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Bibbia e aureole

Una delle più affascinanti caratteristiche della Bibbia è che essa non parla solo di Dio e del suo mondo, ma anche e soprattutto del rapporto tra Lui e l’uomo. Un caso veramente straordinario in tal senso è quello di Mosè: dopo essere salito sul monte Sinai per ricevere le tavole dei dieci comandamenti e tutte le altre leggi e disposizioni per Israele (Esodo capp. 19-34), tornò da suo fratello Aronne e dagli Ebrei accampati ai piedi del monte. La Bibbia descrive le sembianze di Mosè in seguito all’epifania divina sul Sinai: «La pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui» (Esodo 34,29).
L’aggettivo “raggiante” corrisponde al verbo ebraico qaràn, da cui proviene il nome qéren, che significa “corno”. Di qui l’immagine – derivata dalla traduzione latina della Bibbia e resa celebre da Michelangelo – secondo cui Mosé aveva delle corna di luce. Da notare che il verbo qaràn è usato solo nel caso di Mosè e in nessun altro luogo della Bibbia. C’è poi da tener presente che chi scrisse questo brano usò un termine assai inadatto a descrivere un volto luminoso, poiché in ebraico il verbo qaràn dà piuttosto l’idea di vere e proprie corna che sarebbero apparse sul volto di Mosè!
L’epoca storica in cui visse – intorno al xiv secolo a.C. – non era di certo caratterizzata da una rappresentazione raffinata del mondo di Dio. In altre parole, gli Ebrei di quel lontano tempo, descrivevano come potevano i fenomeni che accadevano intorno a loro, compresi quelli spirituali. Se prendiamo l’immagine da loro usata per descrivere il volto di Mosè, capiremo forse che essi non volevano parlarci della luminosità del suo volto; se avessero voluto farlo avrebbero usato – se ne fossero stati capaci – un’altra espressione.
Il fenomeno qui descritto è assai più simile a quello osservabile durante un eclissi di sole. La luna che si sovrappone al disco solare, permette di evidenziarne non la luminosità, quanto i raggi che, effettivamente, assomigliano quasi a delle corna. Probabilmente con tale espressione si voleva descrivere la luce che stava dietro Mosè, che proveniva da Dio e che si manifestava intorno al suo volto – ma forse anche attorno al suo corpo – come una raggiera. Un fenomeno che impressionò molto sia Aronne che gli Israeliti (Esodo, 34,30) e che si ripeté tutte le volte che Mosè incontrò Dio dentro la tenda in cui gli Ebrei custodivano l’Arca dell’alleanza con le tavole dei Dieci comandamenti. Ogni volta che ne usciva, Mosè era costretto a coprirsi il volto con un velo.
Nell’Antico Testamento si troverebbe così la più antica testimonianza del principale elemento iconografico usato nella raffigurazione dei santi: l’aureola. Questa parola viene dal latino aureolam coronam e significa “corona d’oro”. In genere circondava il corpo e soprattutto la testa, proprio come nel caso di Mosè. Aldilà del parallelismo iconografico, è possibile spiegare il fenomeno luminoso dell’aureola a partire dalle corna di Mosè? Usando il verbo qaràn, l’autore vuol dire che la luce era come una raggiera e che quindi non proveniva direttamente da Mosè, ma da una fonte esterna alla sua persona e che comunque si manifestava attraverso di lui.
Un fenomeno che sembra misteriosamente presente nell’iconografia dei mistici anche non cattolici e che rappresenta un ulteriore e prezioso indizio su ciò che sta oltre la persona di Mosè: una luce simile a quella del sole, spesso accostato alle descrizioni del mondo di Dio, soprattutto nel Nuovo Testamento (Matteo 17,2; Luca 1,78; Apocalisse 1,16; 10,1; 12,1). Nei brani in cui compare, però, c’è un particolare che non deve sfuggire: si dice infatti che la luce osservata era come il sole. Nel caso di Mosè, infatti, il verbo qaràn non identifica tale luce come quella del sole, poiché se ne individua semplicemente un elemento: i raggi. C’è anche un’altra affascinante sfumatura che va colta. In ebraico, pelle e luce hanno un suono praticamente identico: or.
L’unica differenza è la prima consonante: luce inizia con ’àlef, pelle inizia con ‘àyin. La pelle del viso di Mosè (‘or) splende di una luce (’or) che però non è generata autonomamente da Mosè. Questo sottile gioco di parole ci permette di capire che per la Bibbia la pelle può lasciar trasparire la luce, a differenza del corpo astrale della luna. Tra il mondo di Dio e quello dell’uomo non esiste dunque una separazione netta. La creazione della luce precede e non segue quella del mondo umano, terra compresa. In qualche modo, perciò, il luminoso mondo di Dio racchiude quello mondano (cfr. Salmo 23,21; Salmo 102,19; Sapienza 1,7).
Da questa complementarietà ne consegue che l’uomo può essere più o meno trasparente od opaco a quella luce simile al sole. A mio avviso, la trasparenza del mondo luminoso di Dio nel mondo umano – al di là di casi straordinari – è dovuta principalmente ai simboli e a tutti gli altri elementi simbolici presenti sia nelle pagine della Bibbia, che negli aspetti più misteriosi della vita della Chiesa. (Tratto dal mio I grandi misteri irrisolti della Chiesa, Newton Compton 2012)

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