al tema del deserto. Egli, infatti, compare nel deserto di Giuda, luogo in cui svolge lassa attività e predicazione, come vedremo.

Al dato topografico corrisponde però un dato simbolico, racchiuso nel testo citato da Matteo e che ci permette di cogliere il significato profondo della figura di Giovanni.

Il luogo della solitudine e del contatto con se stessi

Egli è voce che grida nel deserto, non in un deserto preciso – come quello di Giuda – ma nel deserto. In greco, deserto è eremos, il termine da cui deriva anche il termine eremo, che evoca subito una condizione esistenziale di solitudine e isolamento.

Infatti, il deserto è il luogo per antonomasia della solitudine, della condizione in cui si è costretti a prendere – o riprendere – il contatto con se stessi, con la propria vera identità, col senso (se c’è) che diamo alla vita e a ciò che facciamo.

Si tratta di una discesa nel più profondo di noi stessi, attraverso l’ascolto di linguaggi diversi da quelli a cui siamo abituati. Del linguaggio onirico, per esempio; proprio come fece Giuseppe.

Egli comprese cosa veramente voleva dalla vita e cosa doveva fare facendo attenzione a ciò che gli veniva suggerito attraverso il sogno.

Un ascolto, uno scavo che deve giungere fin nell’anima

Un ascolto che permette di aprire un varco verso l’anima, verso la verità di noi stessi; verso il luogo dove Dio vive.

Questo lavoro di scavo e di scoperta è sapientemente simboleggiato dalle immagini della strada da aprire e dei sentieri da raddrizzare.

Quante false immagini e proiezioni esterne di Dio abitano da anni la nostra vita esperienza religiosa?

Spesso impastiamo i nostri umanissimi simulacri di Dio con la terra fangosa e grigia della nostra paura ed angoscia, ignorando così per anni ed anni l’identità consolante e luminosa di Dio che vive dentro e non fuori di noi.

Solo accettando coraggiosamente di starsene un po’ nel deserto, nella solitudine, nel silenzio da voci e frastuoni, si può aprire un varco – attraverso l’angoscia – verso il Signore.

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