Bereshìt significa solo “In principio”? (Prima parte)

    (Di Roberto Bisio) Quando ho deciso di cominciare una lettura puntuale ed approfondita della scrittura e mi sono imbattuto nella prima parola, bereshìt, non sono  riuscito a proseguire oltre. Si sono  presentati alla mia mente una grande quantità di significati, di collegamenti, di possibili letture ed interpretazioni e così questo primo semplice termine non ha ancora esaurito il senso della ricerca.

    Ripropongo allora qui una piccola parte di ciò che ho “scoperto” in questa mia frequentazione della Parola nelle parole del testo. Uso “scoprire” perché credo che l’atteggiamento corretto nell’approccio al testo sia  non quello dell’interprete ma quello dell’esploratore in ascolto attento e  a disposizione di ciò che Dio stesso rivela, per comprendere e non dire al Suo posto.

    Vista la grande quantità di chiavi di lettura utilizzabili intorno al bereshìt, ho dovuto operare una scelta.  La grammatica ebraica, per esempio, offre una miriade di possibili significati interpretativi tale da meritare da sola pagine e pagine di riflessione.

    Mi sono quindi indirizzato su di un testo tra i più antichi e tra i più utili per accedere al valore schietto dei termini, attraverso un’ampia esposizioni di significati. Mi riferisco al Bereshìt Rabbàh, raccolta di testi rabbinici del VI secolo o posteriore, contenente materiale di collezioni risalenti fino al II secolo.

    Pur non essendo un testo cristiano, esso raccoglie il meglio della saggezza ebraica contemporanea al cristianesimo antico, e soprattutto enuclea alcuni temi e visioni fondamentali, che saranno poi ripresi e approfonditi dalla riflessione del pensiero e della teologia cristiana successiva.

    Sono quindici i paragrafi che il Bereshìt Rabbàh dedica al primo versetto della Genesi, e tra questi il tema del “principio” ha un ruolo centrale. Secondo categorie e concezioni spesso distanti da quelle a noi consuete, il testo mette a fuoco le variabili di senso del termine bereshìt. Mi soffermo qui su quelle più importanti: “in principio”, “al principio del creare”, “nel principio”.

    “In principio”: il Bereshìt Rabbàh ha un modo particolare di introdurne il concetto all’interno della prima parola della Torah. Per i cristiani questo è il senso più consueto, la “traduzione” più abituale, non così per il midrash, che come vedremo pensa a “nel principio” prima che agli altri significati. Due sono i sensi principali assegnati all’intendimento temporale di bereshìt. Uno utilizza la prima lettera della parola, Beth, cercando nella sua stessa forma fisica il significato dell’inizio (Ber.R., I,10). Beth presenta una linea verticale alle sue spalle che chiude lo spazio che la precede, di fatto operando una cesura con l’eternità di Dio, al contempo preesistente e incomprensibile rispetto all’uomo e alla storia; ha poi due “braccia” protese verso il futuro, verso lo sviluppo della storia e il cammino dell’uomo con Dio e verso la salvezza.

    L’uomo e il mondo cominciano quindi da un certo punto in poi, ed è di Dio l’iniziativa e la preminenza. Questa convinzione introduce il secondo significato della parola connesso da un lato alla sua dimensione temporale e dall’altro al “racconto”. Dio sceglie di narrare  il principio, gli inizi del mondo ad Israele proprio con l’incipit della Torah (Ber.R., I,2). Questa scelta evidenzia la condizione privilegiata di Israele, un passaggio naturale per chi vuole fondate su basi teologiche il diritto a possedere una terra ormai persa, ma indica anche la vocazione sacerdotale di Israele e la sua responsabilità verso l’umanità intera, elemento questo da comunicare anche ai cristiani, sulla base dell’individuazione del sacerdozio di Cristo nella lettera agli Ebrei.

    Provando ad individuare i punti chiave di questo primo contributo potremmo dire che il mondo ha un inizio, non è quindi eterno, ed è frutto dell’iniziativa divina, del suo atto creatore. Questo atto presuppone un progetto sull’uomo attraverso l’elezione sacerdotale di Israele e, aggiungiamo, dopo Cristo, di ogni credente. Per parlare all’uomo Dio si serve qui di una narrazione. (Continua)

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