Corso sul Pentateuco – Esegesi della Creazione – Gen 1,1-2,4a (Il secondo giorno)

    Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

    Danzatore Maori

    In molte culture e religioni, il cielo e la terra erano uniti in uno stretto abbraccio, come Ouranos e Gaia nella mitologia greca. Per esempio, nelle tribù dei Maori, il cielo è chiamato Rangi e la terra Papa. All’inizio erano una cosa sola. Poi i figli nati da questa feconda unione, desideravano vedere la luce e non restare per sempre intrappolati nello stretto abbraccio dei loro genitori. Decisero allora di separarsi dai loro genitori. Così un giorno tagliarono le corde che univano il cielo e la terra. Rangi fun spinto allora in alto e nel mondo apparve la luce.

    Come ebbi modo di dire nel mio La Bibbia riscritta e commentata, è importante immaginare più che spiegare o descrivere, cosa avvenne nel secondo giorno della creazione. Il mito maori ci aiuta in questo. Eì come se Dio avesse creato in mezzo alle acque primordiali una specie di cupola di vetro che spinse in alto parte di esse, dividendole così le acque superiori, da quelle inferiori. La differenza tra il mito maori e la Bibbia, è che la luce fu creta a parte e non fu il risultato della separazione tra il cielo e la terra. Inoltre, la Bibbia parla prima di separazione tra le acque e poi della comparsa della terra.

    Rabbi Shlomo Yitzhaqi detto Rashi (1040-1105)

    Ad ogni modo, la cosa che salta più all’occhio in questi versetti è l’assenza del ritornello presente in tutti gli altri giorni della creazione: e Dio vide che era cosa buona e bella. La LXX – la traduzione greca della Bibbia ebraica – aggiungerà questa frase. Probabilmente però il testo originale ne era privo. Perché? Forse, dicono alcuni, se le tutte e otto le opere della creazione fossero state corredate di questa frase, non si sarebbe raggiunto il numero sette. Si tratta di un simbolo numerico che indica la tonalità e la perfezione di una certa realtà. In questo caso, dire sette volte che qualcosa era buono bello, significava dire che il creato rappresentava il massimo della perfezione e della bellezza. Rashi – l’autore ebraico di un grande commento alla Genesi – dice che la frase è assente dal secondo giorno di creazione, perché l’opera qui iniziata non terminerà che nel terzo giorno, dove infatti la formula è presente.

    Traducendo l’ebraico raqi’a con firmamentum, San Girolamo – nella sua Vulgata – rese alla perfezione l’immagine che del cielo avevano gli antichi, ossia come una volta rigida in cui erano state incassate le stelle e i pianeti. Ecco perché nei brani biblici appartenenti al genere letterario dell’apocalittica, le stelle cadono a terra come fichi secchi come se la pianta fosse stata scrollata e sbattuta (cfr. il libro dell’Apocalisse).

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