Corso sul Pentateuco – Esegesi di Genesi 1,1-2,4a – (Sesto giorno)

    Minolta DSCE Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
    Dio creò l’uomo a sua immagine;
    a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro:
    «Siate fecondi e moltiplicatevi,
    riempite la terra;
    soggiogatela e dominate
    sui pesci del mare
    e sugli uccelli del cielo
    e su ogni essere vivente,
    che striscia sulla terra».
    Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno (Genesi 1,26-31)

    Si tratta della seconda opera compiuta da Dio nel sesto giorno. La prima, quella degli animali terrestri, è stata descritta nei versetti precedenti. Anzitutto è opportuno fare alcune considerazioni generali. La prima è che l’uomo viene creato al sesto giorno. Secondo la simbologia numerica degli ebrei, il numero 6 è quello dell’incompiutezza, poiché immediatamente precedente al 7, il numero invece della totalità e della perfezione. Così la creazione dell’uomo è sì il vertice della creazione, ma attende il numero 7 per essere compiuta, ossia il riposo di Dio. Si tratta forse di un altro segno dell’autore sacerdotale di questo capitolo, per il quale il culto e lo shabbat in particolare, era il culmine di tutta l’attività umana.

    La centralità della creazione dell’uomo all’interno del racconto è data anzitutto dalla posizione dei versetti 26-28 all’interno del contesto costituito dall’insieme dei versetti 24-31. Si notano quattro discorsi di Dio. Il primo è il comando con cui Dio crea gli animali, seguito dall’esecuzione del comando e dal giudizio positivo (vv.24-25); il secondo riguarda appunto la decisione di creare l’uomo e il compito che gli viene affidato, seguito dalla creazione dell’umanità e dal terzo discorso in cui Dio benedice l’uomo, affidandogli nuovamente un compito (vv.26-28); infine il quarto discorso riguarda l’amore provvidente di Dio per l’uomo e gli animali, seguito dal giudizio positivo e dalla conclusione del sesto giorno. Come si nota, la creazione dell’uomo è al centro di questi versetti, immediatamente circondato da ben due discorsi di Dio. 

    Proprio in riferimento all’umanità, troviamo uno dei problemi più complessi e scottanti dell’intera Bibbia ebraica: facciamo l’uomo. Il soggetto della frase è chiaramente elohim nome plurale che in genere è seguito da un verbo al singolare e perciò tradotto sempre con Dio. Qui, però, abbiamo un verbo al plurale – na’aseh (prima persona plurale dell’imperfetto del verbo asah-fare) – anche se il verbo che segue il soggetto è al singolare: wayyomer (terza persona singolare del verbo amar-dire). Perciò la traduzione Gli elohim dissero: facciamo … non è possibile. Tuttavia, è innegabile che esiste un problema. Sembra che qui Dio si consulti con una sorta di corte celeste, attestata anche altrove nella Bibbia (cfr. 1 Re 22,19; Gb 1-2; Is 6,8). Ma il monoteismo assoluto dell’autore sacerdotale di questo capitolo ci costringe ad escludere categoricamente questa ipotesi. Altri pensano ad un plurale di deliberazione, una specie di volontà solenne di fare qualcosa di importante, come appunto la creazione dell’uomo. Altri ancora sostengono che l’autore sacerdotale, usando qui il soggetto plurale, rimanda all’Esodo il momento il cui si rivelerà l’IO di Dio. A mio avviso, nessuna di tali soluzioni è soddisfacente. Un tentativo di soluzione potrebbe essere quello di considerare il termine elohim come superlativo del singolare eloah. Quest’ultimo termine proviene da una radice ‘alah (con l’aleph) che significa oggetto che incute timore. Perciò, il superlativo elohim significherebbe colui che incute più timore in assoluto (clicca qui per un studio più approfondito). 

    Il plurale si estende poi ai due termini che indicano le caratteristiche dell’essere umano: betsalmenu kidemuteni, tradotti di solito con a nostra immagine e somiglianza. I prefissi beke non implicano una sfumatura diversa per ciascuno dei due termini, che possono benissimo essere resi a nostra immagine e a nostra somiglianza. Si è invece discusso a lungo, nella storia dell’esegesi di questo brano, sul significato di tselem e di demut. Ciò che è abbastanza sicuro è che il primo termine indica una somiglianza più concreta, poiché tselem in genere è usato per indicare statue (cfr. 1 Sam 6,5; 2 Re 11,18; 2 Cr 23,17) od idoli (Ez 7,20; Am 5,26; Nm 33,52). Demut invece indicherebbe una somiglianza un po’ più astratta (e forse interiore); il termine deriva infatti dalla radice damah da tradursi con essere simile a … E’ tuttavia preferibile considerare questi due termini in coppia, comprendendoli come il tentativo da parte dell’autore di descrivere così l’interlocutore ideale di Dio: l’uomo.

    Il compito dell’essere umano è quello di dominare sugli altri esseri creati. Il verbo dominare traduce l’ebraico radah che alla lettera significa calpestare. Di qui sono derivate tutte le interpretazioni che leggono in questo versetto il permesso accordato all’uomo di sfruttare a proprio piacimento animali e risorse naturali in genere. Tuttavia sia il verbo radah che il seguente kabash (versetto 28 – tradotto di solito con soggiogare) indicano il dominio del re (radah Nm 24,19; 1 Re 5,4; Sal 72,8; 110,2; Is 14,6; 18,1; 2 Sam 8,11; 1 Cr 22,18; kabash = Nm 32,22.29; Gs 18,1; 2 Sam 8,11; 1 Cr 22,18; 2 Cr 28,10; Ne 5,5; Est 7,8; Ger 34,11.16; Mic 7,19; Zac 9,15). Nella cornice culturale del Vicino Oriente Antico, il re coincideva con il suo popolo e la sua terra, in forza del concetto della personalità corporativa. Perciò, il benessere del popolo e della terra era il benessere del re. Questa interpretazione esclude a priori qualsiasi lettura peggiorativa sia di radah che di kabash. L’uomo (re) è chiamato ad estendere la propria regalità sul creato, rispettando però gli animali come rispetta se stesso.

    Seguono poi in rapida successione tre menzioni di bara’ “creare”, segnalando al lettore che si è raggiunto qui il vertice della creazione. Oltre al verbo creare, occorre qui fare attenzione al pronome usato insieme al verbo: creò l’uomo … lo creò … li creò. Si tratta quasi di una sintesi dove sono presenti tutti gli elementi costituivi della natura umana. Il fine però è quello della duplicità sessuale che caratterizza l’essere umano. Oltre ad eliminare ogni possibile discriminazione sessuale, l’ultima parte della triplice menzione di bara’ (maschio e femmina li creò) indica anche che ogni persona è dimezzata senza il naturale completamento femminile.

    Seguono infine le prime parole di Dio per l’umanità. Sono il comando ad essere fecondi e a moltiplicarsi sulla faccia della terra. Sembra poi che la dieta dei primi uomini sia totalmente vegetariana. Si tratta probabilmente di un clichet letterario tipico dell’eta dell’oro dell’umanità, presente anche in altri contesti storico religiosi. In quest’epoca di totale armonia dell’uomo con Dio, l’uomo viveva in pace con gli animali. Uomini e animali si cibavano infatti di verdura. Infine, il giudizio di Dio era cosa molto buona sembra estendersi non solo all’uomo, ma a tutta l’opera della creazione che comprende anche l’uomo. Termina così l’opera della creazione. 

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