Barà (Genesi cap. 1, vers. 1)

La seconda parola della Bibbia ebraica è barà che, normalmente e giustamente, viene tradotta con “creare”: All’inizio del tempo, Dio creò … non parlerò di “che cosa” creò, ma del significato di questo verbo ebraico. Il verbo può essere tradotto, soprattutto all’interno del primo capitolo della Genesi, con questa frase: creare senza usare strumento alcuno. Dio, infatti, crea con la sola parola, che però non è un strmento a lui esterno, poiché fa parte integrante di Lui.

Si tratta della creazione dal nulla? Non ancora, perché questa dottrina viene chiaramente formulata nel Secondo libro dei Maccabei (cap. 7, vers. 28), nel II sec. a.C. e in un contesto culturale, quello greco, assai diverso da quello in cui nacquero i primi capitoli della Genesi. Tuttavia, si delinea già qui una certa visione di Dio, creatore di tutte le cose, dell’universo, anche se, secondo me e come vedremo, questo termine è inadatto ad esprimere cosa fu creato.

Una visione di Dio che è presente anche nel libro di Isaia, nei capitoli che sono stati scritti più o meno nello stesso periodo in cui fu redatto il primo capitolo della Genesi. Nel libro di Isaia si dice che Dio non crea solo cose, ma anche nuove e positive situazioni di vita, come per esempio la salvezza al posto della disperazione, la giustizia al posto della prevaricazione (cfr. Isaia cap. 45, vers. 8); Dio può perfino ricreare i cieli e la terra (cfr. Isaia 65,17) ossia nuove condizioni di vita in una situazione storica completamente diversa.

Nella Bibbia, infatti, Dio non crea solo una volta, ma continuamente nella storia degli ebrei e ciò è testimoniato anche nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, dove si dice che Dio “fa nuove tutte le cose” (Apocalisse cap. 21, vers. 5), nel senso che può ribaltare continuamente e sorprendentemente qualsiasi situazione, trasformando, per esempio, la tristezza in gioia (cfr. Apocalisse cap. 21, vers. 4; Isaia cap. 65, vers. 18).

La creazione – in greco ktisis – è perciò sempre un processo dinamico che, un giorno, sarà completato e ciò dipende molto dall’uomo (cfr. Lettera ai Romani, cap. 8, vers. 29). Se, infatti, gli uomini e le donne diventassero più consapevoli di essere “creature fragili e dipendenti da Dio” che confidano più in Lui che in se stesse, il nostro pianeta – per restare coi piedi per terra – sarebbe di sicuro più gioioso e molto meno grigio e triste.

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